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La città dalle finestre chiuse: il difficile ritorno alla normalità nel romanzo di Sara Notaristefano

saranotaristefanolacittadallefinestrechiusecopertinaL’autrice tarantina Sara Notaristefano è tornata da poco in libreria con il suo nuovo romanzo, La città dalle finestre chiuse (edito da Les Flâneurs Edizioni), in cui racconta la storia di una famiglia di fronte a una tragedia che cambierà ogni cosa per sempre. Per la famiglia Santoro, protagonista del romanzo, infatti, il momento più difficile non è quello in cui arriva la notizia. È quello successivo. Quando Marianna deve uscire di casa. Quando Roberto deve andare a scuola. Quando qualcuno telefona e dall’altra parte della cornetta bisogna comunque rispondere. Quando si avvicina Natale e, nonostante tutto, qualcuno si domanda se abbia ancora senso comprare un regalo.

In La città dalle finestre chiuse, l’autrice porta il lettore proprio dentro questo tempo successivo alla tragedia, quello in cui non accade più nulla di eccezionale e, nello stesso momento, ogni gesto ordinario diventa difficile. La morte di Gabriella ha naturalmente sconvolto tutta la famiglia, ma non ha cancellato ciò che esisteva prima di lei: Roberto continua a essere un bambino, Aldo e Marianna continuano a essere genitori, il lavoro continua, la scuola continua, il calendario continua ad avanzare.

È una contraddizione che il romanzo non cerca di risolvere. Marianna, per esempio, deve comprare un regalo a Roberto. Non c’è niente di drammatico, apparentemente, in questa commissione. È una cosa che fanno i genitori. Eppure, dopo quello che è successo, anche entrare in un negozio significa attraversare un mondo dal quale Marianna si è momentaneamente ritirata. Il gesto ha ancora la sua forma abituale, ma non ha più lo stesso peso. È forse questo il particolare che Notaristefano riesce a cogliere meglio: il lutto non sostituisce la vita quotidiana, la modifica dall’interno. Poi arriva il Natale. Ma il Natale non è più soltanto una festa da celebrare o da evitare. Diventa una domanda. Che cosa si fa quando in una famiglia manca una persona? Si può apparecchiare la tavola? Si può ridere? Si può accettare un invito senza avere l’impressione di tradire chi non c’è più? Per Aldo e Marianna la risposta, almeno all’inizio, sembra essere no. Roberto però è ancora lì. È questo a cambiare le cose. La sua presenza impedisce agli adulti di trasformare il dolore in una stanza dalla quale non uscire più. Non perché il bambino debba diventare una ragione per stare bene, ma perché ha ancora bisogno delle cose semplici che appartengono alla sua età. E infatti Roberto, a un certo punto, ride.

La scena del petardo è forse una delle più significative proprio perché non sembra esserlo. Dopo tanta sofferenza, un bambino torna per qualche istante a comportarsi da bambino. Non c’è nessuna guarigione, nessuna svolta. Gabriella continua a mancare. La famiglia non ha trovato un modo per stare bene. C’è soltanto quel momento, quasi fuori posto, in cui Roberto ride. È difficile immaginare una rappresentazione più concreta di ciò che significa continuare. La stessa cosa accade con le persone che stanno intorno ai Santoro. Enrico non può togliere il dolore ad Aldo e Marianna, ma può andare a prendere Roberto a scuola. Può portargli una sorpresa. Può sottrarlo, almeno per un po’, alla condizione di essere “il fratello di Gabriella”. Simona fa qualcosa di simile. All’inizio prova a stare accanto alla famiglia attraverso le parole, con messaggi, aforismi e poesie. Poi smette di cercare la frase adatta. Telefona. Va a casa. Abbraccia Marianna. Invita i Santoro a Capodanno. È una differenza piccola soltanto in apparenza. Il romanzo sembra suggerire che, davanti a un dolore che non può essere spiegato né risolto, la presenza abbia un valore diverso da quello delle parole. Non serve sapere cosa dire. A volte basta esserci.

Anche la scuola, intanto, deve continuare. Gli insegnanti tornano alle lezioni, gli studenti alle interrogazioni, alle domande, alle giornate che avevano prima. Ma nessuno può davvero tornare indietro. La tragedia rimane lì, mentre intorno ricomincia la routine. È una situazione che non ha una soluzione elegante: bisogna semplicemente attraversarla. Forse è anche per questo che le feste occupano uno spazio così importante nel romanzo. Natale e Capodanno hanno qualcosa di profondamente rituale: tornano ogni anno e chiedono alle persone di ripetere gli stessi gesti. Per i Santoro, invece, la ripetizione si è spezzata. La famiglia che arriva a quelle ricorrenze non è più quella che le aveva vissute in precedenza. Eppure le feste accadono. Si mangia. Si parla. Si esce. Si torna a casa. Arriva il mattino dopo.

È proprio quel “dopo” a interessare Notaristefano. Non il momento in cui il dolore esplode, ma quello in cui bisogna conviverci mentre il resto del mondo non ha alcuna intenzione di fermarsi. La sofferenza non viene messa in scena come un luogo separato dalla realtà: entra nelle commissioni, negli orari, nelle telefonate, nelle stanze, nelle relazioni con gli altri. Da questo punto di vista, anche le finestre del titolo acquistano un significato diverso. Chi resta chiuso dentro casa non è completamente separato da ciò che accade fuori. Il mondo continua a essere lì, visibile e in movimento. E proprio perché continua, può sembrare quasi insopportabile. Ma prima o poi bisogna aprire una porta: non per lasciare il dolore alle spalle. Non succede questo. Si esce portandolo con sé, mentre si va al lavoro, si accompagna un figlio a scuola, si compra qualcosa in un negozio o si accetta di passare una sera insieme ad altre persone.

La città continua a vivere. I Santoro devono trovare un modo per farlo insieme all’assenza di Gabriella. Ed è forse in questa ostinata normalità, più che nelle grandi dichiarazioni sul dolore, che il romanzo trova la sua parte più convincente: nel momento in cui la vita torna a chiedere piccole cose a chi non è ancora pronto a darle.

Qui la scheda del libro sul sito della casa editrice: https://www.lesflaneursedizioni.it/product/la-citta-dalle-finestre-chiuse/

ELIDE FERRARI

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