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Intervista al regista Emanuele Pisano

emanuelepisanointervistaAl timone di numerosi cortometraggi, Emanuele Pisano è un giovane regista anche di videoclip musicali (tra i quali quelli di artisti come Ultimo e Gianluca Grignani), di programmi televisivi Rai, Mediaset e Discovery, nonché di un documentario che verrà realizzato e girato interamente in Calabria, dedicato ad un santuario degli animali (il titolo sarà, infatti, The Sanctuary). Dopo aver apprezzato notevolmente il suo corto L’Oro Di Famiglia (di cui abbiamo parlato qui: https://www.ithinkmagazine.it/recensione-emanuele-pisano-oro-di-famiglia/), in concorso all’ultima edizione dei David di Donatello come miglior cortometraggio del 2021, siamo lieti di fare due chiacchiere con lui:

La tua carriera inizia e prosegue con i cortometraggi e i videoclip musicali. Ce n’è qualcuno a cui sei più legato particolarmente e perché?

I videoclip sono arrivati perché Jacopo La Vecchia (CEO di Honiro Label) era agli inizi e cercava dei videomaker che potessero girare, a poco budget, dei videoclip da lui prodotti. Io venivo dai corti e stavo facendo il classico lavoro da assistente alla regia sui set cinematografici, ma dato che avevo una voglia matta di mettermi in gioco mi sono buttato in questo mondo, lasciando il mio lavoro da assistente. Fortunatamente, ho iniziato con videoclip che avevano un budget molto basso. Questo mi ha permesso di esercitarmi e abituarmi alla creazione di idee che fossero poco onerose, ma molto ingegnose. Avevo poco e dovevo dimostrare tanto. Ero alla ricerca continua di possibili stratagemmi narrativi e visivi. Questo mi ha fatto diventare molto elastico sui set perché gli imprevisti erano dietro l’angolo e le soluzioni dovevano essere immediate. Questa graduale evoluzione sicuramente è servita a modellare quelle che sono le mie attuali caratteristiche.

Credo che sia per un corto che per un videoclip, nonostante il minutaggio sia limitato, la possibilità di creare è immensa. Non ci sono regole, anzi sei alla ricerca continua di qualcosa di non convenzionale. Nel videoclip bisogna raccontare qualcosa. Ogni fotogramma che ho girato ha dietro un senso. Non erano esclusivamente immagini esteticamente carine, però con il tempo quello che ho capito è che 3 minuti potevano essere pochi per raccontare qualcosa e, quindi, ho sentito l’esigenza di dover avere uno spazio di tempo più grande. Volevo dire di più e per questo ho diretto, negli ultimi anni, un nuovo corto.

Lavorare con grandi artisti è un incentivo a dare qualcosa, ma soprattutto anche a ricevere. Il videoclip è girato dal regista, ma appartiene moralmente al cantante. Non ho mai avuto regole di ideazione. Spesso un videoclip arriva dalla visione di un quadro, da un pensiero letto su un libro o semplicemente da un articolo di giornale. Sicuramente è figlio di una mia esperienza. Spesso con Briga c’era prima un confronto, in cui lui mi proponeva delle suggestioni visive e narrative ed io mettevo insieme i pezzi, le facevo mie e gli proponevo lo script. Ultimo, invece, fin dall’inizio si è affidato completamente a me. Poi, crescendo artisticamente, ha pensato che il videoclip fosse un ulteriore mezzo che potesse far conoscere di più il suo pensiero e quindi idee e concept narrativi partivano da lui.  

Hai intenzione di cimentarti anche con il lungometraggio di finzione?

Sì, in questo periodo sto determinando il concpet di quello che potrebbe essere il mio film. Ci sono tante idee e molte sfumature che mi piacerebbe raccontare, la scelta più ardua è quella di individuare l’idea più vicina alle mie corde.

emanuelepisanolorodifamigliaCome nasce l’idea, alla base del tuo corto L’Oro Di Famiglia, di raccontare l’importanza del ricordo, tramite la nostalgia verso il mondo della fotografia in formato analogico, rispetto a quello digitale che ormai ci sommerge quotidianamente?

L’Oro di Famiglia nasce da un’esigenza: raccontare il legame viscerale che attanaglia l’uomo alle proprie origini e al proprio passato. Perché cambiano i tempi, le persone crescono, si frantumano i luoghi, ma la nostalgia verso ciò che si è stati e verso la propria famiglia non ci abbandona: è una maledizione a cui siamo condannati tutti.

Il protagonista vive un tormento personale: galleggia nella speranza che un ricordo offuscato dal tempo possa ritornare vivido tramite delle semplici foto.

