il circo non fa bene ai bambini
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ExtraComunitario o ExtraTerrestre? PDF Stampa Email
Venerdì 17 Settembre 2010 07:38
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L’uomo non ha nessun diritto speciale per appartenere ad una razza o un’altra: nella sola parola ‘UOMO’ è racchiuso ogni diritto”.

Josè Martì, poeta nazionale di Cuba


“Quanto mi da fastidio quella parola!” pensa Juanito indignato, ascoltando il Tg mentre si cucina degli spaghetti non senza nostalgia di un bel piatto di riso con fagioli neri, carne di maiale e banane fritte. Da quando vive in Italia è felicissimo di poter mangiare la pasta, che gli è sempre piaciuta tanto, ma la sua cucina, quella cubana e saporita, fatta di pochi elementi ma ricca come nessuna di combinazioni fantasiose, proprio come la vita stessa della sua gente, sulla cui inventiva si basa la sopravvivenza quotidiana, quella cucina gli manca tanto. È viscerale e, come il ricordo inconscio del grembo materno, resta nell’anima con tutti gli odori e i sapori. Una nostalgia tipica in chi abbandona la propria terra, ma abbastanza contrastante nell’animo di un cubano, dove amore per la terra e rancore verso il suo governo sono in un eterno conflitto.
“È una parola così irrispettosa, carica di ansia e paura” si ripete mentre apparecchia la tavola.
Lo fa proprio arrabbiare quella parola che rimbomba ormai nelle nostre orecchie quotidianamente, tra le tante notizie squallide che attraverso il cavo catodico entrano nelle nostre case, in una sinfonia talmente monotona da passare inosservate, insieme a tutti gli altri rumori che fanno da sfondo alla nostra vita. Rumori che, però, ogni tanto ci raggiungono e si fanno ascoltare: a volte tra l’acqua che bolle e il bambino che piange, oppure tra i libri e il computer mentre si prepara un esame, o semplicemente durante quei cinque minuti in cui ti siedi e decidi di staccare il cervello e subire la televisione per non pensare a niente, a volte la sfortuna vuole che proprio in quei pochi minuti in cui la tua mente è disponibile a ricevere qualunque informazione, ti capita davanti unTg qualunque e le notizie ti assalgono con una tale violenza che, verso il termine, ti ritrovi sprofondato in poltrona assalito da incertezza e indignazione, e ti domandi: dove viviamo? Ma che mondo è questo? con occhi sgranati e pupille rotanti dinanzi alle immagini di bambini buttati nel cassonetto dell’immondizia, di sagome di cadaveri disegnate dal gessetto bianco sull’asfalto e, magari, anche qualche macchia di sangue (per la gioia della morbosità collettiva), mentre lo spietato presentatore, con lo stesso calore umano di un rettile, salta da una inquadratura all’altra senza scandire con emozione alcuna la sua implacabile telecronaca che è più simile a un bollettino di guerra pieno di particolari cruenti. E sempre in quei pochi minuti, ti rendi conto che tante altre volte non hai avuto il tempo di inorridire dinanzi alle tragedie quotidiane, che te le sei fatte scivolare addosso chissà quante volte perché….(bolle l’acqua, il bimbo piange ecc. ecc.).
“È questo il loro gioco, vogliono farci credere che questo è normale, che il mondo è così, che non bisogna fidarsi di nessuno –pensa Juanito, cercando di mangiare – “c’è un grande bisogno di identificare qualcuno come colpevole delle proprie azioni, creando così dei mostri, elementi di disturbo fonte di tutte le discordie. “
Sono concetti ordinari che Juanito ormai accetta e riconosce, contento di essere in un paese dove se non altro una persona è libera di informarsi da più fonti e non solo dalla televisione, lui che viene da un paese dove il tg parla e discute di eventi di cinquant’anni fa, internet è proibito e il giornale nazionale è carta igienica. Ma una parola è in grado di indignarlo e farlo sentire ancora un animale in gabbia: ‘extracomunitario’.
