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Passione TV (il cinema nel piccolo schermo) – 42 – The Leftovers

locandinatheleftoversThe Leftovers: l’elaborazione del lutto e la consapevolezza di dover andare avanti

Il 14 Ottobre il 2% della popolazione svanisce letteralmente nel nulla senza più tornare indietro. Il resto della popolazione dovrà fare i conti con questo evento inspiegabile e con la “dipartita” dei propri cari. Alcuni dei sopravvissuti si uniranno alla setta dei Guilty Remnant, composta da persone che vestono esclusivamente di bianco, fumano in continuazione e non parlano più, esprimendosi solo scrivendo. Gli altri, tra cui Kevin, il capo della polizia di Mapleton e Nora, una donna che ha perso i due figli e il marito in questo evento, cercheranno di andare avanti con molte difficoltà.

Dopo l’”evento” Lost che lo ha portato ad essere uno degli sceneggiatori più amati e più odiati al tempo stesso della storia delle serie tv, Damon Lindelof ci ha riprovato con questa serie che, nonostante la qualità formale e lo spessore più elevati rispetto all’altro telefilm, ha molti punti in comune con il prodotto targato Abc che ha spaccato in due il mondo degli appassionati.

Anche qui, infatti, si riflette, molto profondamente, molto soffertamente e molto intelligentemente, sulla fede contrapposta alla razionalità, sul dolore e sulla perdita, sull’espiazione dei propri peccati e sull’esigenza primaria di condividere il proprio viaggio con qualcuno.

Anche qui ci sono degli eventi misteriosi e soprannaturali, ma a differenza dell’opera con protagonisti John Locke, il “fedele” e Jack Shepherd, lo scettico, sono solo un “deus ex machina”, uno “spunto” di partenza su cui imbastire un impianto “filosofico” che porta con sé un carico emotivo non indifferente, in certi momenti persino difficile da reggere.

Il merito principale va a due aspetti fondamentali di questa serie: le musiche di Max Rithcer, sublimi e commoventi (le sue note che accompagnano i primi piani dei personaggi o i momenti più drammatici del loro percorso, faranno sciogliere i cuori più duri) e le performance degli attori protagonisti, straordinariamente calati nelle sofferenze, nei dubbi, negli slanci e nella disperazione dei personaggi che interpretano.

theleftovers1Il racconto è suddiviso in tre stagioni, ognuna delle quali ha un’ambientazione diversa, tanto che persino la sigla di apertura varia col variare dei “punti di vista” e ci sono una serie di episodi “monografici” dedicati ad alcuni personaggi fondamentali, oltre ai due protagonisti principali (portati sullo schermo con una potenza raramente vista in tv da Carrie Coon e Justin Theroux).

Oltre a Kevin, sempre più spaesato in un mondo di follia e oscurità, in cui non riesce più a vivere e sempre più impossibilitato a “comprendere” se non facendo dei particolarissimi “viaggi” all’interno della sua coscienza, tra la vita e la morte (viaggi per i quali, in un clima di fanatismo estremo e a volte quasi ridicolo, verrà scambiato per il nuovo messia, l’unico in grado di tornare in vita dalla morte e per questo di salvare l’umanità in pericolo); oltre a lui, dicevamo, e a Nora, la razionalità fatta a persona, la donna che vuole andare avanti a tutti i costi senza soffermarsi sul dolore provato per la perdita dei due figli e del marito, col risultato di seppellire nel suo inconscio tutto ciò che non riesce a spiegare e tutto ciò che non vuole provare; The Leftovers ci fa entrare in contatto e in profonda empatia con una serie di personaggi che ci mettono di fronte a noi stessi, alle nostre convinzioni, al nostro modo di affrontare la vita e i rapporti interpersonali.

Tra questi un cenno particolare lo meritano Matt, il fratello di Nora, reverendo accecato dalla fede, tanto da arrivare ad avere deliri allucinatori e fantasie bibliche che sfiorano il patologico (un Christopher Eccleston in stato di grazia che negli episodi a lui dedicati ci lascia sempre di stucco) e Laurie, l’ex moglie di Kevin, per tre anni “prigioniera” di un dolore che l’ha portata a far parte dei Guilty Remnants e poi unica vera “ancora” di salvezza che cercherà di mantenere tutti coi “piedi per terra”.

