|
Giovedì 16 Giugno 2011 17:22 |

A volte avrei voglia di scrivere recensioni di una sola frase: "Spacca di brutto, ascoltatelo e godetene tutti", ma l'etica professionale (siete autorizzati a farvi delle grasse risate a questo punto) mi impedisce quest'esuberanza ermetica, per cui cerchiamo di capire perché mai dovreste essere interessati ad ascoltare il terzo album (intitolato Sto) del terzetto palermitano che risponde al monicker di Waines. Innanzitutto, se siete degli appassionati di hard-blues (e parentela: dallo stoner all'hard rock più classico) non potete neanche soltanto pensare di perdervelo. I tre aggrediscono i loro strumenti con foga e convinzione, rimaneggiando la "tradizione" con una personalità e un'efficacia (e per efficacia intendo, per lo più, far muovere il culo) senza pari.
Riff sporchi e viscerali, derive psichedeliche, ritmi adrenalinici e una sensibilità melodica che fanno gridare al miracolo. Ma anche nel caso in cui il vostro repertorio musicale si sia fermato ai Led Zeppelin, avreste comunque ottime ragioni per approcciare con gioia questi quarantacinque minuti di musica. Perché non solo i Nostri rielaborano l'incandescente materia prima alla luce di esperienze più moderne (penso ai White Stripes o ai (ingiustamente dimenticati) Jon Spencer Blues Explosion) ma si permettono anche di caricare il loro sound, vuoi per i ritmi, vuoi per le circolarità (mi verrebbe da dire "loop") delle parti strumentali, di uno strano retrogusto che rimanda a certa musica elettronica. Lo so, detta così sembra una schifezza, ma ascoltate l'intro dell'album, Turn It On, e fatemi sapere.
Concludendo: chi di solito legge le mie recensioni (nuovamente grasse risate) sa che difficilmente mi lascio prendere dall'entusiasmo. Ma, credetemi, questo disco merita davvero. Chapeau.
FRANCESCO CAPUTO
|
|
Ultimo aggiornamento Martedì 21 Giugno 2011 08:14 |