::NO RULES:: Playlist senza regole. Volume 3
Trip (Alcuni): Una canzone psichedelica e davvero degna di chiamarsi “Trip“. Le trame strumentali elettro-pop hanno un sapore zuccherino ed effervescente. Curiosità: la voce è della madre dell’artista, e risulta azzeccatissima nel contesto, benché talvolta il testo si inceppi nella metrica. Tuttavia, in un contesto allucinogeno come quello di questa canzone, contribuisce a dare un vispo e peculiare senso di follia.
Queen they love to hate (Mr. Moss): Una canzone che attraversa punk, boogie-woogie e rock’n’roll facendo ballare dall’inizio alla fine. La voce potente e calda si prodiga per la causa, descrivendo nella strofa ed esplodendo nel ritornello liberatorio, che racchiude l’essenza della canzone stessa e trasmette una carica di energia travolgente.
Magic (Sheffer Stephens): Un rock’n’roll piuttosto rilassato fa da sfondo ai racconti melodici di archi, chitarre e un brillante pianoforte che con la sua frizzantezza smuove l’atmosfera tendenzialmente sognante e “easy going”. La voce è delicata e instaura con gli strumenti un sodalizio efficace al racconto. A fare da collante c’è il ritmo sicuro e solido della batteria, che trascina in un mondo allucinato, anzi… “magico”.
Smalltown Boy (Juilley): Un grande classico ma che evidentemente ha ancora molto da darci. Gli arrangiamenti di Juilley rivisitano il passato con una prospettiva moderna, illuminando Smalltown Boy sotto una nuova luce che gli si addice perfettamente. L’ansia di “fuga”, che nell’originale porta a una sorta di apnea sonora, qui si concentra sulla tensione emotiva, accentuata da una produzione con suoni meno fluidi degli originali ma molto incisivi. Una cover che cattura l’essenza dei Bronski Beat con grande eleganza e una bella performance vocale.
Triste (Lingue): Un grande gusto per le melodie fresche ed essenziali, dai suoni ben curati e calibrati che danno alla canzone un impatto tanto energico quanto sfumato di malinconia. Il ritornello resta impresso dal primo ascolto: orecchiabile e a tratti sognante, ai confini del dream-pop, osserva emozioni comuni da un punto di vista originale.
Crash out (Four Degrees Colder): Sonorità ovattate e ruvide per un pezzo armonicamente malinconico, che tuttavia lascia trapelare anche lievi sprazzi di luce. Sfumature shoegaze nebulose e impalpabili avvolgono un’anima indie-rock vibrante in un continuo gioco di contrasti tra delicatezza e impeto, introspezione e deflagrazione. Anche la voce partecipa rispettosamente, infilandosi nelle atmosfere dilatate per dare concretezza a un brano piacevolmente ebbro.
My dreams are changing (Velveteen): Un brano nebuloso e psichedelico, che permette di librarsi sulle ali dei “sogni” (magari sogni che crescendo stanno cambiando, come quelli cantati dai Velveteen). La voce si fonde in un tutt’uno con il paesaggio sonoro, cavalcando le trame strumentali con la naturalezza di una barca sulle onde.
Let the groove (Ginger AF): Una canzone che coinvolge sin dalle prime note, con un’anima pop energica costantemente attraversata da folate rock. La voce di Kristin Cannell, dal timbro ruvido e ardente, aggiunge un tocco di eleganza e accompagna le parole verso una dimensione immaginifica, sognante e travolgente al tempo stesso.
Human desertification (Rorschach): Dopo le produzioni solo strumentali, Rorschach ha iniziato a inserire anche il cantato nei suoi brani, raggiungendo livelli di coinvolgimento ancora più alti, come avviene nel caso di “Human desertification“. Con le parole, le architetture sonore dell’artista danno corpo e sostanza alle ambientazioni oscure e tenebrose (qui perfettamente descritte dall’elettronica incisiva e a tratti concettuale).
Okay (Jerz & The Fatman):Un ritmo travolgente, un testo accattivante, una voce rappata tagliente come poche e un ritornello ipnotico e orecchiabile che entra in testa dal primo istante. La produzione mette perfettamente in risalto l’attitudine urban e gli arrangiamenti minimali, che badano al sodo.
Immagina (Santarè): La vena cantautorale degli anni zero vive nella reinterpretazione poetica ed eleganti di Santarè, che trasporta parole e suoni in un immaginario intimo ed emozionale. La sostanza è pop con venature d’autore ma ricco di sfumature che giungono fino al rock più ardente. Un brano dall’ottima dinamica, che cresce ascolto dopo ascolto.
Only when you listen (The quick and the dead): Una vampiresca energia che si sprigiona sin dalle prime note. Convulsioni ritmiche scaricano elettricità alla voce profonda e cupa, che con il suo passo gotico si impone sulle armonie strumentali. La base disegna scenari apocalittici tra Clan of Xymox, The Sisters of Mercy e Sentenced.