Il nuovo male dilagante di questo paese, che si estende a macchia d’olio generando lo stesso sconcerto che sin da tempi antichissimi l’abitante del territorio italico è costretto a fronteggiare da più lati e che, nei secoli, ha assunto diversi nomi e caratteristiche: per i romani erano i barbari, per gli italiani di oggi sono gli extracomunitari, non ben identificabili in un unico paese di provenienza, perché arrivano da ogni parte. Quelli che vengono da nord est ormai sono cittadini della comunità europea quindi, con grande sconforto di molti (vedi il presidente Sarkozy), non si possono più chiamare così e, in carovane, attraversano indisturbati le frontiere. Resta il fronte sud, accesso dall’Africa, da sempre il più trafficato e le cui acque un gruppo di un famoso social network ha consigliato di riempire di affamati squali. Perché quelli si che sono extracomunitari e, sinceramente, danno proprio fastidio al povero italiano!
Arrivano numerosi ogni giorno, sono neri e sporchi e il “bar bar” che parlano, è incomprensibile ai più.
Extracomunitario è il termine per indicare il grado di gravità di un evento di cronaca, la causa prima di disordini e paure seminate per le strade delle grandi città; un disagio che cresce in tutta la penisola, assumendo sfaccettature differenti e sullo sfondo di scenari anche illusori: il fatto che città come Roma e Milano siano piene di gente non italiana, non significa infatti che questo sia un paese multirazziale. Extracomunitario è una nuova specie, perché non si tratta di una razza, ma di un insieme di etnie differenti che, non abitando il territorio della comunità europea vengono così definite. Quando è arrivato in Italia, una delle primissime cose che Juanito ha chiesto a sua moglie di spiegargli è stata perché tutti si rivolgessero a lui con questo termine. “Allora anche agli americani li chiamano extracomunitari?”. Che bella domanda. A pensarci, a nessuno verrebbe in mente di chiamare un newyorkese extracomunitario. Così lei gli aveva raccontato di una sua amica di New York, che per qualche anno ha vissuto qui in Italia. Un giorno le due amiche erano in treno, quando giunse il controllore e si rivolse prima a sua moglie, “biglietto prego, grazie signora, buona giornata”, quindi si rivolse alla ragazza americana e le chiese” Ce l’hai il biglietto?”(gridando come se la poveretta fosse sorda, chissà perché molti si rivolgono allo straniero con urla e gesti come se avessero davanti un sordo) e ancora”Fammi vedere un documento”, alchè sua moglie gli chiese quale fosse il problema e lui, maleducatissimo, le rispose“ Per favore signora, non si intrometta”, continuando a revisare il documento della sua amica finchè, tra vari stenti dovuti alla sua scarsa esperienza con passaporti internazionali (motivo per cui è a lui che forse bisogna parlare a urla e gesti), riuscì a leggere United States of America, New York, sicchè la guardò e le disse “Ah, mi scusi signora, tutto a posto. Grazie arrivederla”. Promossa! La provenienza americana le fece meritare di essere chiamata signora e che le si rivolgessero con il dovuto “lei”. Per inciso, la ragazza americana ha la pelle nera e lo sprovveduto controllore aveva creduto che fosse africana, senza biglietto, magari clandestina. Non aveva capito che viaggiava in compagnia di un’italiana, ed essendo ormai convinto che tutti i neri siano africani e pertanto clandestini (e pertanto senza biglietto) la sua nuova missione è quella di sventare reati diplomatici. Nei mesi a venire, Juanito avrebbe preso tanti di quei treni e tante di quelle volte, non avendo la macchina, che di queste scene gliene sarebbero capitate tante e si rese conto che gli stessi africani lo scambiano per uno di loro e tutti lo salutano con un Salam aleikom.
Sia ben inteso che nessun sentimento razzista lo porta ad indignarsi di questo, ma un pensiero ben più profondo, che subito aveva preso piede nella sua testa, soggiornando in Italia: a differenza di Cuba, dove tutte le razze coesistono senza che nessuno ci faccia ormai caso, l’Italia è un paese essenzialmente italico in cui tutti sono bianchi, con capelli neri o biondi, ma bianchi di pelle, e chi ha un colore o tratti somatici diversi, è effettivamente qualcuno che vive al margine della società, in un contatto fatto ancora di molte regole, convenzioni e pregiudizi, che pervade il paese da nord a sud, in modi e tempi differenti.
