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La poesia di Giosuè Carducci PDF Stampa Email
Domenica 20 Febbraio 2011 15:02
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L’ULTIMO CLASSICISMO OVVERO L’ULTIMO ROMANTICISMO:
LA POESIA DI GIOSUE’ CARDUCCI

Nell’Ottocento, Romanticismo e Classicismo avevano convissuto e condiviso la scena letteraria italiana, seppur non in maniera equa. Il Romanticismo sicuramente aveva prevalso sul Classicismo che, dopo secoli di egemonia, era ormai quasi al tramonto.

L’ultimo poeta fortemente legato al classicismo – anche se non per tutto l’arco della sua vita - fu Giosuè Carducci (Valdicastello, 27 luglio 1835Bologna, 16 febbraio 1907). Sostenitore da sempre degli ideali del classicismo, fonda negli anni giovanili la società degli Amici Pedanti, con lo scopo di sostenere e riaffermare la superiorità della forma classica su ogni altro tipo di stile. Questa idea permeò e sostenne Carducci per la prima parte della sua attività letteraria, devoto com’era ad un classicismo energico, espressione dell’operosità e della fierezza, lontano dal sentimentalismo romantico.

La poesia si presenta in tal senso come lo strumento in grado di contrastare il degrado politico/culturale e capace di collaborare al progresso con lo sguardo, però, fisso al passato, pregno di modelli di libertà, energia, impegno. E così nasce nel 1863 l’Ode A Satana, tra le poesie più famose del poeta. Attraverso i versi misurati della metrica di un’ode classica, Carducci, spirito acceso di idee democratiche e repubblicane con particolare ammirazione per la rivoluzione francese, esalta il libero pensiero laico contro la superstizione e la chiusura cristiana celebrando, invece, Satana, identificazione del progresso, della ribellione, della “forza vindice” della ragione, della scienza, del lavoro.

L’attenzione del poeta alla realtà e al passato fece sì che Benedetto Croce, in un suo saggio del 1910, lo definì come il “poeta della storia” in nome proprio dell’energia e del pathos con cui vengono evocate nelle sue opere scene del passato senza limitarsi alla mera descrizione dei momenti scelti, bensì riprendendo il valore umano e ideale delle gesta.

Carducci è innamorato non solo del mondo della bellezza greca e della virtù romana ma anche di altri periodi storici come il Medioevo comunale, epoca ricca di esperienze di libertà, di laicità, di vita repubblicana. Ma sarebbe errato pensare a Carducci esclusivamente come “poeta della storia”. Nella seconda parte della sua attività letteraria, egli guarda non solo al passato storico ma anche al proprio passato, e, proprio come avveniva per la Storia, anche qui Carducci rimpiange i tempi della sua infanzia, dove tutto era più genuino, più sano, più semplice, basato sul lavoro e sui valori familiari.

Le rievocazioni della sua Maremma racchiuse nelle Rime Nuove e nelle Odi Barbare rappresentano mirabili tele di massima importanza della letteratura italiana. I sentimenti fieri e combattentistici del primo Carducci sembrano quasi svanire e lasciare il posto a scenette di ricordi in cui la natura, con il suo moto distruttivo, ricopre un ruolo di primo piano provocando nel poeta – e, perché no, anche nel lettore – una bigia sensazione di dolore e di malinconia.

Per citare alcuni esempi, si leggano capolavori di straordinaria fattura come Pianto Antico, San Martino, Idillio Maremmano, Tedio Invernale.

Le poesie di questo “secondo” Carducci sono romanticamente immerse in un’ aurea melanconica, di rimpianti, di ricordi della giovinezza; Carducci è sempre lì, col bagaglio già preparato, pronto a fuggire in altre realtà, in altre epoche collocate nel passato storico o nel proprio passato. Probabilmente, la delusione per l’unificazione d’Italia, che era sì avvenuta ma senza le sperate trasformazioni repubblicane, unita all’angoscia per l’incombere della morte, fece sì che il poeta non fu totalmente immune dalla cosiddetta “malattia” romantica – come sostiene Mario Praz – ma al contrario, subendo un’evoluzione/involuzione ideologica e letteraria, si “ammalò” di ripiegamento interiore, tedio esistenziale, tendenze evasive in un Ellade pregna di vita e di sole.


MICHELE DELPIANO

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