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Neri Marcorè in “Quello che non ho” racconta il mondo con la lucidità di De Andrè e Pasolini

quellochenonhomarcore1Veloci come il vento. Le parole al fulmicotone di Neri Marcorè scorrono veloci come il vento nello spettacolo Quello che non ho, che – come il titolo fa presagire – trae ispirazione dalle canzoni del grandissimo Fabrizio De Andrè ma soprattutto dagli scritti dell’immortale Pier Paolo Pasolini, di cui sono riportate e attualizzate alcune riflessioni contenute in particolare negli Scritti Corsari (una serie di articoli polemici pubblicati tra il 1973 e il 1975 sul Corriere della Sera) e nel poema filmico La rabbia. E l’intreccio tra Faber e PPP scatena una sconvolgente potenza emotiva grazie alla rilettura delle loro riflessioni alla luce della nostra quotidianità.

Pasolini, afferma Marcorè nello spettacolo, “aveva già capito tutto”. Aveva capito a cosa era destinato il mondo capitalista; aveva capito dove conduce inevitabilmente il consumismo sfrenato; aveva capito i danni che provoca la cattiva politica e l’omertà del cittadino medio… D’altra parte è chiaro che il potere, oggi – dice ancora Marcorè – ha bisogno di un solo tipo di pubblico: quello consumista. Scriveva infatti Pasolini che questo tipo di potere corrotto che ci governa (che evidentemente esisteva già ai suoi tempi) è “…un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo…”. Per cui, sempre con le parole di Pasolini, un deciso e veemente Marcorè sottolinea che “è venuta ormai l’ora di trasformarsi in contestazione vivente”, che è in pratica il senso dell’intero spettacolo, prodotto dal Teatro dell’Archivolto, per la regia di Giorgio Gallione. quellochenonhomarcore5

A trasformarsi in “contestazione vivente” sul palco, insieme a Neri Marcorè, troviamo il versatile e talentuoso trio formato da Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini, che danno un mero valore aggiunto al “mattatore” della serata, suonando chitarre, cajon e soprattutto cantando e accompagnando Marcorè con preziosissimi cori ed anche con piccole parti recitate. Una su tutte, decisamente memorabile, quella in cui interpretano i tre figli di “papà-Marcorè” che, per addormentarsi, vogliono assolutamente ascoltare ancora una volta la loro storia preferita, quella degli “uomini del 2000”; il padre, perciò, con lo stesso tono affettuoso con cui si raccontano abitualmente le storielle della buonanotte ai bambini, racconta della stupidità degli “uomini del 2000” che si sono annientati con le loro stesse mani accatastando rifiuti su rifiuti fino a distruggere l’ecosistema, facendo così sciogliere i poli fino a farsi completamente sommergere dalle acque. E subito il finale a sorpresa della storiella: i tre “figli” infilano orecchie da Topolino ed esclamano: “Siamo stati fortunati, papà, a nascere topi!”.

Ma non si pensi che la gravità di queste storie renda pesante o retorico lo spettacolo, che anzi non perde mai il suo ritmo e scorre tra pugni nello stomaco e risate, in un vorticoso susseguirsi di appassionanti sketch di denuncia e canzoni di De Andrè brillantemente eseguite dai quattro artisti. In scaletta: Se ti tagliassero a pezzetti, Una storia sbagliata, Ottocento, Don Raffaè, Quello che non ho, Khorakhanè (A forza di essere vento), Smisurata preghiera, Dolcenera, Volta la carta e Canzone per l’estate.