Yo vengo de todas partes y hacia todas partes voy”
Juan Pedro Gutierrez, 30 anni, nato nella provincia di Las Tunas, nell’oriente cubano, dopo aver visto tanti aerei prendere il volo da Santiago verso mete sconosciute e solo immaginate, era finalmente su uno di quei bolidi del cielo, comodamente seduto con un biglietto di sola andata verso la libertà. La notte dei Caraibi andava scomparendo ed una luce abbagliante lo aspettava sulla linea dell’orizzonte, il sole era già alto sull’altra faccia dell’emisfero.
Non c’era solo la donna che ama ad attenderlo in Italia: c’era la sua nuova vita, in un paese democratico, dove finalmente, dopo tanti sacrifici, sarebbe stato parte di qualcosa, avrebbe coronato il suo sogno professionale e creato una bellissima famiglia.
Rivedeva il volto di sua madre mentre lo salutava in aeroporto, in lacrime ma felice per lui. E questo gli ricordò l’intera storia della sua vita, che ripercorse durante il volo, tornando indietro a quando aveva solo 12 anni e sua madre, che aveva saputo dare la giusta importanza alla sua grande curiosità e voglia di apprendere, si privò del suo unico figlio maschio, sola con altre due figlie, mandandolo in una scuola migliore di quella che offriva Las Tunas, ovvero nella escuela en el campo di Holguin. Le scuole del campo si chiamano così perché isolate dai centri abitati, ma anche perché oltre ad educare i giovani cubani con l’insegnamento teorico, si insegna loro ad essere parte di un paese socialista, attraverso il lavoro nei campi. Juanito ripensò a quegli anni bellissimi, alle amicizie che strinse in quella scuola che tuttora lo circondano, ai suoi successi di studente, sempre tra i migliori, sempre assetato di cultura. Sempre convinto che poteva fare ancora meglio di così.
Poi l’università, la determinazione, la facoltà di ingegneria industriale, la decisione di andare a vivere da solo a La Habana. Che, detto tra noi, è come se un ragazzo di Avetrana che ha frequentato le scuole a Manduria, si iscrivesse all’università di Milano senza essere mai stato neanche a Bari.
L’impatto è devastante, la gente è tantissima e tutti, ma proprio tutti, hanno un gran da fare, nessuno ti guarda, nessuno ti parla, tutto è più grande, più rumoroso, più difficile perché nessuno ti conosce e la vita è una lotta quotidiana.
Ripensò a quelle notti successive alla laurea, quando diventò docente della facoltà di ingegneria, ma perse l’alloggio di studente. Quelle notti in cui aveva dormito sulla tettoia della fermata dell’autobus, con la valigia, e il giorno seguente, dopo averla nascosta tra gli alberi, andava a tenere le lezioni, finchè un collega non si era talmente indignato di vederlo così che gli offrì casa sua. Si perché a Cuba il bello è questo: la solidarietà del cubano. È come se tutti fossero sulla stessa barca che sta affondando, naufraghi da anni sono in bilico ma non affondano. E l’unica cosa che si può fare è essere solidali gli uni con gli altri, perché l’aiuto che oggi ti chiedono domani servirà a te, ma soprattutto perché la sfortuna di essere nati tutti insieme su quel pezzo di legno consumato che galleggia tra l’Atlantico e il Mar dei Caraibi è qualcosa che li lega indissolubilmente. Quindi, dopo il periodo di insegnamento, il master e il lavoro in una delle più grandi aziende del governo. Un signor ingegnere con 40 dollari di stipendio al mese, le scarpe rotte e i pantaloni scoloriti. Lo inteneriva l’ingenuità con la quale sua moglie gli diceva che la vita in Italia è complicata. Lui che prendeva dieci autobus al giorno perché il posto in cui dormiva era lontano da quello in cui lavorava e lontanissimo da quello in cui mangiava.Sorridendo di quest’ultimo pensiero, si era addormentato, pensando che niente potrà mai essere peggio del suo passato, vissuto in un’isola i cui governanti tra tante menzogne e false promesse, rubano l’anima alla propria gente, rendendoli partecipi e protagonisti di un grande fracasso, lo stesso che imperversa sull’antico splendore delle sue case e delle sue ricchezze naturali.
Si, Juanito si lasciava la notte alle spalle. Una notte scura.
 
Erano passati ormai ben 14 mesi dal suo arrivo, e di un lavoro neanche l’ombra.
Oramai non sapeva quanti curricula aveva mandato, a quanti annunci aveva risposto, quanti rifiuti aveva ricevuto.
