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La vita lungo le corde vocali di Elisa Pucci, vocalist, chitarrista e composer dei Moseek, sarebbe come una vita on the road, lungo le assolate e poco asfaltate strade di un deserto americano: lunghi percorsi rettilinei che trasportano in una dimensione parallela, dove la roccia è afrodisiaca, il cielo è profumato e la pioggia è fatta della materia dei sogni.
Ovviamente non è possibile viaggiare lungo l'ugola di questa grintosa rocker romana, ma possiamo immaginare di farlo ascoltando e lasciando entrare nelle nostre vene ognuna di queste sei “indie-menticabili” canzoni che compongono il primo EP dei Moseek: Tableau.
Meno di mezz'ora che rischia di far cadere presto in crisi d'astinenza, ma che, nel frattempo, scorre limpida e graffiante come pareti di vetro da cui si affaccia un Sole mai stato più vicino al nostro vorticoso globo.
Tableau si apre con la ritmica e possente Crumb, dove l'elettronica è coinvolta in una danza infernale con le epilettiche chitarre, con il fantasma dei Cranberries che aleggia orgoglioso in alcuni spunti, mentre quello dei Muse sorride compiaciuto.
C'è, invece, la dolce e contemporaneamente massiccia e compatta carica rock di Elisa (non Pucci, ma la più nota di Monfalcone...) nel successivo brano, Something To Dig. Bisogna sottolineare che i paragoni sono solo dei goffi tentativi per semplificare la comprensione della proposta dei Moseek, in quanto credo che la musica sia come l'amore: non si può riassumere, si fa e basta. E i quattro romani sanno perfettamente cosa stanno facendo, per questo si nota una maturità non indifferente già in questo esordio che senza dubbio spianerà loro grandi strade, anzi autostrade... assolate!
L'intro di basso di Airs & Grace fa molto Krist Novoselic, ma il brano si sviluppa in maniera decisamente particolare, senza rinunciare ad effetti vocali e duetti con protagonista il bel synth, fino all'esplosione finale, spacca casse, carico come una duracell appena comprata, spinto fino all'orlo della delirante estasi musicale... E tutto sembra calmarsi con A Safe Side, dunque mai titolo fu più azzeccato. Non mancano le esplosioni, ma il pezzo scorre liquidamente limpido come una notte in un motel sulla Route 66.
A questo punto ci imbattiamo in Bad Things, stupenda. Alcuni di voi la ricorderanno in quanto sigla di chiusura della trasmissione Demo, di Michel Pergolani e Renato Marengo, in onda su Radio 1 Rai. La “nostra” Elisa si divide tra due registri vocali che le calzano entrambi alla perfezione, e il bello è che non ci danno nessun preavviso prima del cambio: la strofa è brillante e “saltellante” e poi esplode un ritornello dallo stomaco del brano, riempiendo le viscere dell'ascoltatore, insidiandosi attraverso le orecchie per scendere giù, dritto al cuore.
Come quiete dopo la tempesta, come un “sereno a ciel fulminato” giunge, infine, Brotherhood Can You Wear, una splendida ballad capace di cullare anche gli animi più inquieti, abbracciandoli fino a raggiungere, ancora una volta, una dimensione onirica in cui, passeggiando con i piedi tra le nuvole, si possono incontrare gli Skunk Anansie durante un divino concerto immaginario.
Tante parole per questo disco dei Moseek che scivola via tra le mani con il desiderio di lasciarsi afferrare, tante parole che da sole non bastano: dovete ascoltarli...
Voglio darvi una mano: http://www.myspace.com/moseek
DORIANA TOZZI
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