Loro due, le loro parabole, il loro percorso di formazione, ma sarebbe più giusto dire di presa di coscienza di se stessi e di quello che si può o non si può lasciare “andare”, sono l’ago della bilancia di questa serie e di quello che sta a rappresentare. Perché se è vero che viene preso di mira e anche deriso l’estremo fanatismo religioso è anche vero che alla fine i deliri di Matt, nonostante sfiorino il ridicolo involontario, spesso gli danno inaspettatamente ragione; così come se è vero che gli sforzi di Laurie di riportare tutti alla “ragione”, di razionalizzare su ciò che di razionale non ha nulla sono condivisibili, è anche vero che gli stessi finiscono con una consapevolezza circa il fatto che non tutto si può controllare e a volte bisogna lasciare gli altri attraversare la loro “follia”, per far sì che ritornino a sé e ai propri cari a loro modo.

Non è un caso che abbiamo utilizzato spesso le virgolette nella disamina di quello che questa serie trasmette con profondità e grande maturità, oltre che con slanci emotivi che difficilmente lo spettatore riuscirà a controllare. Non è un caso perché la serie è attraversata da mille allegorie, alcune più scoperte, altre meno, alcune prese volutamente alla berlina, altre approfondite con sguardo critico, senza mai dare però una soluzione.

theleftovers2Perché in realtà una soluzione non esiste, ogni risposta può essere quella giusta, se non imposta da altri, ma trovata da sé, a costo di sofferenze e perdite non indifferenti. Perché The Leftovers in realtà, cosa dimostrato dal finale poetico, toccante e al tempo stesso molto semplice, è una storia d’amore, amore “universale” e amore “particolare” ed è un percorso di formazione che anch’esso da macrocosmico diventa microcosmico (seguendo le vicende dei personaggi principali appunto).

Non si può e non si deve poter spiegare tutto, insomma, e soprattutto, in quella che è l’elaborazione del lutto e della perdita (motivo portante della serie con la scomparsa del 2% della popolazione, evento sovrannaturale che non verrà mai spiegato, proprio perché ciò che interessa e capire come vanno avanti i “rimasti”), non si deve cercare a tutti i costi un perché, ma trovare altre risposte dentro se stessi e dentro le persone amate per andare avanti.

Miglior Episodio

2×08 – International Assassin

theleftoversinternationalassassinTra le vette più alte raggiunte da questa serie, composta solo da vette altissime, ci sono gli episodi in cui Kevin si trova in una sorta di “dimensione” surreale, uno stadio tra la vita e la morte, in cui vive delle vere e proprie avventure, ancora più ammantate di metafore e allegorie, rispetto a quelle seminate nel resto della narrazione “lineare” e in cui ogni volta capisce che vuole tornare a “casa”, imparando dall’esperienza vissuta qualcosa in più su quello che prova e su quello che non prova.

In questo caso si ritrova in un misterioso hotel dove veste i panni di un assassino internazionale, da cui il titolo, che deve portare a termine una determinata missione.

Ovviamente la vera missione sarà quella di tornare “in vita” lasciandosi dietro dei pesi che lo attanagliano e lo spingono sempre più verso la morte. Tra questi la presenza di Patti (vecchia leader dei Guilty Remnants che si era tolta la vita dopo che lui, in preda ad una delle sue notti da sonnambulo, l’aveva rapita e aggredita), che continuerà ad apparirgli come visione anche dopo la sua morte, fungendo un po’ da coscienza critica di ogni sua azione o pensiero.

Liberarsi di questa presenza, che racchiude in sé non soltanto il significato di coscienza, ma anche di senso di colpa, inadeguatezza e instabilità mentale ed emotiva, non sarà facile e, infatti, Kevin dovrà trovare tutto il coraggio del mondo per riuscirci.

Trailer della serie tv:

ALESSANDRA CAVISI

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