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Recensione: ONE DIMENSIONAL MAN - A Better Man PDF Stampa Email
Venerdì 19 Agosto 2011 10:11
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Non hanno certamente bisogno di presentazioni. I One Dimensional Man, esperienza mai ufficialmente chiusa del tutto, ritornano dopo sette anni in uno scenario musicale ormai diverso, anche grazie alla creatura parallela di Pierpaolo Capovilla. Quel Teatro Degli Orrori che negli ultimi anni ha incendiato i palchi di mezza Italia, sconvolgendo, nel bene o nel male, le solitamente tiepide acque dell'underground dello stivale.

Ora, i One Dimensional Man non sono il Teatro Degli Orrori, teniamolo bene in mente. E Capovilla ha dimostrato di non essere il tipo da adagiarsi sugli allori (tant'è che decide persino di non occuparsi dei testi e delegare la questione al pittore e poeta australiano Rossmore James Campbell). Annuncia il ritorno in studio dell'uomo a una dimensione (ricordate Marcuse?), ed eccoci qui con queste nuove 11 tracce per quaranta minuti di musica. E non poche sorprese.

È un meccanismo psicologico piuttosto abituale aspettarsi da una nuova prova musicale quegli aspetti che ci hanno fatto amare o odiare le prove passate. Nel nostro caso, quel mix incendiario e abrasivo di Jesus Lizard e blues malato, stilemi non certo di moda all'epoca, e di certo neanche adesso, e che personalmente ho sempre ritenuto di grande efficacia. Bè, voi immaginate lo shock di trovarsi come intro un duetto maschile/femminile adagiato flebilmente su un accompagnamento pianistico, che sfocia del riff para-Tool di Fly, il cui groove intrinseco dà occasione ai tre di piazzare nel bel mezzo del pezzo una parte elettronica con tanto di incedere di percussioni e synth che non starebbe male nelle parti più rockettare dei Chemical Brothers... E se altrove il santissimo noise e le lezioni dei Jesus Lizard rimangono gli archi di volta su cui sviluppare il discorso (magari con un approccio à la And You Will Know Us By The Trail Of The Dead), come in A Measure Of My Breath (coadiuvati dal chitarrista degli Unwound) o nell'incedere psicotico di A Hungry Beast (con il cantante degli Oxbow), è la parte finale dell'album a riservare le sorprese maggiori, con la minimale e desolata Too Much, la cover pseudo-electro di Face On Breast di Scott Walker o l'incursione in territori che sembrerebbero cari ai Current 93 di A Strange Disease.

Tirando le somme, che i tre abbiano voglia di sperimentare pare cosa palese. E se qua e là salta fuori qualche calo di ispirazione, o qualche trovata non proprio eccelsa, l'abilità con cui il gruppo riesce a passare tra registri diversi è altresì indubbia.

La categoria "disco di transizione" emerge però spontaneamente pensando a questo A Better Man (La Tempesta Dischi), nonostante quest'ultimo offra di più di quanto di solito la categoria suggerisca. E che lascia, oltre a un set di pezzi decisamente interessanti, una gran curiosità per come si evolverà la cosa.

 

FRANCESCO CAPUTO

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Ultimo aggiornamento Domenica 28 Agosto 2011 12:35