
| Intervista ai Ministri |
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| Venerdì 03 Dicembre 2010 18:27 |
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Dopo che i Soldi Sono Finiti, siamo scesi ne La Piazza ma ormai erano Tempi Bui e ci hanno buttato Fuori! I titoli dei vostri dischi si incatenano straordinariamente: è stata una cosa in qualche modo voluta o l'ho inventata io di sana pianta? L'hai assolutamente inventata, anche se in effetti calza bene a questi ultimi anni. In realtà ciò che permette di fare queste costruzioni tra i titoli è il fatto che ci piace usare nomi di album che fossero in qualche modo espressioni o parole comuni, in modo tale che la gente possa ritrovarsi a dire il nome dell'album, anche per sbaglio, in tutt'altra situazione, facendo così una specie di “campagna promozionale” ai Ministri senza saperlo (ridiamo).
Il vostro nome inizialmente era Il Ministro del Tempo, ma poi è diventato semplicemente Ministri. Volete rendervi nuovi paladini della politica italiana? In realtà possiamo dire che il nostro nome l'ha deciso la gente. Quando abbiamo iniziato a suonare in giro e ci chiamavamo ancora Il Ministro del Tempo, il pubblico per riferirsi a noi o per chiamarci usava dire semplicemente “Ministri”, per cui abbiamo deciso di adattarci al nome che ci davano i nostri fans, all'epoca ancora pochi ma sempre fedeli. Alla fine è bello, se ci pensi, rispetto al momento serio e ragionato nel quale la band si spreme le meningi per scegliere il proprio nome, permettere che, invece, sia il tuo pubblico a forgiarlo per te.
Essendo “Ministri” cosa vi sentite di dichiarare sulla politica di oggi, visto che spesso i vostri testi contengono forme di denuncia sociale? I nostri testi sono inevitabilmente “politici” nel senso che consideriamo gesti politici anche l'uscire, l'andare in giro in bicicletta... Personalmente credo che in Italia non ci sia più una democrazia rappresentativa, ossia un governo veramente in grado di rappresentare il proprio popolo. Parlare di democrazia, di democratico ha senso finché trovi qualcuno che realmente possa rappresentarti, ma purtroppo in Italia ciò non accade, e questo a detta di molti e non solo di noi tre Ministri... Ci siamo abituati al fatto che il voto sia associato per forza ad una condizione di amarezza, come buttar giù una pillola, e questa è una cosa che bisogna levarsi dalla testa: non è accettabile che si voti e poi non si venga rappresentati degnamente! Ecco cosa ci sentiamo di dichiarare sulla politica di oggi...
Forse si è persa la capacità di pensare per una fetta più larga di persone, pensando soltanto a se stessi. Credete che questo abbia a che fare con il declino che attanaglia i centri sociali, altra realtà alla quale siete molto legati? Probabilmente molti centri sociali hanno fallito la propria missione a causa di alcuni momenti storici del paese e del mondo forse, ma in effetti altri centri sociali hanno fallito proprio per colpa loro. Noi che ci siamo cresciuti, abbiamo potuto constatare che i direttivi di questi centri sociali occupati si sono spesso chiusi in ghetti inaccessibili, prendevano spesso posizioni inaccettabili e non sono stati veramente aperti alla gente, per cui credo che gran parte di questo declino sia responsabilità di chi li gestiva, che, come dicevi tu, non ha saputo “rappresentare” la gente. Centro sociale prima di tutto vuol dire occupare un luogo abbandonato, in cui non sta vivendo nessuno e in cui nessuno sta facendo niente, per renderlo un posto migliore e per tutti. Garantendo questa cosa l'occupazione continua ad avere senso, altrimenti diventa semplicemente un'attività individualista di un gruppo di sbandati che si è asserragliato in un posto e porta avanti una sua roba con un suo giro di gente.
Ho avuto modo di leggere che voi state cercando di appoggiare soprattutto il Conchetta, difendendolo quando si trova minacciato. Il Conchetta è uno dei pochissimi posti a Milano, occupato a partire dagli anni '70, che ha saputo mantenere la legittimità e la coerenza del vero centro sociale, perché è sempre stato un posto aperto, moderno, un centro culturale attento al momento storico in cui si trovava, infatti, tutto sommato, anche se minacciato, è l'unico che non rischia di chiudere, perché quando viene minacciato, una folta schiera di gente – tra cui noi – si alza in sua difesa. Speriamo però che arrivi un'amministrazione in grado di riconoscerne l'importanza: il Conchetta è lì da 34 anni, organizza eventi rilevanti, con un'agenda di cui parlano tutti i giornali, c'è una libreria storica molto importante... insomma è davvero il minimo ormai che gli si riconosca una legittimità.
