
| LA POETICA DI CESARE PAVESE |
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| Domenica 05 Giugno 2011 18:38 |
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La poesia di chi non è mai riuscito aderire alla realtà
Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 Settembre 1908 – Torino, 27 Agosto 1950) comincia la sua attività di scrittore proprio come poeta, pubblicando le poesie di Lavorare Stanca (1936) per le edizioni di Solaria, rivista fiorentina fondata nel 1926 da Alberto Carocci e che ebbe tra i massimi collaboratori Eugenio Montale, Giuseppe Debenedetti, Sergio Solmi. Successivamente alla pubblicazione di questa prima raccolta, Pavese rivolgerà la sua attenzione più verso la prosa attraverso la stesura di racconti e romanzi. Tuttavia l’interesse per la poesia non verrà mai meno pur limitandosi a poche liriche edite nella rivista Le Tre Venezie sotto il titolo La Terra E La Morte (1947) e la pubblicazione postuma Verrà La Notte E Avrà I Tuoi Occhi (1951). Le quarantacinque poesie di Lavorare Stanca, sono lontane dal genere lirico che si afferma a partire dagli anni Venti, puntando più a dispiegarsi in direzione dell’oggettività attraverso la narrazione - un racconto chiaro e pacato - di vicende i cui personaggi vivono tra il mondo della campagna e quello della città ed affrontano le difficoltà sociali e quelle connesse al quotidiano. È evidente, in queste prime poesie, la sofferenza umana e intellettuale di Pavese, che tenta di percorrere strade mai o poco percorse, muovendosi quindi in modo anticonformistico. Questa sarà una delle concause che provocherà un mancato adattamento di Pavese alla realtà, malgrado i suoi tentativi, anche intellettuali, di aderirvi. Si sentirà sempre estraneo a tutto, tale che la sua esistenza si concluderà tragicamente con il suicidio, in una camera dell'albergo Roma di Torino, ingoiando una forte dose di barbiturici, la cui decisione è leggibile nel suo diario, intitolato da lui stesso Il Mestiere Di Vivere, ed in particolar modo nelle ultime frasi di poco antecedenti al giorno della morte: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”. Queste prime poesie vogliono evitare di chiudersi all’interno dell’io, proprio per aprirsi verso l’esterno al fine di relazionarsi con gli altri. Pavese ha a cuore il contrasto città-campagna sostenendo la campagna e ripudiando la città, luogo di solitudine a inautenticità, dove, a causa delle industrie, gli operai sono costretti ad una vita di fatiche disumane. Coerentemente a questa sua linea ideologica, Pavese si schiererà sempre dalla parte della classe operaia anche in maniera diretta iscrivendosi al Partito Comunista e collaborando attivamente al quotidiano L’Unità. Lo stile originale e ridondante, in quanto il verso - molto crepuscolare e whitmaniano - è costruito come una cantilena che ripete continuamente gli stessi motivi rischiando la monotonia, verrà meno nelle successive poesie. La ricerca del linguaggio è totalmente scomparsa. Anche la costruzione della poesia-racconto non gli appartiene più. Pavese si riallaccia alla tradizione tornando all’idea della poesia come canto con la funzione di comunicare attraverso una lirica le pene d’amore. In particolare, le poesie di Verrà La Notte E Avrà I Tuoi Occhi, sono dedicate all'attrice americana Constance Dowling, che lo aveva abbandonato dopo una breve storia d’amore.
Non mancano comunque i temi della prima raccolta quali la vigna, la terra, la morte, la vita, che si intrecciano come metafore nel canto d’amore con la figura della donna. Ma rimbomba soprattutto l’eco di quel vizio assurdo, che è l’idea del suicidio, la minaccia costante della morte nell’esistenza depressa e disperata di Pavese, che non riesce neppure a ripartire dopo la vittoria del Premio Strega ricevuto circa due mesi prima la sua morte con il romanzo La Bella Estate.
MICHELE DELPIANO |


























