
| LA POESIA DI GIUSEPPE UNGARETTI |
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| Venerdì 25 Marzo 2011 13:59 |
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Dalla Prima Guerra Mondiale al Secondo Dopoguerra. Dall’essenzialismo alla difesa della tradizione. L’iniziale attività poetica di Giuseppe Ungaretti (Alessandria d'Egitto, 10 febbraio 1888 – Milano, 1º giugno 1970) è incentrata sulla ricerca incessante di una forma poetica nuova che rispecchi le qualità dell’essenziale rilevabili facilmente nella consunzione del linguaggio e nell’estremizzazione dell’uso dell’analogia: recuperando il simbolismo europeo, procedendo nella direzione futuristica della distruzione del verso tradizionale, avvicinandosi all’idea mallarmeana della poesia come improvvisa folgorazione/illuminazione nel silenzio e nel vuoto – perché la vera poesia si presenta innanzi tutto a noi nella sua segretezza - attraverso cui si imprigionano attimi di magico e mistico significato – una poesia ai confini dell’ignoto e delle misteriose relazioni che legano gli elementi - , Ungaretti da vita ad una poesia scarna volta al recupero della dimensione edenica dell’originaria purezza dell’uomo. Così scriveva per definire il mistero con cui l’uomo convive giornalmente e che è incapace di svelare totalmente: “Ma noi sappiamo benissimo che, se per l’uomo tutto poggia sempre su un dato oscuro, nessuno sarà mai in grado di risolversi umanamente in tale dato senza confondersi perdersi e annullarsi; e anche sappiamo, non meno bene, che non ci saranno mai luci umane - né proustiane, né freudiane – capaci di renderci mensurabile tale dato, da rendercelo tale da vederci finalmente chiaro”. In tal senso, l’autobiografismo di Ungaretti va ad espandersi e ad abbracciare l’autobiografia di un intero popolo che va esso stesso alla ricerca della dimensione originaria e misteriosa tipica dell’infanzia e dell’adolescenza. Un popolo che non si lascia morire né calpestare dalla Storia; al contrario un popolo che lascia un’impronta di sé e della sua forza concreta all’interno di un’era avanguardistica e aggressiva. Proprio come il poeta che, essendo al centro della vita e della storia del suo paese, non si lascia spazzare via facilmente dal Tempo e dalla Storia, in quanto, dice Ungaretti, il poeta d’oggi è uomo del suo tempo. La prima stagione poetica di Ungaretti è comunemente conosciuta come quella dell’Allegria, che abbraccia, oltre all’omonima raccolta, anche Il Porto Sepolto, Allegria Di Naufragi, Girovago. Sono presenti anche le poesie del primissimo Ungaretti, pubblicate sulla rivista Lacerba e quelle che vengono indicate come le Ultime in quanto considerate le ultime poesie della prima fase poetica. Quelle dell’Allegria sono soprattutto poesie scritte durante la Prima Guerra Mondiale, a cui Ungaretti partecipò come volontario nel 19º reggimento di fanteria. Già da questi primi componimenti si palesa la tendenza alla riduzione all’essenziale del linguaggio, in sintonia al processo di annullamento che la guerra mette in atto nei vari campi in cui il poeta combatte a partire dal Carso – a tal proposito si legga come esempio la poesia San Martino Del Carso – sino alla zona francese di Champagne. Lo sfondo della guerra è sempre presente almeno indirettamente nella scarnificazione del linguaggio e nella ricerca di quel nulla d’inesauribile segreto che la poesia tenta di catturare. La seconda fase poetica ungarettiana è quella del Sentimento Del Tempo in cui la poesia si fa più distesa, più ampia, in contrapposizione a quell’iniziale essenzialismo, una poesia che mira, questa volta, ad un recupero della tradizione, del verso di Leopardi, di Petrarca, affascinato dal Barocco e da un uso barocco del linguaggio, ovvero un intreccio infinito di immagini, di analogie, di metafore. Una terza fase poetica, quella dell’ultimo Ungaretti, vede un Ungaretti convertitosi alla religione cristiana e straziato dal dolore per la morte del fratello e del figlio di nove anni. E proprio Il Dolore è il titolo della prima raccolta di questa stagione poetica, seguita da La Terra Promessa, Un Grido E Paesaggi e Il Taccuino Del Vecchio. L’ultima poesia di Ungaretti – che mette in luce la forza dell’uomo che è in grado di sopportare dolori incommensurabili, seppur incapace di superarli totalmente – come lo stesso Ungaretti afferma: Quel dolore non finirà più di straziarmi - contiene, quindi, anche una riflessione sulla condizione dell’uomo, una condizione di precarietà e di sospensione tra il tempo e la morte e tra il dovere e la passione, un uomo costretto al termine della propria esperienza di vita a stilare un bilancio definitivo della propria esistenza e della propria attività poetica dopo che è venuto meno il sogno del raggiungimento di una Terra Promessa: una terra che avrebbe permesso all’uomo - e al poeta – di sfuggire al Tempo a al logorio che determina.
MICHELE DELPIANO |


