Ogni annuncio riportante la frase “Cercasi ingegnere” veniva intercettato voracemente da Juanito che, puntualmente, si presentava al colloquio dove, con altrettanta puntualità, gli veniva chiesto con sospetto per quale motivo si fosse presentato.
E ben presto, il dialogo con la gente diventa monotono, giorno dopo giorno gli eventi si ripetono, tanto che lui arriva a classificare i suoi interlocutori in tre categorie e in questo non alberga nessun tipo di pregiudizio visto che Juanito è ancora alla ricerca di chi possa smentirlo, con grande fede.
La prima tipologia appartiene alla persona che conosce Cuba o ne ha sentito parlare. L’ ha incontrata spesso nei luoghi pubblici, ma anche in sede di colloqui di lavoro. Essenzialmente alla parola Cuba corrisponde un immediato “Ci sono stato/ci è stato mio fratello/amico/cugino. Le donne sono belle eh?? Ehh??”con tanto di occhiolini, gomitini e ammiccamenti espliciti, ai quali seguono inevitabilmente fiumi di battutine ovvie e degradanti sui facili costumi delle sue connazionali, la maggior parte delle quali manda avanti il paese e possiede una professionalità che nessuna delle nostre ministre si sogna, godendo di diritti e di uguaglianza pura e non solo dichiarata con il genere maschile, fatto sconosciuto agli appartenenti alla categoria, i quali credono di poter affermare che le cubane sono tutte prostitute (o tendenzialmente disposte ad esserlo) solo perché nei loro viaggi nell’isola, che somigliano più che altro a delle spedizioni punitive, si limitano a subire la realtà della strada, della città notturna, nella quale il fenomeno della prostituzione è talmente complesso che neanche gli eminenti studiosi di storia e fenomeni antropologici e sociali si azzardano di poter circoscrivere a definizioni che in ogni caso risultano troppo limitative. Juanito lo sa bene, così come conosce bene le abitudini degli italiani nel suo paese, avendo per tanti anni osservato le loro scorribande in discoteca o per le strade de La Habana Vieja, accompagnati da ragazzine o donne bellissime, a cui solo interessa il denaro e cinque minuti di benessere. Quasi nessuno di loro si è mai interfacciato con la società e la sua quotidianeità, con i milioni di persone che vivono in maniera dignitosa e possiedono una cultura per certi versi ineguagliabile. La prostituzione è un fenomeno antico e mondiale, non esiste solo a Cuba, eppure solo in questo paese diventa motivo di generalizzazione per bocca dello straniero. In questa stessa categoria Juan ha inserito una sottocategoria, quella degli esperti, ovvero coloro che recandosi a Cuba un paio di volte all’anno (per diverse ragioni poco edificanti), pur non capendo una parola di spagnolo e di cubanismi vari, si sentono ormai di casa e azzardano opinioni sulla società cubana e la situazione politica, dicendo cose del tipo “ A Cuba stanno bene perché lavorano tutti” o “Il cubano sta bene solo a Cuba perché fuori si lavora sul serio” e quella che Juanito odia più di tutte “Il cubano si lamenta sempre ma, in fondo in fondo, ama el Lider”, con quell’aria di chi è sicuro di avere capito tutto e ti sta rivelando il mistero della pietra filosofale.
Quanti ne avevano incontrati lui e sua moglie durante i viaggi di lei, sicuri di sé mentre venivano raggirati senza neanche rendersene conto, dalla simpatica ladroneria cubana, basata su pochi spiccioli, quisquilie nelle tasche di un pomposo straniero.
La seconda tipologia è quella del romantico ignorantone, quello che confonde Cuba con tutto il resto dei Caraibi e, perché no, dell’intero continente americano del sud, e che identifica la latinità con la gioia, il ballo e il movimento dei fianchi. E di qui le classiche “Ah Cuba! Beeello, lì ballate sempre” oppure quella che a Juanito fa proprio imbestialire “siete sempre allegri” e “senza problemi”.
Quindi, nella terza categoria, ci sono quelli che di Cuba non sanno nulla e non ne vogliono sapere nulla. Per Juanito è stato molto difficile credere alle sue orecchie quando gli è stato chiesto se Cuba non confini per caso con l’Argentina e se lì si parla il “brasiliano” da persone laureate con il fatidico centodieci e lode.
