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Novembre 2010 - Anno II - Numero 5 - Crisi dell'università PDF Stampa Email
Martedì 07 Dicembre 2010 08:13
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Parlare in questo momento della riforma dell’università targata Gelmini è oltremodo complesso ma urgente.

Questo per almeno per due ragioni: primo, per la forza e l’articolazione dell’opposizione di studenti e interi atenei che si sta manifestando in tutta Italia; secondo perché partecipazione e consapevolezza sono due parole che troppo spesso, come giovani e cittadini, per mille ragioni, colpevolmente ci sfuggono.

Entrando subito nel merito, la tensione è in aumento esponenziale perché, dopo diversi rinvii, il 30 Novembre è prevista l’ultima votazione della legge di riforma dell’università che conclude gli interventi iniziati dal 2008 (scuole primarie d.l.169/2008, secondarie inferiori e superiori). Con l’università (disegno legge n. 1905) si conclude un repentino riassetto del sistema educativo che sta lasciando cicatrici profonde a tutti i livelli.

La ragione più stringente della crisi attuale consiste nella strozzatura improvvisa dei fondi ordinari concessi all’istruzione di cui si avvertono le prime conseguenze dirette (soppressione di corsi universitari, rischio di collasso di grandi atenei con bilanci in rosso). Tali tagli dei fondi MIUR sono contenuti nel disegno legge di bilancio per il 2010 (n.1790, -900 milioni) e in quello di programmazione 2010/2012 (n. 1791, -5 miliardi) e presumibilmente mirano a invertire il trend di aumento della spesa conseguente al mal governato moltiplicarsi dell’offerta formativa dell’ultimo decennio; sembra però spontaneo chiedersi se questo sopprimere corsi lasciando sul lastrico lavoratori e strutture possa definirsi lungimiranza o macelleria…

I tagli non sono tutto: se i fondi (ordinari) sono sostanza, lo sono anche le scelte che riguardano il funzionamento dell’università pubblica.

Tra le modifiche: distinguere nettamente i ruoli degli organi universitari: consiglio di amministrazione e senato accademico (da rendere l’uno destinato solo alla gestione e l’altro solo alla organizzazione didattica), riduzione del ruolo di partecipazione dei rappresentanti degli studenti e aumento della presenza di membri esterni nel CdA (operazione favorevole se non ben regolamentata a rischi di influenza di lobbies private).

La nomina a rettore con mandato di 6 anni; pensionamento per i docenti a 70 anziché 72 anni; l’obbligo per i docenti di ruolo di garantire almeno 1500 ore di insegnamento e per i ricercatori almeno 350.

Differenze consistenti per il settore dei ricercatori, tra i più duramente colpiti dalla riforma: è prevista la loro assunzione solo tramite concorsi per ruoli a tempo determinato dopo apposito esame abilitativo ma senza apposite strutture di monitoraggio dei meriti (l’agenzia di valutazione non è mai nata, l’ ANVUR; i dati in merito sono fermi al 2003). Il tutto senza garantire a chi ricercatore (e docente) lo è già, magari da oltre dieci anni, prospettive di inserimento reale.

In un quadro di maggiore trasparenza, l’idea della ricerca a tempo determinato potrebbe essere applicata come all’estero, in modo accettabile e forse nell’ambito della tanto propagandata meritocrazia… ma così?

Proprio i ricercatori, stremati da precariato perenne hanno avviato la mobilitazione costringendo molti atenei a rimandare l’avvio dell’anno accademico, senza tuttavia aver ottenuto risposte dal dialogo con il Ministero.

Altre conseguenze di assoluto rilievo riguardano l’intero sistema dei servizi di supporto allo studio (alloggi, mense, benefici) che sarà sicuramente ridimensionato per i tagli previsti, l’aumento delle tasse (ovvio? nessuno lo cita mai) e l’abbattimento delle borse di studio, convertite in prestiti d’onore. Scelta quest’ultima palesemente molto lesiva del diritto allo studio, in un Paese in cui l’accesso dei giovani al lavoro è ampiamente irregolare e in cui non si prevede di intervenire.

Questa in estrema sintesi e da fonti varie e vagliate sembra essere la riforma che ci aspetta. Chi voglia replicare lo faccia liberamente: desideriamo il dialogo con tutti. Parlando da studenti (molti in I Think) a studenti, da cittadini a cittadini, sentiamo che davanti a un quadro come questo sia importantissima almeno un’azione: quella di informarsi. Si possono condividere o meno le scelte di governo, si può o meno in contrasto, ma interessarsi, farsi un’opinione libera e consapevole, esprimerla, ebbene questo crediamo sia democrazia.

http://www.senato.it/ > Leggi e documenti > inserire codice (n. 1790, n.1791 ecc.)
http://www.istruzione.it/web/universita/home
http://www.forumscuole.it/rete-scuole/07attualita/finanziaria-2010/
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dell'istruzione_in_Italia
http://www.nytimes.com/ > “In Italy, Education Protests Spread” By GAIA PIANIGIANI
http://www.oecd.org/ > browse > by country > Italy > Education


ANDREA LUCIVERO

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