Ci sono dischi che si ascoltano. E poi ci sono dischi che si attraversano. Mistiche Ribelli, pubblicato da Lizard Records, è decisamente un disco che si attraversa: un’opera da abitare, un luogo sonoro da percorrere come si percorre un sentiero antico. A scriverlo sono Pierangelo Pandiscia, polistrumentista e musicoterapeuta, e Gino Ape, pianista, oboista e maestro di duduk, insieme all’ensemble Enten Hitti, collettivo attivo da anni nella ricerca musicale e spirituale tra oriente e occidente.
L’ascolto dell’album ci fa pensare alle atmosfere rarefatte tipiche dei monasteri tibetani, sprofondati completamente in quel silenzio pieno e avvolti in quella caratteristica sospensione del tempo che è allo stesso tempo profondamente terrena e inafferrabilmente sacra. Mistiche Ribelli riesce in questo: creare uno spazio sonoro in cui l’ascoltatore si ritrova immerso, come in un rito di passaggio.
Ciò che colpisce, sin dai primi minuti, è la bellezza con cui tradizioni lontane – sufi, essene, tibetane, cristiane, occitane – si fondono tra loro. Ma soprattutto, come queste si innestino nella lingua italiana e nei timbri della nostra cultura musicale, in un’operazione che ha qualcosa di necessario e naturale. Nessuna forzatura, nessun esotismo fine a sé stesso: solo il desiderio profondo di incontrarsi al centro del sentire umano, in quel punto in cui il divino non ha più confini geografici.
Tutto il disco è permeato da un forte senso di mistica. Non una mistica accademica o religiosa in senso stretto, ma una vibrazione spirituale che nasce dal suono, dall’intenzione, dalla ripetizione. Qui entra in gioco un elemento centrale dell’album: il mantra. Nel mondo orientale, il mantra è una formula sacra, spesso breve, che viene ripetuta per produrre un effetto spirituale o mentale. Ma il suo significato più profondo è “strumento per la mente”. In Mistiche Ribelli, il mantra non è solo presente nei testi (molti dei brani portano la parola nel titolo), ma si percepisce soprattutto nella struttura musicale stessa: ciclica, ipnotica, meditativa. I suoni si rincorrono, tornano, si trasformano con lentezza, come un respiro lungo. Ogni pezzo diventa così un viaggio interiore, un cammino di consapevolezza.
Tra i molti brani che colpiscono, Carne della stessa carne è uno di quelli che lascia un’impronta più profonda. Ispirato al Sutra del Cuore della tradizione Mahayana e ad antichi canti Navajo, si apre con il suono possente del Satya Gong, un enorme gong nepalese di 150 cm che vibra letteralmente nello stomaco. È un richiamo alla verità, un battito primordiale che sembra risvegliare qualcosa di antico dentro di noi. Le voci, gli archi, l’oboe, si intrecciano in una trama sonora che non racconta: evoca. E mentre il brano si muove tra parole sacre e melodie cicliche, si avverte con chiarezza una sensazione potente: l’uomo ha sempre cercato, fin dall’alba dei tempi, una connessione con ciò che sta oltre. È un bisogno primordiale, una fame di senso che questo disco riesce a toccare con rispetto e autenticità. Lo stesso accade in Evren Mantra, brano che mescola malinconia e leggerezza con una grazia rara. È qui che troviamo un’immagine bellissima: il “volo di un uccello preistorico”. L’anima, liberata dal peso del mondo, si libra in spazi aperti, infiniti, non più compressa dalle urgenze del quotidiano. E così, mentre la musica ci accompagna lungo sentieri antichi, riaffiora un pensiero semplice e profondo: abbiamo bisogno di riconnetterci con la natura. Non solo come scenario esterno, ma come parte viva di noi stessi. Il bosco, la montagna, il mare, diventano metafore di quella pace originaria che ci abita e che spesso dimentichiamo. Questo disco, con le sue atmosfere sospese e le sue sonorità arcaiche, riattiva quella memoria silenziosa. E forse è in questo che sta la sua verità più profonda. In quella capacità rara di riportarci al punto in cui tutto ha inizio. A quel luogo interiore in cui possiamo ancora – nonostante tutto – lasciarci “stupire dall’amore, stupire dal dolore”, come recita l’ultima frase di Evren Mantra. Perché solo chi si stupisce è davvero vivo.
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ELIDE FERRARI
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