Infine, le tre tipologie sono accomunate dalla diffusa idea che la laurea di un cubano sia priva di valore o, comunque, non potendola inserire nel sistema centodiecimetrico decimale, sicuramente meno qualificata di quella di un italiano. Una volta un influentissimo addetto alle risorse umane di una grande azienda, tra i discorsi goliardici suddetti (ai quali per altro Juanito non prendeva mai parte, cercando di smorzarli con la sua indisposizione) gli chiese se fosse davvero laureato in ingegneria, “no sai perché lì da voi, ai Caraibi, chiamano ingegnere anche un semplice idraulico”.
E questo sicuramente doveva averlo appreso in qualcuno dei suoi illuminanti pacchetti-vacanze, peccato non ricordasse neanche in quale isola erano andati lui e la sua amante lampadata. (vedi la seconda tipologia).
Per cui alla fine, il discorso del colloquio andava a farsi benedire, “C’è la crisi! Non c’è lavoro neanche per noi (figuriamoci per te!) però sai che ti dico? Ho avuto una grande idea: perché non ti apri una scuola di ballo latinoamericano?”
Questo era il consiglio più gettonato. E lui tra l’altro ancora non riesce a capire di che ballo si tratti, perché è un termine che in tutta latinoamerica nessuno usa.
E così tornava a casa, ad ogni colloquio sempre più sconfortato, pensando a quello che avrebbe realmente voluto dire al suo interlocutore, immaginando di chiedergli se lui avrebbe mai consigliato a suo figlio, dopo anni di duro studio e la laurea, di andare a fare il pizzaiolo perché “c’è la crisi”.
E in certi momenti, non voleva ammetterlo neanche con sé stesso, ma si chiedeva cosa diavolo ci facesse lui in questo paese così ostile, sentendo una nostalgia che lo ripugnava, perché sapeva bene che Cuba non ha nulla da offrirgli, ma non gli ha mai negato la dignità e il rispetto per il suo lavoro e il suo livello di istruzione.
Cercava di trattenere l’impeto con il quale voleva dire a quella massa di ignoranti che Cuba ha un sistema universitario invidiabile, che i laureati dell’università de La Habana hanno le porte aperte in tutto il mondo e che l’industria italiana è talmente arretrata, così composta com’è da aziende a conduzione familiare, che nessuno di loro poteva permettersi di giudicarlo incompetente, perché gli stessi imprenditori con i quali si relazionava non avevano messo mai piede in una università.
Il modo migliore di fare è fare”
Intanto sua moglie aveva perso il lavoro al call center, cosa di cui non si sapeva se essere tristi o gioire visto che dopo quasi due anni si stava per friggere il cervello, lei laureata in lettere classiche, in coda per fare una supplenza e sognando una vita da precaria, telefonista intervistatrice per ricerche di mercato.
E così si verificò la più temuta delle ipotesi: accampamento in casa dei suoceri, anzi della suocera.
E nei mesi a seguire Juanito fece la conoscenza del tipico matrimonio all’italiana, ovvero io, mammeta e tu.
Le giornate erano pervase da una frustrazione perenne, ore al computer inviando il suo curriculum per tutti i tipi di lavoro che pensava di poter fare.
Ne aveva creati tre: quello di ingegnere, quello di maestro di balli latinoamericani (aveva ceduto a usare quel termine), quello di maestro di spagnolo madrelingua.
Ne aveva infine un quarto, in cui si dichiarava commesso esperto (perché durante gli anni universitari aveva svolto tirocinio come capo della logistica di un grande magazzino…un ruolo di così alto livello che pensò di potersi permettere una piccola bugia!).
Juanito sorride se ripensa a quante volte è andato a proporsi come insegnante di ballo e nessuna delle persone che tengono questi corsi gli ha mai chiesto di vedere almeno come balla!
Insomma questa gente insegna balli cubani, ha le bandiere di Cuba dipinte sulle pareti della palestra, ma non sa assolutamente nulla di Cuba. Ascoltano musica che non ascolta più nessuno nell’intera america latina, insegnano balli che non somigliano neanche lontanamente alla salsa cubana. Non solo. Hanno la possibilità di vedere un cubano, vero, in carne e ossa, che sa ballare, e non ne hanno la minima curiosità.
