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Il viaggio nel tempo di quella “sporca domenica” con i Rainbow Bridge

rainbowbridgedirtysundaycoverMetti una “sporca domenica” di luglio, in cui il caldo è troppo aggressivo per restare in città e quindi sali sull’auto e ti prepari a percorrere la lunga strada verso il mare, che però ti porta ad attraversare percorsi sterrati e assolatissimi e hai decisamente bisogno di un qualcosa che possa rendere più piacevole l’afoso tragitto. Metti che per rendere più piacevole il viaggio decidi quindi di accendere lo stereo e inserire Dirty Sunday, il nuovo ep dei Rainbow Bridge, trio pugliese nato come cover band di Jimi Hendrix ma con questo lavoro perfettamente a proprio agio anche con una serie di inediti fedeli agli esordi eppure in grado di camminare sulle proprie gambe. Bastano pochi secondi della prima traccia, Dusty, e improvvisamente ti rendi conto di non essere più sulla strada che solcava le campagne italiane nel 2017 ma la tua auto è diventata una DeLorean e ti ha riportato indietro di cinquant’anni.

Lungo i solidi e convincenti pezzi interamente strumentali di questo disco non solo sembra di sentire ardere sulla pelle quelle fiamme che incendiavano le platee e le chitarre ai concerti di Hendrix ma, nei momenti più straripanti d’energia, arrivano dritti nello stomaco anche i macigni dei muri sonori dei Black Sabbath, mentre nei momenti meno aggressivi si percepisce la spensieratezza soleggiata di Creedence Clearwater Revival, Cream o Lynyrd Skynyrd, giusto per fare qualche nome, perché comunque queste ispirazioni “vintage” sono poi mescolate in un’unica soluzione che, sebben non abbia voglia né bisogno di mostrarsi originalissima, sprizza energia e passione da tutti i riff, rendendo ben riconoscibile il sound del gruppo.

La title-track si impone sovrana all’interno dell’ep, con la sua carica d’adrenalina lunga sei minuti e mezzo. Più psichedelica e delicatamente allucinata Maharishi Suite, mentre Hot Wheels sarebbe la perfetta colonna sonora di un film di corse d’automobili. Rainbow Bridge chiude il lotto sintetizzando alla perfezione la ricetta della band, che loro ben descrivono definendola “desert rock, heavy blues & psychedelic grooves”.

Ancora una volta insomma i Rainbow Bridge hanno utilizzato questo “ponte arcobaleno” per varcare i confini temporali e si sono proiettati direttamente negli anni ‘60/’70, impossessandosi con veemenza di quei suoni, di quell’attitudine e di quelle atmosfere in voga all’epoca, tanto da permetterci ancora oggi di sentirle pulsare vive come non mai tra i ritmi e le note della chitarra di Giuseppe “Jimi Ray” Piazzolla, del basso di Fabio Chiarazzo e della batteria di Paolo Ormas.

Un’ulteriore caratteristica “retrò” di questo disco è poi il fatto che è stato registrato in live recording (una “sporca domenica” di ottobre 2016 da Ruggiero “Balzakkio” Balzano presso gli studi della New Born Records di Barletta) senza l’ausilio di sovraincisioni. Una scelta, questa, che oltre a denotare il coraggio dei tre rocker barlettani, evidenzia anche il loro incredibile talento nel suonare con precisione e pulizia anche senza “overdubs”.

Quella dei Rainbow Bridge è insomma una graffiante ribellione sonora da parte di chi non vuole rassegnarsi all’alienazione passiva di questi anni e reagisce trasportandoci direttamente negli anni della libertà e delle utopie possibili, così com’è stato possibile questo avventuroso viaggio nel tempo.

Qui il sito della band: http://rainbowbridgetrio.blogspot.it/

Qui la pagina facebook ufficiale: https://www.facebook.com/rainbowbridgemusic/

DORIANA TOZZI

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