Soulmates plus (Schné): Una scrittura dall’approccio critico nei confronti del pop, puntando a melodie certamente lineari ma mai scontate. Il testo rappresenta il cuore e l’anima del brano e l’interpretazione vocale ne enfatizza le diverse sfumature con autenticità, senza mai scadere nel sentimentalismo. Una canzone dalle sonorità nitide, che scorre con naturalezza concentrandosi sull’essenziale.
Post (Lara Contro): Un brano dal testo profondo ed emozionante, che privilegia suoni puliti e levigati guardando al “mainstream”, con arrangiamenti che colgono non solo dal pop e dal folk ma anche dal cantautorato più moderno. Il ritornello è molto orecchiabile e resta impresso sia per la sua melodia semplice che per le sue parole, un vero mantra per superare i momenti più difficili.
Partycrasher (Vegas No.8): Una gustosa fusione di new wave, punk e post-punk tenuti insieme da un bel gusto per melodie insolite e fresche. Una produzione do-it-yourself che tuttavia riesce a restare in equilibrio perfetto tra ebbrezza ed energia. Senza mai troppi imitare, il brano mostra con orgoglio i suoi riferimenti, condotto in questo tour da una voce dal timbro peculiare e in grado di trasmettere grande energia.
Lost it for yourself (Chelsea Motel): Tinte fosche e una sezione ritmica imperturbabile, che fa da forza trainante per tutta la durata del pezzo. La voce, alienata e ipnotica, trasporta dentro un’atmosfera notturna, elettronica e a tratti gotica, in cui le melodie talvolta sono più offuscate e tenui e altre si accendono come luci al neon.
The words you forgot (Gian Marco Alessio): Classic rock con sfumature che talvolta ricordano band come Goo Goo Dolls o The Calling. Chitarre ruggenti indicano la strada mentre la voce segue narrando senza urlare. La sezione ritmica mantiene solida la struttura di questo brano che guarda al passato (soprattutto gli anni a cavallo del nuovo millennio) con occhio moderno.
About a week ago (Alither): Una canzone energica condotta da una voce che si insinua come una lama affilata tra le trame strumentali. Arrangiamenti che sembrano puntare tutto su un ininterrotto headbanging. E l’assolo di chitarra elettrica mantiene alta la bandiera del rock.
Drift migration (Kostja): Kostja ha saputo costruire un mondo elettronico fatto di pennellate rock su loop ipnotici dove, ultima ma non ultima, si insinua la sua voce profonda e oscura. I crescendo di intensità del brano sono in continua evoluzione, trasportando verso un finale “aperto”, che sfuma nel non-detto ma di cui già si intuisce in qualche modo l’epilogo lungo il percorso. Tutto molto intrigante, con arrangiamenti, scrittura e produzione ben curati.
Nothing feels amazing (King Falcon): Un brano animato da una carica di energia dai toni pastello, che sprigiona impulsi elettrici avvolti in un velo di malinconia. Una canzone a cui concedere più di un ascolto perché ogni volta rivela un po’ di sé.
Dentro o fuori (Damefurk): Un’esperienza psichedelica, quasi un flusso di coscienza che si riversa su trame strumentali ipnotiche, dall’incedere sicuro, determinato, ma al tempo stesso calmo, senza alcuna fretta o ansia. Al contrario, la voce trasmette tensione, in certi momenti fino ai limiti dell’asfissia, creando un contrasto dalle sfumature post-rock e industrial rielaborate anche alla luce di uno spoken rock narrativo e immaginifico.
Drive tonight (Louvers): Una canzone fortemente ispirata agli anni 80, dall’atmosfera malinconica e notturna ricreata da sintetizzatori morbidi che danzano sugli impulsi elettronici di una ritmica palpitante. Seppur con un forte effetto nostalgia, il brano scorre dinamico facendoci fare un viaggio a ritroso nel tempo.
Nylon crush (Puntacava): Un gran bel poema narrato in note, che si apre un po’ alla volta con gli strumenti che via via prendono confidenza fino ad aprire un dialogo collettivo. La chitarra esplicita concetti psichedelici, il basso ci ragiona e talvolta li condivide con la batteria, dando vita a una sinergia vibrante.
Reggae gone (PJ Far-West & Ras Mundele): Una personale fusione di reggae ed echi soul-pop di matrice Eighties nata dalla recente collaborazione tra Bart Petitjean ed Eric Rongé. “Reggae gone” riflette su come è cambiata nel tempo la musica reggae, sempre socialmente impegnata e sempre più commerciale.
Cullato dal vento (Matteo Madafferi): Atmosfere chill conducono lungo scogliere soleggiate di matrice cantautorale mentre il vento, che soffia brezze indie-pop, ammorbidisce e sfuma verso aloni di leggerezza. Le melodie seguono il flow disegnano trame rilassate che metterebbero a dura prova anche il cortisolo più ostinato.
Brightstar (Mama No Likey): Un groove d’altri tempi per un brano che punta sull’immediatezza ma senza avvalersi di melodie scontate. Gli arrangiamenti, pur rimanendo nell’ambito del pop blues, seguono un approccio più libero e sperimentale. Ricercatezza e leggerezza convivono quindi in questa canzone tutta da scoprire.
