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Giugno 2009 - Anno I - Numero 0 - Teatro - LA CRUDELTA' DI ARTAUD PDF Stampa Email
Scritto da Admin   
Martedì 16 Febbraio 2010 17:16
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Sin dal suo esordio all’interno del movimento surrealista, negli anni Venti del '900, il teatro di Antonin Artaud sembra inesorabilmente segnato dal marchio della “non rappresentabilità”. Opere come “La madre folle”, “Il ventre bruciato” e “Il getto di sangue” risultarono ai più di assai ardua realizzazione, soprattutto sulla base di quella che era la dimensione teorico-estetica allora dominante, che concepiva il teatro e le altre forme d’arte, ancora in chiave naturalistico-mimetica.
Artaud fu un innovatore, preannunciando i tratti distintivi del teatro novecentesco: l’avanguardia e l’utopia.

E’ proprio nello sperimentalismo che emerge in tutta la sua potenza demiurgica e intellettuale la funzione del regista, quale fautore di una visione soggettiva ed antitradizionalistica dell’arte teatrale.
Artaud esprime la sua personalissima interpretazione del teatro in una serie di scritti teorici, in cui emerge la convinzione che, come la vita è una successione irrelata e caotica di accadimenti che turbano l’animo umano nella sua più intima essenza, così il teatro deve replicarne l’irrazionale andamento, ridimensionando l’importanza della trama e della parola e stimolando il subconscio dello spettatore con una serie di stimoli e suggestioni sensoriali.

Messe a nudo le sue più recondite pulsioni, il pubblico è reso inerme, come in un’allucinata terapia di gruppo che Artaud effettua, puntando sulla forza comunicativa in scena: egli non rinnega il testo, ma lo attraversa, ribaltandolo, per trovare in esso quell’elemento di inquietudine che possa privare lo spettatore dalle proprie remore, liberando le forze psichiche represse e mettendolo a contatto con la realtà riprodotta in scena.

Nella sua concezione del teatro, Artaud pone lo spettatore di fronte ad una serie di stimolazioni visive ed uditive fatte di immagini, movimenti, silenzi, urla, effetti luminosi e sonori variamente modulati, rispetto alle quali lo spettatore interagisce attivamente.
La carica devastante del suo teatro porta l’autore a paragonarlo alla peste, in quanto capace anch'esso di far emergere quella componente di negatività che è atavicamente connaturata nell’uomo, ma soffocata poi dalle convenzioni sociali.


GIULIANA DAMIANI

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