Una volta in una discoteca dove si ballava salsa, gli dissero che non sa ballare e che andava fuori tempo. Una delle tante volte in cui tornò a casa ridendo, ma con un retrogusto amaro che ancora non lo abbandona ogni volta che qualcosa del genere si verifica.
Lui e sua moglie percorrevano in lungo e in largo la città, uscivano sfiniti da colloqui che terminavano in discorsi farneticanti di chi stava dall’altra parte e si credeva molto più esperto di loro, tornavano a casa stanchi morti con i piedi gonfi e la suocera pensava che fossero andati in giro a passeggiare per negozi.
Trincheras de ideas valen más que trincheras de piedra”
Il sangue gli bolliva ogni volta che lei, approfittando dell’assenza di sua figlia, andava a fargli un discorso sul lavoro, sul fatto che doveva impegnarsi di più, che invece di passare il tempo al computer doveva uscire a cercare lavoro.
A sua moglie non lo ha neanche mai detto, perché sa che lei crede in lui, che parlarle del male psicologico che gli faceva sua madre era inutile, avrebbe solo creato maggiore attrito tra le due. Per intenderci, la suocera rientra nella terza categoria, cioè che non conosce e non vuole conoscere e l’unica cosa che le interessa è che se ne vadano e che non debba dire a sua figlia “te l’avevo detto che stavi facendo una fesseria a sposarti uno straniero, così diverso da noi”.
Juanito spesso si chiede come sia venuta fuori una come sua moglie da quella famiglia così mediocre.
Lo avevano accolto, ma con riserva: della serie “sei dei nostri, ti vogliamo bene, ma prima o poi sbaglierai qualcosa, ti teniamo d’occhio”. Tuttora non lo conoscono, nessuno si è mai veramente interessato a conoscerlo, a sapere chi è Juan Pedro, cosa pensa e cosa sa fare.
Come molti, pensano che questo ragazzo debba loro rispetto per il semplice fatto che lo hanno accolto in un paese “civile” e del primo mondo, come se Juanito venisse da una jungla lontana, non pensano che ha lasciato indietro la sua famiglia che ama, i suoi amici, la sua bellissima terra e che non lo avrebbe mai fatto se non fosse per le ingiustizie quotidiane perpetrate dal governo.
Lui è solo uno straniero che si è sposato quella testa calda della loro figlia, la quale ha sempre dato problemi e sempre ne darà, con quel suo carattere ribelle. Entrambi sono guardati con un misto di pena e di supponenza, ai loro discorsi a tavola seguono dei silenzi che sono più pesanti di mille parole.
L’unica persona che Juanito apprezza con il cuore è la nonna, pietra miliare della casa, che ha sempre una parola buona per lui e che, nonostante i suoi 82 anni e gli acciacchi, è curiosa e vispa e gli fa mille domande sul suo paese, come nessuno gliene fa mai, preoccupata di sapere cosa c’è e cosa non c’è a Cuba, per poter fare un paragone ideale con l’Italia e anche per visualizzare l’ambiente dal quale proviene il suo nuovo nipote.
Lui ama quella vecchietta grassottella che non si da pace per il fatto che non gli piace la mozzarella. Assieme a sua moglie, è l’unica persona che lo appoggia sempre e crede in lui in questo paese dalle porte tutte chiuse.
Spesso si sedevano, solo loro due, a chiacchierare sul balcone di casa. E i discorsi avevano un che di surreale, perché tra l’italiano spagnoleggiante di lui e quello dialettale di lei, avevano creato un linguaggio nuovo, tutto loro.
Un giorno lei gli chiese : “Ma c’è Gesù a Cuba?” e Juanito, trattenendo una risata, da buon cubano le rispose “Nonna! A Cuba c’è tutto! C’è Gesù, la Vergine Maria e i santi Orishas” e cercò di spiegarle senza successo come i santi cubani fossero gli stessi santi cattolici, solo con nomi diversi.
Durante i mesi vissuti in casa dei suoceri, Juanito non ha sempre ricevuto dei rifiuti nei luoghi di lavoro in cui si è proposto. È stato cameriere, barista, lavapiatti, grazie anche alla coincidente stagione estiva, al termine della quale riuscì a farsi assumere come insegnante madrelingua di spagnolo in una scuola di lingue, dove lo pagavano talmente poco da non potersi permettere niente, neanche di uscire a mangiare una pizza o a bere una birra come fanno i loro amici tutte le settimane.