Tropical tennis (Torre Annunziata feat. Mannaia): Sonorità pop punk “do-it-yourself” che riportano indietro nel tempo fino agli inizi del nuovo millennio, quando, con strumenti e mezzi meno raffinati di quelli attuali per registrare la propria musica, si dava libero sfogo all’adrenalina e alle melodie zuccherine che entravano come una scossa elettrica nelle vene.
Antidote (Awake & Dreaming): Tra le atmosfere Nineties si fa spazio un basso sinuoso e pulsante, che guida le complesse e accattivanti trame strumentali. La voce è incantevole e trascina nell’atmosfera crepuscolare della canzone ipnotizzando l’ascoltatore come una sirena.
C’è sempre chi sta meglio (Sandro Mai): Una canzone che è veramente un toccasana, una panacea contro la tristezza. La sua luminosità non è, però, solo un abbaglio, infatti, gli arrangiamenti danno al brano un senso di stralunata leggerezza che rende l’ascolto a tratti ruffiano ma più che godibile e con una sua profondità, per ricordarci quanto a volte sia più costruttivo lasciarsi andare che non farsi incatenare dalla frenesia alienante.
Last bullet (Groovian): Uno splendido lavoro delle chitarre, che supportano le trame sonore iridescenti, a volte colorate dai sintetizzatori, a volte dai fiati, senza mai perdere quel groove iniziale. La voce guida bene questo gioco quasi “western”, interagendo con i vari strumenti e dando vita così a un pezzo piuttosto intrigante e in grado di sorprendere.
La verità (Chisà): Melodie da cantautorato classico italiano e trame strumentali che strizzano l’occhio alle band del periodo beat. I richiami “vintage” hanno comunque un gusto, sebbene non modernissimo, sicuramente fresco.
Back to the way it was (Esplanada): Un bel contrasto tra la calda energia del ritmo e la melodia intima del cantato, come sole e luna che si incontrano creando un’emozione più intensa di una semplice “eclissi”. Gli arrangiamenti giocano con questo contrasto marcando ombre e luci.
Bacio rubato (Jio): Un timbro di voce caldo e una interpretazione vocale assorta e introspettiva permettono a questa canzone di toccare corde dell’anima profondissime. Gli arrangiamenti sono essenziali perché la scrittura intima funziona anche solo con la voce e il pianoforte, raggiungendo picchi emozionali quando si aggiungono anche le leggere e soffici pennellate degli altri strumenti.
Alone tonight (Dave’s Manual): Plettrate energiche conducono lungo un brano dinamico e fluido, dalle melodie semplici e spensierate. Il rock degli anni 90, con sfumature grunge che devono molto ai Pearl Jam, danno un impatto potente a questa canzone che ha il sound perfetto da sparare a tutto volume girando con una decappottabile sui soleggiati lungomari della California.
Vecchia armonia (LSE): La voce oscura e potente rende molto personale il sound di questa band. Tra graffi rock e momenti di tenebroso lirismo, la canzone si evolve continuamente, muovendosi con grande dinamica. La chitarra si prende il suo spazio nel finale, aggiungendo un tocco virtuoso che conferma una scrittura non modernissima ma fortemente evocativa.
Summoning a Demon with a new AI (Eno Gumbo): Un ritornello che diventa subito familiare, un po’ canzonetta e un po’ jingle pubblicitario dalla melodia solare e divertente. La linea di basso spensierata conduce un ritmo vivace su cui si inerpicano e intrecciano gli altri strumenti.
The wind in your sails, the hope in your trails (Calico Skies): Un pianoforte poetico e narrativo si fa anima e corpo del paesaggio sonoro di questo brano, complesso, stratificato ma morbidamente pop. Gli arrangiamenti eleganti guardano con ammirazione agli anni 80 e 90, reinterpretandone le caratteristiche in chiave moderna. In tutto questo si inserisce il cantato caldo e avvolgente, che scioglie ogni tensione.
Sicilia Express (Savi): Savi ha un modo schietto e genuino di interpretare i suoi testi, in grado di caratterizzare fortemente le sue canzoni. Il refrain di questa canzone poi ha un sapore un po’ retrò e malinconico che resta impresso e dà al brano un appeal molto radiofonico.
Still in the room (The Weight Between): Atmosfere cupe, segnate da ferite aperte da una sezione ritmica tagliente, in cui scorrono le chitarre come magma bollente mentre la voce fa un po’ da cura e un po’ da veleno. Ogni elemento si incastra fino a produrre una composizione non originalissima ma appassionata e struggente.
サニー・デイ・イン・ムサシノ (Mizuki Kamiyama): Arrangiamenti curati e piuttosto sperimentali per questo artista che parla la lingua dello shoegaze con un accento tutto suo. I sintetizzatori creano paesaggi sonori dalla luminosità nebulosa, fortemente onirici e dalle venature pop. La scrittura di Mizuki Kamiyama non punta tanto a costruire tensioni quanto piuttosto a evocare sensazioni.
DORIANA TOZZI
I Think Magazine Gli approfondimenti culturali dell'Associazione "I Think"