Eppure il mondo della fotografia è cambiato profondamente negli ultimi cinquant’anni: il digitale ha spodestato l’analogico con la radicalità di uno tsunami. Nel mondo si scattano ogni anno 2,5 trilioni di immagini: milioni di milioni di scatti che, nella maggior parte dei casi, rimangono confinati in supporti digitali e vengono visualizzati per lo più su dispositivi elettronici. Solo una percentuale minuscola di quelle immagini viene stampata e conservata come si faceva con le foto analogiche. Io amo chiamare le fotografie stampate “memorie tangibili”, perché la fotografia va anche toccata e ascoltata: va vissuta.

Al centro del racconto del tuo corto c’è una certa periferia, una società ai margini che però nasconde un’anima poetica e una natura nostalgica non indifferente. Era tuo intento restituire anche l’importanza sociale e universale di determinate tematiche o volevi soffermarti principalmente sulla vicenda puramente personale del protagonista? 

La necessità del protagonista è quella di vivere di nuovo un momento legato al proprio passato. È un impulso che lo spinge a deviare i suoi passi per rimettere a posto quel che di più prezioso possa avere un nucleo familiare: i ricordi. Quegli stessi ricordi che non possono essere rubati.

Lo stile di regia scaturisce dal desiderio di entrare il più possibile dentro la storia: la macchina da presa si trasforma così in un ulteriore attore che sconfina all’interno dei luoghi calpestati dal protagonista. E tuttavia si tratta di uno sguardo volutamente impreciso. Ho, infatti, cercato di lavorare sull’imprevedibilità delle scelte prese di volta in volta dal personaggio. È per questo che la macchina spia, ma non anticipa mai i movimenti del protagonista: si limita ad aspettare le sue decisioni.

emanuelepisanointervista2Hai dei modelli di riferimento ai quali ti ispiri? Quali sono i registi che eventualmente hanno influenzato e influenzano la tua poetica?

Quando ho iniziato a fare i primi cortometraggi “in casa”, quando mi autoproducevo un carrello e chiedevo a mamma e papà di comprarmi una handycam, cercavo di ribattere concetti visivi e narrativi simili a quelli che in quel periodo vedevo con molta facilità al cinema. Gabriele Muccino e Paolo Sorrentino erano i punti cardine di quegli anni. Muccino aveva stravolto il modo di girare e raccontare con L’Ultimo Bacio e Sorrentino stava iniziando a diventare autore con Le Conseguenze Dell’Amore. Di ognuno cercavo di rubare gli aspetti che potevano far rima col mio sentire, però poi li shakeravo con quelle che erano le mie reali intenzioni. Avevo 16 anni, ho accantonato i giochi al computer e grazie all’aiuto di mio fratello Claudio avevo installato Avid e questo mi permetteva di sognare. Inoltre, i primi corti, le prime storie, riuscivo a raccontarle tra me e me solo, immaginandole. Mettevo play a brani musicali (che spesso erano colonne sonore di film) e come se fosse un mondo parallelo immaginavo scene, dialoghi e dirigevo persino grandi attori. Spesso mi chiedo quanto sia stato importante questo inizio un po’ atipico, non amavo Stanley Kubrick, non conoscevo bene Martin Scorsese, però credo che abbiano caratterizzato sicuramente il mio modo di vedere il cinema.

Potessi scegliere, quale attore italiano ti piacerebbe avere come protagonista in uno dei tuoi prossimi lavori?

L’Italia ha tantissimi attori bravi, scegliere è sicuramente una scelta ardua, senza dubbio preferirei lavorare con Benedetta Porcaroli e Micaela Ramazzotti per la loro caparbietà e con Alessandro Borghi e Pierfrancesco Favino per la loro tenacia.

Quali difficoltà hai trovato nel portare avanti il tuo lavoro in questo ultimo periodo di restrizioni?

Non ci sono state difficoltà, ma tante attenzioni. È giusto rispettare le norme, sui set si entra in contatto con diverse persone e non farlo diventerebbe una follia.

emanuelepisanointervista3A cosa stai lavorando, oltre al documentario The Sanctuary? Hai in cantiere qualche nuovo progetto?

Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di poter dirigere delle serie tv per Disney e Rai Gulp. Probabilmente, potrei continuare a cimentarmi con questo tipo di serialità, ma dopo L’Oro di Famiglia ho autoprodotto – insieme a Francesco Garritano e Angelo Benvenuto – e girato uno short-documentary a tema green. È attualmente in fase di montaggio.

Inoltre, nell’ultimo anno e mezzo, insieme a Maurizio Ravallese, Roberto Urbani e Rocco Buonvino, ho creato una distribuzione di corti e short-documentary: Pathos Distribution. Il nostro scopo è quello di crescere il più velocemente possibile, divulgare sguardi autoriali apparentemente nascosti che hanno bisogno di poter essere visti perché dentro nascondono grandi messaggi. Tutti i giorni sogniamo la possibilità di poter distribuire un giorno dei film, è la nostra prossima fermata metro. Per adesso, con grande caparbietà e tenacia, cerchiamo di compiere al meglio questo lavoro.

ALESSANDRA CAVISI

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