::NO RULES:: Playlist senza regole. Volume 1
Lovbombs (Guglie): Un brano dagli arrangiamenti scanzonati e low-fi, sospeso tra indie-folk e quella freschezza tipica del pop anni 60. Se superficialmente può sembrare una canzone romantica scritta da un amante timido che non ha il coraggio di rivelarsi, le scene a tratti surreali che si susseguono tra le strofe evidenziano un quadro decisamente meno banale. Come le altre canzoni di Guglie, anche questa Lovbombs è ideale da suonare in spiaggia, magari durante una serata tra amici intorno a un falò, anche se poi ti ritrovi a canticchiare con leggerezza testi che fondono il sarcasmo con la disillusione e i piccoli grandi disagi quotidiani.
Chi è (Cigarilla Disonasty): Atmosfere tropicali e un po’ sornione che colorano a tinte pastello questo brano dalla ritmica coinvolgente e con un testo in grado di descrivere in poche parole scene di vita quotidiana talvolta un po’ bizzarre. Nonostante gli arrangiamenti complessi, Chi è resta una canzone di facile ascolto e riesce perfino a far ballicchiare con spensieratezza, tra una batteria trascinante e i synth che donano freschezza estiva.
Don’t bring me down (Raging Lives): Luci e ombre, bianchi e neri, melodie pop e trame strumentali dark-wave… Ogni dettaglio di questa canzone crea contrasti esplosivi dal cui magma caldo prendono forma scene sonore tridimensionali governate dalla voce profonda e oscura di Sondre Thomassen Thorvik. Le linee melodiche disegnano sentieri che si muovono nel buio aggrappandosi agli sporadici raggi di luce che compaiono come liane nella foresta nera.
Frozen Meridian (Hallucinophonics): Suoni taglienti e levigati diventano poderosi mattoni di ghiaccio con cui, come un igloo immerso nelle notti artiche, si costruisce un po’ alla volta questo brano dalle atmosfere oscure e malinconiche. La dinamica a sua volta cresce gradualmente, alimentandosi con la palpabile tensione che, dall’introspezione narrativa della strofa, esplode infine in un ritornello sofferto e liberatorio.
From the start (Giufà): Un’energia travolgente per questo brano che nasce da radici popolari e folk per sbocciare fino a diventare un arbusto solido con chitarre distorte al posto dei rami. Suoni e missaggio valorizzano trame strumentali calde come il sole del Sud e la voce graffiante sottolinea l’attitudine gypsy-punk con influenze e sfumature originali e variegate.
Love Junk (Temple Code): Un brano dai toni drammatici e vespertini che si fregia del suo sangue misto: quello inglese, di Oliver Davies, che si condensa in gravide nuvole dark-wave, e quello di Singapore, di Jonathan Chua, che dona vampate di calore esotico. Le atmosfere notturne trascinano in un mondo urbano animato da passioni e ossessioni, con la drum machine e il basso che tracciano il cammino dentro e fuori l’oscurità.
I’m gone (Norrd): Procede con calma I’m gone, senza fretta, senza lasciarsi divorare dall’ansia. È una partenza sofferta ma nella quale si intravede in fondo un barlume di speranza, una luce tenue che apre a nuove strade. Norrd si era già fatto apprezzare per i suoi progetti strumentali, infatti il cuore pulsante di questo brano sono proprio le vertiginose architetture sonore, ma la voce, novità della sua più recente produzione, riesce magistralmente a ritagliarsi il suo spazio restando alla pari con gli altri strumenti, in un dialogo fatto di suoni e parole.
Dark age of technology (New York Rats) – Ascoltare del buon punk diretto e incazzato, in questo periodo in cui ci sommergono canzonette malinconiche e musica patinata, è diventato sempre più difficile, per questo motivo trovo assolutamente da apprezzare l’attitudine sudicia e strafottente con cui questa band, tra stonature, fuori tempo ed energia incontenibile, è stata in grado di forgiare un distortissimo gioiello di spudoratezza e accuse ai tempi moderni. Un vero elogio all’imperfezione umana per opporsi all’insensatezza della perfezione artificiale.