quellochenonhomarcore4Tra le denunce sociali si è parlato dei disastri ambientali (da quello di Priolo Gargallo, nel siracusano, con il suo “mare viola”, la moria di pesci, le malformazioni genetiche neonatali e l’aumento delle patologie tumorali nonché con la totale distruzione di un intero paese, Marina di Melilli, diventato ormai paese fantasma; a quelli a largo dei nostri mari, in cui sono state disperse negli anni tonnellate di plastica – si parla addirittura di un “sesto continente”: un’isola di rifiuti a largo delle Hawaii, che misura circa 700000 km2, quasi due volte e mezzo l’Italia); si è parlato dello sfruttamento privo di scrupoli del sottosuolo e delle risorse (come nel caso del Congo, in cui viene estratto il coltan, indispensabile per fabbricare i moderni smartphone, ma pagando il prezzo incommensurabile delle vite dei congolesi); si è parlato del maltrattamento dei Rom (“L’Italia – dice Marcoré – è il paese che ne ha di meno ma che li odia di più!”) e dell’ignoranza comune nei confronti delle popolazioni Rom e Sinti, sbrigativamente definite con il termine generale di “zingari”.

E vengono continuamente e puntualmente evidenziati i dati e le statistiche precise, che più che pugni nello stomaco sono vere e proprie coltellate nella coscienza: si stima, ad esempio, che oggi sono più le persone con un cellulare che quelle con un bagno e sono più quelle che muoiono per gli eccessi alimentari che quelle che muoiono di fame.

D’altra parte l’arma principale per l’autodistruzione è risaputo essere l’ignoranza, prima ancora che la meschinità o l’arrivismo, e (con altri dati statistici alla mano) Marcorè dimostra che chi ci governa è sempre più ignorante: nel 1998, infatti, i parlamentari laureati erano il 92% mentre oggi sono meno del 60%. Insomma, un popolo che ignora governato da politici che ignorano è il connubio perfetto per andarsi a schiantare dritti contro una fine spaventosa.

Ma dove vogliono arrivare questi “uomini del 2000”? È possibile che vogliano perseverare in questa cecità autodistruttiva? quellochenonhomarcore2

Nel finale subentra finalmente un lieve barlume di speranza, grazie alla storia delle lucciole, l’unico momento in cui, ci dice ancora Marcorè, il “veggente” Pasolini si sbagliava. Pasolini, infatti, scriveva della scomparsa delle lucciole, questi piccoli e magici insetti che con la loro tenue luce riempivano di poesia il buio della notte; e vedeva nella loro scomparsa un presagio nefasto per il futuro. Ma per fortuna, fa notare Marcorè, le lucciole non sono affatto scomparse, solo che i fari delle macchine, le luci delle città e i lampioni impediscono di vederle perché spezzano l’intensità del buio e confondono la vista. Basterebbe, per qualche minuto, tornare ad immergersi in quel buio fitto e avvolgente, che nelle campagne e nella natura incontaminata esiste ancora, e lasciarsi trasportare dal silenzio verso la dimensione più naturale dell’uomo: non quella della frenesia cittadina in cui la società dei consumi, ossessionata dal progresso, corre in totale alienazione, ma quella intima dei vecchi valori, che è possibile ascoltare solo nel silenzio della natura; ed è lì che anche le lucciole continuano a mostrarsi danzanti e luminose come un firmamento in festa.

La potenza di questo spettacolo è nella capacità di addolcire le velenose gocce degli atroci racconti della realtà impastando il tutto con un sapiente lievito di sarcasmo e tenendo insieme la massa grazie alla coinvolgente forza della musica di uno dei cantautori più importanti della nostra storia. E il talento dei quattro artisti sul palco fa il resto.

Purtroppo, durando poco più di un’ora, lo spettacolo scorre forse troppo velocemente per mettere a fuoco tutti i singoli discorsi trattati (che sono solo alcuni tra i tanti esempi di scempi dell’uomo moderno) ma lascia comunque sedimentare una rabbia generale con l’obiettivo, forse, di scatenare nel pubblico il desiderio di trasformarsi a sua volta in “contestazione vivente” di fronte alle ingiustizie e, magari, cambiare le cose.

Uno spettacolo da vedere e rivedere e soprattutto da non lasciare rinchiuso nel teatro quando cala il sipario.

Qui la pagina sul sito ufficiale del Teatro dell’Archivolto: http://www.archivolto.it/produzione/quello-che-non-ho/

DORIANA TOZZI

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