La libertad cuesta muy cara, y es necesario, o resignarse a vivir sin ella, o decidirse a comprarla por su precio”
L’Italia è un paese con un passato storico che, invece di instillare saggezza nel suo popolo, come è accaduto con il popolo tedesco, ha lasciato molta incertezza e pareri discordanti. Per intenderci, in Germania il ricordo di Hitler è qualcosa che la gente pronuncia sottovoce, con vergogna, pur non avendone ad oggi alcuna colpa.
In Italia invece, una buona parte del popolo ha una insana nostalgia del duce Mussolini, delle sue grandi opere e delle sue improbabili orazioni pubbliche. Nella stessa politica, questo alito di fascismo, permea ancora le idee e le azioni di certi governanti i quali rappresentano, ovviamente, quella parte di popolo che ricorda quegli anni, anche quando non li ha minimamente vissuti, con orgoglio. Juanito ha visto locali in cui erano esposte le foto del duce e le bottiglie del vino di Predappio con le sue frasi più emblematiche. E allora capì.
Poco a poco Juanito capì perché è tanto difficile inserirsi nel mondo del lavoro e affermarsi con le proprie competenze come chiunque si aspetterebbe di fare in un mondo democratico e normale.
È tutto un gioco basato sulle apparenze e i pregiudizi, l’abito che fa il monaco e, in questo caso, il corredo genetico.
In Italia non esiste un’immigrazione proveniente da paesi sviluppati economicamente. Nessuno viene in Italia a intraprendere una carriera professionale o ad arricchire le proprie esperienze lavorative. Semmai è il contrario, basti pensare al cosidetto fenomeno dei cervelli in fuga. L’immigrazione quì si basa su persone provenienti da paesi del terzo mondo o ampiamente sottosviluppati, tanto che lo stesso dizionario della lingua italiana dà una definizione della parola extracomunitario assolutamente singolare:
extracomunitario [ex-tra-co-mu-ni-tà-rio] agg., s. (pl.m. -ri)

agg. Che non fa parte della Unione europea; estens. che non fa parte dell'Europa: i paesi e.

s.m. (f. -ria) Chi proviene da paesi non facenti parte della UE; estens. chi proviene da fuori Europa; in particolare, in modo improprio, ma diffuso, straniero proveniente da paesi poveri che emigra e vive, il più delle volte clandestinamente, in paesi occidentali.

In un paese in cui l’informazione è ridotta a notizie farcite da pressapochismo e dati talmente erronei da generare, necessariamente, un’ondata di ignoranza, il povero cittadino è ridotto, spalle al muro, a credere che lo straniero è cattivo, il bianco è buono, lo zingaro è ladro e il romeno suona la fisarmonica.
Perché qui arriva solo questa parte di gente, disperata e allo sbaraglio. E nel caso dei cubani, quelli che vengono quì solitamente hanno sposato un/una italiano/a, solitamente ricco e sono di quei cubani che, non avendo ricevuto istruzione universitaria, continuano a vivere di espedienti come sono sempre stati abituati a fare, in maniera onesta, ma sfruttando la propria immagine esotica, dando alla gente quello che vuole, materializzando un pregiudizio. Pochi sanno dei milioni di cubani sparsi nel mondo, che lavorano e hanno carriere professionali di tutto rispetto e contribuiscono a mandare avanti paesi capitalisti. Nessuno pensa alle migliaia di cubani che abbandonano l’isola con la morte nel cuore, perché andarsene significa arrendersi, smettere di lottare per cambiare la situazione, perché la vita è una ed è troppo breve per trascorrerla a lottare contro chi non dà alcun segno di voler cedere. “E quì- si dice Juanito- italiani e cubani sono più simili di quanto non pensino”. Si perché non c’è nessuno che ami la propria terra quanto chi decide di abbandonarla. Perché chi subisce e diventa indolente dinanzi alle ingiustizie quotidiane, non ama il proprio paese. Chi invece soffre e combatte, non si arrende e ogni giorno cerca di instaurare nuovi dialoghi e di dare un esempio migliore, è chi sente nel cuore l’appartenenza ad una terra e non accetta di vederla morire. Per questo quando decide di lasciarla lo fa con la triste consapevolezza di aver scelto, egoisticamente, di vivere la propria vita altrove piuttosto che essere martire. Il