Proprio lì al Conchetta, tra l'altro, avete festeggiato subito dopo la presentazione che c'è stata alla FNAC, dove avete formalmente lanciato il vostro ultimo album, Fuori. Sì infatti, siamo andati al Conchetta proprio per festeggiare, non solo con gli amici di sempre ma con tutti, veramente con chiunque si trovasse a passare di lì in quel momento. Abbiamo messo su un po' di dischi e fatto casino con tutti. Ancora un'ulteriore dimostrazione che il Conchetta è davvero un posto aperto...
Dopo aver disquisito sulla vostra concezione della politica e della società entriamo nel vivo della vostra musica: l'ultimo album è un perfetto mix tra melodia e sudore, tra cantautorato e pogo... C'è stato qualche artista in particolare che vi ha ispirato questa formula così azzeccata? In realtà, a parte alcuni ascolti in comune tra tutti e tre, come possono essere i Rage Against The Machine o i System Of A Down, non c'è mai stato un disco di riferimento né ci siamo mai detti “cerchiamo di suonare tipo questo disco qua”. Questo ha generato una specie di “schizofrenia stilistica” che si ritrova in tutti i nostri album, nel senso che tendiamo molto a scrivere brani che, se accostati tra loro, sembrano non avere assolutamente nulla in comune, dando vita ad album che alla fine non assomigliano a nessuno, almeno non dall'inizio alla fine, perché alla fine il lavoro complessivo finisce per sembrare esclusivamente roba de I Ministri. E' sempre stato così anche perché abbiamo tre personalità molto diverse e molto forti: certe risoluzioni nei pezzi sono frutto di lunghe battaglie tra di noi, ma non nel senso di liti. Noi siamo una band che non litiga mai, però che discute tantissimo, continuiamo a discutere anche per ore su di una singola strofa!
E' bellissimo perché poi magari tra le varie idee esce fuori quello che veramente vi rappresenta tutti... Sì, infatti viene fuori una “roba strana”... Quando io porto agli altri, in studio, i pezzi che compongo a casa di notte o in situazioni “matte”, solitamente sono più o meno delle ballate, dei pezzi solitamente molto tristi, molto intimi... Poi, messi in mano agli altri, magari diventano un pezzo rock cattivissimo... Ecco svelato un segreto dei Ministri! (ridiamo)
I Think è un progetto nato con l'intento di valorizzare e divulgare i talenti pugliesi, per cui una domanda devo fartela “d'obbligo”: conosci qualche artista pugliese? A parte il grande Caparezza, con cui abbiamo anche collaborato, conosciamo i La Fame Di Camilla, con cui condividiamo spesso il palco... Comunque ho avuto modo di capire, attraverso varie forme di contatti e “incursioni” nella vostra musica, che siete decisamente una delle Regioni che sta meglio da un punto di vista musicale ma anche in generale, a livello di “voglia di fare”.
Ti ringraziamo per il complimento! Certo anche a voi la voglia di fare e le idee non mancano, ad esempio, per il concerto al Demodè di Bari, non avete seguito la solita trafila formale che stabilisce i gruppi spalla, ma avete cercato su facebook i musicisti interessati a suonare in apertura al vostro concerto. Come mai questa idea? Semplicemente a noi interessano soprattutto delle realtà che abbiano un rapporto territoriale sincero e vero con quello che stanno facendo, poi ovviamente ognuno è libero di fare, ad esempio, musica scandinava e stare a Gallipoli, ma diciamo che per come siamo fatti noi interessava meno, quindi abbiamo scelto Ualino, un rapper di Bari, che quindi non centra assolutamente niente con noi, ma che ci era piaciuto perché strettamente radicato nel territorio di appartenenza. Non è nemmeno una questione di dialetto o qualche richiamo alla musica popolare, quanto di “attitudine” integrata alle proprie radici.
Tra le altre idee originali che avete avuto, invece, nel vostro primo disco avete messo un euro vero in ogni copia, e nella ristampa avete messo dei pezzi delle vostre giacche “di scena”, chiamando il tour successivo “Mille pezzi tour” in onore dei mille pezzi in cui erano state ridotte le vostre giacche... Cosa ci aspetta per il futuro? Di idee del genere ne abbiamo sempre tantissime, il problema è che con l'Universal non è più possibile realizzare tutto quello che ci piacerebbe fare: il grande vantaggio di quando sei ancora “piccolino” è che per le poche copie che stampi puoi inserire tante “trovate”: l'euro l'abbiamo attaccato proprio noi copia per copia. Te lo puoi permettere perché se ti metti lì in una settimana ce la fai. I pezzi di giacca, a loro volta, li abbiamo attaccati sempre noi. Con una major non è più possibile farlo proprio per una questione di numeri. Quello che stiamo facendo adesso, ai nostri concerti, è dare al banchetto le tablature originali dei nostri pezzi, così se qualcuno ha voglia di suonarle può suonare i brani originali, dato che quelli che ci sono su internet sono praticamente tutte sbagliatissime! Federico, grazie per questa intervista... ci rivedremo senza dubbio prestissimo! Grazie a te e a tutta la redazione. A presto allora...
DORIANA TOZZI
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