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Trainspotting 2: operazione commerciale o pura nostalgia?

trainspotting2locandinaMark Renton per svariati motivi si ritrova a dover tornare ad Edimburgo, dopo aver vissuto per decenni ad Amsterdam. Qui incrocerà di nuovo la sua strada con i vecchi amici di un tempo: Sick Boy, Spud e Frank Begbie. Per gli appartenenti ad una determinata generazione, quella di coloro che erano adolescenti o poco più all’epoca dell’uscita di Trainspotting, questo Trainspotting 2 (tratto dal libro Porno, sempre di Irvine Welsh) era un film “pericoloso” a cui avvicinarsi. Pericoloso perché il ricordo di un’opera a tratti sovversiva, ma soprattutto decisiva nel raccontare senza filtri un’epoca, un sistema, un periodo, una generazione appunto, poteva essere decisamente rovinato da qualcosa che poteva risultare a conti fatti una pura operazione commerciale, come spesso capita parlando di sequel, prequel, remake e compagnia danzante.

Non neghiamo che, a conti fatti, dopo la visione, la sensazione che di questo si sia trattato può risultare a volte preponderante, soprattutto se consideriamo gli sfiancanti, retorici e ridondanti, oltre che didascalici, flashback di alcuni dei momenti più salienti e più “cult” della prima pellicola (alcune scene sono state ruffianamente riproposte ex novo in questo sequel), ma soprattutto i banalissimi momenti in cui si va a ritroso fino ad arrivare addirittura all’infanzia di Renton e soci.

L’effetto nostalgia, quindi, è fortemente voluto, forse proprio per accontentare quei fan del primo film che potevano sentire puzza di operazione commerciale. Fatto sta che la nostalgia viene eccome, ma solo per la portata significativa di Trainspotting rispetto a quella di Trainspotting 2 che purtroppo paga lo scotto di vedere la luce in un’epoca che fagocita tutto alla velocità della luce, senza possibilità di soffermarsi su nulla (del resto il monologo di Mark che riprende il “scelgo la vita” del primo film, spiattellato senza un minimo di coerenza, ma solo perché andava fatto, cercando di dare appunto quello spessore e quel sostrato di sottotesti che ci si aspettava da un lavoro del genere, rimanda proprio alla “fulmineità” della società moderna).

Ma ignorando i confronti con l’opera di riferimento e la staticità quasi allarmante di tre dei personaggi principali (Mark, Frank e Sick Boy) che dopo vent’anni continuano a perpetrare azioni e ragionamenti (senza considerare che stiamo parlando di quarantenni inoltrati), possiamo davvero considerare Trainspotting 2 un film totalmente disastroso? La risposta è no, perché lo stile di Boyle è sempre apprezzabile, a partire dalla regia sempre molto particolare (zoom, ralenti, compisizioni inusuali dell’inquadratura e tanti altri espedienti sempre utilizzati nel migliore dei modi), fino ad arrivare ad un montaggio e ad un utilizzo della colonna sonora sempre molto indicato. Ma la cosa più “accattivante” di questo secondo film, a conti fatti, rimane il personaggio di Spud e, soprattutto, la sua “parabola” e il suo percorso che, almeno in questo caso, tiene conto del passare del tempo e della necessità di trovare un proprio posto nel mondo (cosa che aveva tentato di fare Mark nel finale del primo film, resettando tutto in questo). Un percorso che assume dei contorni poetici e che riesce anche ad emozionare lo spettatore, molto più dei sunnominati flashback al tempo stesso nostalgici e ruffiani.

ALESSANDRA CAVISI

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