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È Stata La Mano Di Dio: un ritorno alle origini commovente, intimo ed essenziale

paolosorrentinoestatalamanodidiolocandinaFabietto è un’adolescente napoletano con una passione sfrenata per Maradona e con una famiglia borghese un po’ sui generis, su cui svetta zia Patrizia, al centro dei suoi desideri erotici, oltre che sua vera e propria musa. All’improvviso, però, un tragico avvenimento lo costringerà a crescere fin troppo in fretta e a prendere decisioni importanti per il suo futuro.

Film che racconta in maniera molto intima l’iniziazione alla vita adulta di Paolo Sorrentino, È Stata La Mano Di Dio è indubbiamente l’opera più personale e più sentita del regista che per l’occasione, proprio per non nascondersi dietro manierismi e barocchismi (spesso suo marchio di fabbrica), abbandona tutti i fronzoli estetici (accarezzati solo all’inizio, come per condurre gradualmente la narrazione all’interno dei ricordi della sua adolescenza), accompagnando delicatamente per mano lo spettatore dentro questa storia fortemente autobiografica, ma in qualche modo anche “universale”, per come riesce sorprendentemente a raccontare di una vicenda personale, ma anche di una Napoli che risulta essere un vero e proprio micromondo brulicante di tante storie, tante vite, tanti personaggi.

E che queste storie, queste vite, questi personaggi siano reali o immaginari poco importa (del resto lo stesso Fellini, qui e altrove fortemente omaggiato, diceva che “nulla si sa, tutto si immagina”), ciò che importa è che sono tutti chiamati a comunicare l’esperienza formativa di un ragazzo che si ritrova a dover diventare uomo fin troppo presto.

estatalamanodidio1Sorretto dalle spalle del sorprendente Filippo Scotti nei panni del protagonista, alter ego del regista, È Stata La Mano Di Dio regala momenti altamente commoventi e nostalgici, frammisti ad altri in cui prevale una comicità quasi insistita (affidata ad alcuni personaggi volutamente macchiettistici e fin troppo sopra le righe), sempre a voler inframmezzare la realtà con sprazzi di fantasia, così come da lezione felliniana (era sempre lui, infatti, ad asserire “le versioni dei fatti le modifichiamo continuamente, per non annoiarci”), creando un universo magico in cui ci ritroviamo immersi con naturalezza e semplicità.

estatalamanodidio2Ed è così che tra parenti corpulenti e ciancianti, amici di famiglia, sorelle di cui sentiamo la voce solo attraverso la porta di un bagno, genitori adorati che nascondono delle grandi crepe nel loro rapporto, zie “pazze”, contesse, delinquenti e non solo, il giovane Fabietto prosegue la sua vita avendo come modello Maradona e ispirandosi sicuramente a lui quando decide di inseguire il suo sogno di diventare un regista, cercando di non “disunirsi”, come gli suggerisce Antonio Capuano, per lui grande modello di riferimento. Ed è così che Fabietto diventa Fabio, prende un autobus per Roma, lasciando la sua Napoli, ascoltando però nelle cuffie Napul’è di Pino Daniele, rimanendo legato alla sua essenza, non “disunendosi”, appunto, come consigliato dal suo mentore e come dimostrato da questo film fortemente commovente e coinvolgente, ma soprattutto essenziale e lineare, cosa sorprendente se pensiamo al suo autore.

Un amarcord che entra nel vivo dell’anima di Napoli, raccontando di un mondo incantato e a tratti imperscrutabile, di un ambiente che ha contribuito a creare l’identità di un autore ancorato alle sue radici da un legame atavico e profondo. Radici mai recise, ma contaminate con l’esperienza di una vita vissuta altrove, per poi ritornare nel mare: il mare di Napoli, il mare dei ricordi, il mare del dolore, il mare dell’amore, il mare delle origini.

Trailer del film:

ALESSANDRA CAVISI

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