male fonte di tutti i mali è l’ignoranza, l’incapacità di fermarsi a pensare che una persona, da qualunque parte del mondo provenga, ha una storia, un passato, delle idee e dei sentimenti. Si dice sempre che viaggiare apre la mente. Accogliere uno straniero è la stessa cosa: tutti hanno qualcosa da insegnarci, sempre. La conoscenza è questa. E un paese in cui più culture e razze convivono pacificamente insieme è un paese più ricco, in tutti i sensi. È giusto preoccuparsi di rendere vivibili e sicure le propre città, ma non solo per i propri cittadini, bensì per tutti gli esseri umani che vi mettano piede. Un paese veramente libero è quello che ha saputo aprirsi e confrontarsi e, soprattutto, arricchirsi attraverso la diversità. L’Italia è uno dei paesi più belli del mondo ma non differisce molto da un paese come Cuba, dove l’egoismo e la sete di potere della classe dirigente, prevale sul bene comune, umiliando la propria gente e impedendone la crescita. L’arte italiana è unica al mondo, le bellezze paesaggistiche e le opere disseminate per tutta la penisola, sono pagine di storia e patrimonio dell’umanità. Eppure cadono a pezzi, urlano aiuto e pietà e chi se ne occupa resta sempre una silenziosa minoranza. Sono parte di ognuno di noi, e chi non ama sé stesso non può amare gli altri.
Adesso che sono passati diversi anni, Juanito ha imparato a conoscere la terra che lo ospita, non rinuncia mai al dialogo costruttivo e, con fraterno affetto e comprensione, spiega sempre il suo punto di vista perché ha capito che l’italiano è prigioniero dei suoi pregiudizi ma è capace di smontarli tutti e di superarli. Come? Conoscendo e mettendo da un lato la paura. È un processo molto lungo, che il paese deve compiere principalmente su sé stesso, educando la propria gente a saper utilizzare la propria libertà. Solo apprendendo il valore enorme della propria libertà se ne può fare un uso più sapiente. Per ogni italiano la cui fiducia riesce a conquistare, Juanito si dice che, come un passaparola, questa si allargherà ad altri, che lo accoglieranno come essere umano e non come extracomunitario, perché lui sa bene che il più grande errore che possa fare è generalizzare, credere che tutti gli italiani siano uguali. Lui sa che non è così e che un giorno il colore della pelle di un uomo non sarà mai più importante del colore dei suoi occhi (cit).
Hay en el hombre conocimiento íntimo, vago, pero constante e imponente, de un gran Ser Creador” Josè Martì
Le giornate trascorrevano lente, una sera mentre se ne stava seduto con la nonna guardando le scazzottate di Walker Texas Ranger, lei si sentì male e dovettero portarla d’urgenza in ospedale.
Era da un paio di mesi che non si capiva cosa le prendesse, era molto dimagrita e le sue guanciotte piene e grassottelle erano scavate. Un cancro.
Non glielo dissero, non volevano farle trascorrere i suoi ultimi giorni con quella consapevolezza. Ma lei lo sapeva.
Prima di morire, disse a Juanito che non sarebbe andata da nessuna parte se non avesse visto “sistemati” lui e la sua adorata nipote. Il giorno dopo giunse una telefonata da parte di una delle tante agenzie interinali alle quali avevano lasciato le proprie credenziali. Per la prima volta in quasi due anni, lo chiamavano per un colloquio. Cercavano un ingegnere che avesse le competenze di Juanito ed erano disponibili ad un incontro immediato, a duecento kilometri di distanza. Per la prima volta, sembrava che nessuno badasse alla sua nazionalità o al colore della sua pelle.
Con le lacrime agli occhi si salutarono, lui andò a prendere il ltreno, sapendo che non avrebbe rivisto il sorriso della nonna al suo ritorno.
Verso sera la telefonata di Juanito “ Mi hanno preso”
E lei spirò. Quella notte, Juanito ne è certo, Gesù Cristo, la Vergine e i santi Eleggua e Babaluaye si incontrarono, e si misero d’accordo sul giusto scambio, ristabilendo insieme l’equilibrio cosmico. Dando uno schiaffo alla diversità, che non esiste, perchè è solo un concetto inventato dall’uomo, per paura.
Alessandra Del Vecchio
16 settembre 2010




 


 

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