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Recensione: Colore Perfetto - L'illusione Del Controllo


Chissà quante volte David Pollini, il cantante dei Colore Perfetto, si sarà sentito paragonare a Paolo Benvegnù. Dev'essere un tantino irritante, nonostante la nobiltà del paragone, per un qualsiasi gruppo che cerca di ritagliarsi uno spazio autonomo nel panorama musicale. Ma niente da fare, non si scampa, la somiglianza è troppo evidente. Non solo canta come l'ex-Scisma (che vi consiglio di riscoprire, un gruppo volato via troppo velocemente dalle scene), ma canta alla grande come il suddetto personaggio.

D'altronde questo spettro si aggira un po' per tutto il disco a livello di mood e soprattutto a livello testuale. I testi, scuri, introspettivi, spesso cinici o a un passo da un disilluso lirismo, riescono sempre a catturare l'attenzione, e a delineare efficacemente il quadro emotivo dell'album. L'ampiezza melodica poi fa il resto, e ben si adatta al gioco di equilibri tra rock cantautorale classico e sottili tensioni metallico-psichedeliche di cui L'illusione Del Controllo (la loro seconda prova, per Libellula Music) è pregno.

Niente di eccessivamente originale, ma l'eleganza, la pulizia, la piacevole semplicità con cui i nostri interpretano la materia, sicuramente lasciano il segno.

Dopo un incipit dal tono dolce-amaro, con una linea melodica degna di uno dei nostri migliori cantautori degli anni '60 (Brucia), si passa con estrema naturalezza da momenti memori dei più datati Afterhours, a suggestioni indotte dall'opera di Moltheni, con vaghi spruzzi noise degni dei One Dimensional Man più "equilibrati" (L'illusione). E abbiamo anche dei momenti davvero interessanti, in cui il gruppo fa il suo balzo in avanti. Penso a Un Istante, con il suo effetto di mobile catarsi non estranea a una certa sensibilità post-rock, con la voce che viaggia lontano con naturalezza sul tappeto ritmico, per sfociare in un ritornello dall'ampia e spaziosa musicalità; o a Un'Ombra, che inizia indolente e dilatata ed evolve in una cavalcata ricca di fascino con un bell'uso delle distorsioni che si muovono intorno al ritmo come un'evocazione, mentre il suono dell'organo lentamente si impone.

In conclusione, quando riescono a coniugare una certa classicità melodica e strutture più coraggiose negli arrangiamenti, cosa non sempre riuscita in questa sede, i risultati sono dei migliori. Mi sembra che la via sia stata già imboccata, ci si augura la si porti fino in fondo.


FRANCESCO CAPUTO

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Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Marzo 2011 08:53