
| Recensione: CHUMA CHUMS - Fest-On |
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| Mercoledì 17 Agosto 2011 15:59 |
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Perfettamente concorde con questo clima giunge nelle mie mani Fest-On, il terzo album dei Chuma Chums (Boogie Records - 2010), una vera e propria Fakking Party Band, come ben suggerisce il titolo del loro primo singolo. Una combriccola di nove ragazzi scriteriati, simpaticamente parlando, cresciuti per le strade del Veneto, che col passare degli anni hanno deciso di evolversi dalla loro iniziale attitudine di puri percussionisti, imbracciando chitarre, basso, annessi e connessi, per sperimentare nuove sonorità, pur non trascurando la loro natura originale, come è facilmente avvertibile nel brano che dà il nome all’album. Bastano davvero pochi minuti, al massimo due brani, per pensare a loro come ai fratelli minori di tanti gruppi della scena ska-reggae americana dei Mad Caddies o dei Reel Big Fish, richiamati anche nell’immagine che di se stessi offrono nel video che accompagna il singolo (dall’abbigliamento molto californian style, fino ai movimenti di fronte alla camera). O più semplicemente come ai compagni di (dis)avventure e di strada di tutta quella schiera di gruppi italiani, affini e semisconosciuti, che ogni estate animano i palchi dello stivale in lungo e in largo, da nord a sud, come Vallanzaska o Stiliti (due nomi a caso su tutti tra quelli che mi vengono in mente) e che (soprav)vivono dei live estivi e del calore di chi li sostiene, danzando sulle loro note (vedasi la gradevole Grassie con la quale i Chuma ringraziano i propri fan). A momenti di reggae allo stato puro, come nello strano e simpatico intruglio di Ciao Patente, si alternano distorsioni punk come nella già citata Fakking Party Band, il drum & bass di Drum’n’Didje, fino alla leggera lezione di Yoga di So Ham – Ham So (con un testo diverso sarebbe stato davvero un gran bel brano). Ma, d’altra parte, sono proprio i testi spensierati e ironici e l’uso dell’inflessione dialettale veneta (musicalmente sorprendente) a conferire ai loro brani un’armonia che ha il sapore stesso dell’estate. Nel complesso, ci troviamo di fronte ad un album che esegue meticolosamente il suo compito a casa, rispecchiando discretamente i canoni di ciò che si può chiedere ad una band e ad un prodotto del genere, compreso lo stereotipo del “pezzo impegnato”, Pioggia Sul Tetto, dove sparisce tutto ciò che si è ascoltato fino a quel momento, lasciando emergere una sensazione di rabbia malinconica che odora di storia reale, per l’impatto emotivo che si avverte anche dal diverso modo con la quale è cantata (libera interpretazione ovviamente, posso anche sbagliarmi, anche se il mio quinto senso e mezzo difficilmente fallisce in queste occasioni). Il problema è che più di questo non si può chiedere né ai Chuma Chums né a nessun altro gruppo simile, in quanto sono catalizzati in un genere fisiologicamente chiuso, definito, che ha ben poco da innovare e da rinnovare, anche se questi ragazzi ci mettono indubbiamente tanto impegno, andando ad esplorare nuovi orizzonti, come si avverte in Elektrobura. Ma, davvero, fare di più è assolutamente improbo, e non è un caso che dopo l’esplosione di inizio decennio, la maggior parte delle band al limite tra lo ska e il reggae o si è evoluta o è definitivamente esplosa commercializzandosi, oppure si è sciolta. Ma ora è tempo di serate in spiaggia, ore piccole, buon vino e fiumi di birra bevuti responsabilmente: e se dovessero passare anche un pezzo dei Chuma Chums di certo non stonerebbe.
DANIELE MORGESE |
| Ultimo aggiornamento Martedì 23 Agosto 2011 12:19 |


