St. Tropez (Stefano Del Mare): C’è tanta voglia d’estate ma anche tanta nostalgia degli anni 80 in questo singolo di Stefano Del Mare. La morbida melodia della strofa conduce a un ritornello catchy che diventa subito un loop fisso nella testa. Il ritmo da dancefloor scuote sinuosamente i corpi come reazione alla malinconia che pervade questa canzone, in cui la cittadina della Costa Azzurra a cui si deve il titolo sembra giusto un pretesto per dare uno sfondo soleggiato ai ricordi.
Same (Phil Andrews): Un bel groove blueseggiante per questa canzone che comunque si muove in territori pop d’oltreoceano. Nel testo si parla della ripetitività alienante dei gesti quotidiani e infatti anche gli arrangiamenti sono strutturati in maniera circolare, in una sorta di “eterno ritorno” dei temi, più narrativo quella della strofa e più orecchiabile quello del ritornello, che entra in testa facilmente e si fa ricordare e canticchiare a lungo.
Non c’è più tempo (Evocante): La frenesia dei nostri giorni crea nuovi schiavi inconsapevoli, convinti di essere liberi. Questo è il messaggio intorno a cui ruota Non c’è più tempo. Su una musica nella quale riecheggia soddisfatto lo spirito del gran maestro Franco Battiato, Evocante (al secolo Vincenzo Greco) riflette con preoccupazione sul fatto che ci hanno “tolto il tempo” e che la vita sia diventata solo una corsa destinata a schiantarsi in un frontale contro la sua stessa fine.
Clouds (Bench Player): Una canzone allucinata, fatta di melodie ebbre, sonorità indie e attitudine “da cameretta” che comunque sprigiona una bella energia nel ritornello. I coretti sono come paillettes colorate cucite con cura su una maglietta sgualcita e usurata su cui è stampato il logo di una rockband. Mathis Vogade, che abbiamo conosciuto come batterista dei Blue Orchid, con questo progetto dimostra di essere ben più di un “giocatore da panchina”.
0300 (RF8238): Ancora una volta è l’immaginario degli anni 80 a farla da padrone, qui ricreato con cura nei minimi dettagli, a partire dall’elettronica, che crea atmosfere retrofuturistiche. I synth cullano su riff morbidi mentre la drum machine si fa colonna portante di ambienti sonori notturni, illuminati solo leggermente da una luce brillante e al tempo stesso nostalgica come quella delle stelle. Il moniker della band è un riferimento alla frequenza di 8238 hertz, ossia un segnale VLF (Very Low Frequency) che dicono sia in grado di far viaggiare tra realtà, ricordi e sogni realistici. Effettivamente un po’ come la loro musica.
Boom (Catera): Una canzone leggiadra e caliente, riscaldata dal sole del mediterraneo e da un retrogusto latino sfumato d’estate. Il nuovo singolo di Catera si nutre di cantautorato folk per schitarrare e narrare scene quotidiane con un romanticismo intenso e appassionato. Boom esplode davvero per la sua incontenibile capacità di arrivare alla gente e Catera è come una cantastorie d’altri tempi che raccontando se stessa riesce a raccontare contemporaneamente la nostra realtà.
You’re my own (The Cost of Life): Oltre a un background musicale variegato, retaggio delle band in cui ha militato suonando prima pop-punk poi metal, Jason Irving ha spaziato anche in ambienti techno anni 90 e, infine, ha vissuto alcuni anni a Tokyo. Incredibilmente, ognuna di queste esperienze si ritrova, qualcuna più e qualcuna meno, nel suo nuovo progetto, The Cost of Life, in cui sono evidenti soprattutto le ispirazioni J-rock ed elettroniche.
I, don’t know why (Fiery Gizzard): Un brano ipnotico e coinvolgente che ruota intorno a una melodia semplice ma funzionale, così come il testo che coopera con la musica supportandosi a vicenda. L’assolo di chitarra del bridge fa uscire per un istante dal loop mentale proiettando dentro nuove allucinazioni che chiudono il sipario in un risveglio inaspettato.
