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La poesia di Gabriele D'annunzio PDF Stampa Email
Lunedì 07 Marzo 2011 09:21
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IL VIVERE INIMITABILE
 

Estetismo e superuomo nella poesia di Gabriele D’Annunzio


Gabriele D’Annunzio (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1º marzo 1938) ebbe la capacità onnivora di assorbire rapidamente tutta la letteratura che gli passava sottomano, di impadronirsi di tutte le forme letterarie e di sperimentarle parallelamente alla sperimentazione di varie forme di esistenza.

Le pubblicazioni giovanili come Primo Vere, Canto Novo, Terra Vergine si muovono in questa prospettiva, tenendo sempre presente il classicismo delle Odi Barbare del Carducci. La particolarità che emerge da questi primi componimenti sta proprio in alcuni elementi che diventeranno caratteristici della scrittura dannunziana: la sensualità della figura femminile e l’attenzione per le forme fisiche della natura, paesaggi di mare, di sole, descrizioni silvestri… il tutto impreziosito da un linguaggio prettamente classicistico, lucido, sensibile. Questo linguaggio e questi temi vengono ripresi e reinventati nell’Isottèo e la Chimera, opere che strabordano di figure eleganti, erotiche, immagini mostruose in cui si intrecciano l’amore e la morte, il fascino e la ripugnanza.

Il lavoro che conclude questa prima ma importante e proficua fase letteraria è il Poema Paradisiaco. In linea con la poesia crepuscolare, D’Annunzio compone poesie intrise di malinconia e di languore, dallo svolgimento lento, immerse nella ricerca degli affetti intimi, buoni, familiari, nella ricerca di un sé celato nel segreto di un’innocenza primordiale e lontana. Un D’Annunzio irriconoscibile, si potrebbe lecitamente sostenere, se lo si paragonasse al precedente D’Annunzio, quello delle figure femminili sensuali ed eleganti, e al successivo D’Annunzio, ugualmente impegnato nel narrare incontri eleganti, sensuali, raffinati. Tale stacco, temporaneo e isolato, è da intendersi esclusivamente come una narcisistica prova di abilità del poeta di Pescara, il quale non esita ad appropriarsi di tutte le spinte letterarie del momento e, quasi mettendosi alla prova, si cimenta nella creazione di nuova poesia, pur lontana dalle sue preferenze, indubbiamente in voga nel periodo che va dalla fine dell’Ottocento ai primi due/tre decenni del Novecento, sempre per concentrare su di sé l’attenzione di un’elite letteraria e borghese. Ed ecco che, superata questa prima fase in cui si inseriscono anche le novelle di Terra Vergine e le successive Novelle di Pescara sul modello del Verga, D’Annunzio si avvita intorno alla formula estetizzante del “Verso è tutto”, ovvero il concetto che l’arte è il valore supremo e ad essa tutto deve tendere, tutto deve essere subordinato. Bisogna, in altri termini, fare la propria vita come si fa un’opera d’arte, sottraendosi alla legge del bene e del male, dichiarando come unica regola di vita la legge del bello.

Dal punto di vista letterario, tale teoria dà vita alla figura dell’esteta, un personaggio isolato dalla società meschina contemporanea e immerso in un mondo fatto di rara bellezza e pura arte. Questo personaggio percorrerà i romanzi coi quali D’Annunzio confermerà ed espanderà la propria figura di letterato ed esteta: nasce in particolare Il Piacere del 1889. I successivi romanzi Giovanni Episcopo e L’Innocente mescolano la teoria dell’esteta all’influsso della letteratura del romanziere Dostoevskij imperniata, per l’appunto, su una contorta psicologia omicida.

Il D’Annunzio onnivoro fa persino sua l’ideologia superomistica del filosofo tedesco Nietzsche, banalizzandola, però, pur di inserirla con forza nel suo sistema di concezioni. E così recupera il rifiuto del conformismo borghese, dell’etica e della cristianità, l’esaltazione dello spirito dionisiaco, uno spirito energico, vitalistico, gioioso, eroico, passionale. Vedono in quest’ottica la luce il Trionfo Della Morte, La Vergine Delle Rocce, Il Fuoco, Forse Che Sì Forse Che No.

La concezione superomistica spinge il poeta a costruire progetti incredibili di tragedie (La Città Morta, La Gioconda, Francesca Da Rimini, La Figlia Di Iorio) e di cicli di poemi e di poesie (Alcyone, Laudi Del Cielo, Del Mare, Della Terra E Degli Eroi) alcuni dei quali rimasti inconclusi a causa della vastità delle ambizioni e degli impegni dello stesso poeta che nella sua poliedrica attività inserisce anche l’esperienza di militare, rendendosi celebre nella cosiddetta “Impresa di Fiume”. La città, non assegnata all’Italia dagli alleati al termine della Prima Guerra Mondiale, fu occupata da D’Annunzio per circa un anno, con una formazione paramilitare. Con questa impresa, Gabriele D’Annunzio raggiunse l’apice della parabola esperienziale disegnata con la matita del superuomo.

A chiudere la parentesi militare l’ultimo periodo letterario di D’Annunzio: il cosiddetto “periodo notturno”, che prende il nome dal titolo di una delle più significative prose di questo periodo: il Notturno.

Costretto alla cecità, seppur temporanea, da un incidente di volo, il poeta si concentra sugli altri sensi, dedica ascolto e attenzione alle sensazioni provenienti dagli altri sensi, in particolare si rifugia nell’ascolto della propria interiorità. Quest’opera è, quindi, densa di brevi annotazioni, impressioni, visioni, ricordi, riflessioni che vengono fuori dal dolore per la morte dell’amico che pilotava l’aereo e anche della madre, venuta a mancare dopo una malattia. L’impressione iniziale di un ripiegamento in sé stesso e di un’ammissione della difficoltà della vita è stata ben presto confutata dai primi critici che hanno messo in rilievo come anche qui il mito del superuomo non è messo da parte, anzi risulta essere ancora il centro dell’esistenza, la base della vita, l’unica via da percorrere sempre, anche per sfuggire al grigiore della realtà, della guerra, della morte.

MICHELE DELPIANO

 

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