Mindgames (Nils Rohwer): Con arrangiamenti da maestro, Nils Rohwer costruisce atmosfere elettroniche caliginose su cui, come luci al neon, si accendono i synth creando una ambientazione lounge impregnata di anni 80. Protagonista assoluta resta la voce, calda e suadente, che proietta nei suoi “giochi di mente” del titolo come una mano invisibile che indica il cammino all’interno di un labirinto intricato e tortuoso.
Where’s my buddy? (Dumb Sociable Motel): Grande energia e capacità di creare storie da film sono le caratteristiche principali che rendono riconoscibili i Dumb Sociable Motel. In Where’s my buddy si sprigiona una massiccia energia alternative/garage rock attraverso riff che, come una scarica elettrica ad alto voltaggio, entrano fin sotto la pelle. Il cantato, inoltre, interpreta perfettamente lo stato d’ansia e allucinazione del testo mettendoci tutti in apprensione per il loro “buddy”: che fine avrà fatto?
Pissing in the pool (Dusker): Sonorità distorte e asfissianti, arrangiamenti sospesi tra metal, post-rock e sperimentazione punk, un testo allucinato e un’interpretazione vocale ebbra e graffiante sono gli ingredienti con cui i Dusker hanno dato vita a questo singolo, da ascoltare più e più volte per poter cogliere ogni volta nuovi folli dettagli.
Bob clouds (Rorschach): Architetture spaziali, fatte di suoni crepuscolari ed elettronici che evolvono verso l’alto in un continuo crescendo di intensità. Le atmosfere retrofuturistiche donano inoltre un tocco di nostalgia del passato, con le grafiche che confermano ed enfatizzano i richiami ai fatidici anni 80.
Old friends (Sez): Una ballata solare in cui la fusione tra ritmo battente e melodie soffici di matrice indie-po proiettano nella mente i colori tenui delle istantanee del passato raccontate nel testo. Una canzone intima e piacevole, con i beat che palpitano e la chitarra ritmica che ne segue le pulsazioni dando una bella dinamica al brano.
Indelebile (Macchia di te): Macchia di te non cerca di strafare ma semplicemente di racchiudere in parole e note le emozioni che nel bene o nel male tutti quanti conosciamo. Questa canzone pop fatta con il cuore ne è la testimonianza: una base melodica e “sbarazzina” trainata da chitarre “easy going” e ritmi estivi per raccontare dei dubbi, dei tormenti e dei piccoli grandi momenti “indelebili” vissuti durante il primo amore.
Northshore Drive (Rory C. McMillan): Una bella cavalcata strumentale dal groove travolgente. Il tema principale si presenta sin dai primi istanti e da lì nasce un interessante dialogo tra le chitarre e i synth, con la batteria che sparge benzina per poi prendere fuoco nella parte centrale. Un brano costruito pezzo per pezzo, un patchwork di idee armoniche che evolvono, riflettono, si fermano, ripartono e infine terminano in una coda sfumata. Come un viaggio dal finale ancora tutto da scrivere. Come la vita.
All in your head (Butchie): Melodie retro-pop e trame strumentali elettro-futuristiche ed essenziali fanno da base a una voce calda che ci accompagna nell’immaginario nostalgico dipinto dal testo. Strofe e ritornello si susseguono in un loop che entra subito nella testa crescendo di dinamica e facendo ballare corpo e anima.
Solar flair (Jonny Tarr): Impossibile resistere al groove funky di questa canzone dall’incontenibile attitudine da dancefloor. La sezione ritmica scuote dall’inizio alla fine e molto interessante è anche il lavoro fatto con i fiati nella seconda parte del brano, anche se a condurre il flow è sicuramente la versatile voce di Sandi King, capace di fare escursioni in territori soul e deflagrare con inaspettata potenza.
DORIANA TOZZI
I Think Magazine Gli approfondimenti culturali dell'Associazione "I Think"
