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Giugno 2010 - Anno I - Numero 12 - INTERVISTA AL COLLETTIVO WU MING PDF Stampa Email
Sabato 10 Luglio 2010 16:38
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In occasione della presentazione del libro Altai organizzata dall'associazione Liberincipit presso l'Einaudi di Barletta, I Think ha intervistato per voi il collettivo Wu Ming, autori del romanzo.

 

Il vostro collettivo di scrittori ha un nome cinese, anche se voi siete tutti italiani. Come mai questa scelta?

 

Wu Ming è un gioco di parole. Il cinese è una lingua fonale, per cui a seconda di come viene pronunciata la parola, Wu Ming significa “senza nomi” oppure “cinque nomi”.

Questo, inoltre, è il modo con cui si firmano i dissidenti cinesi e chi ha qualcosa da dire contro il regime, dunque ci piaceva l’idea di rendere omaggio a chi combatte per la libertà di parola.

 

 

Perché voi cinque scrittori non avete intrapreso percorsi individuali?

 

Noi non nasciamo come scrittori: non scrivevamo nemmeno per hobby.

L’idea di scrivere è nata insieme, quindi nessuno di noi aveva intrapreso un percorso individuale, e questo è un vantaggio perché non si sono dovute accordare forma mentis diverse.

 

 

I vostri libri si possono scaricare gratuitamente tramite internet: come mai avete deciso di pubblicare per una casa editrice ma anche di divulgare liberamente?

 

Crediamo che il copyright, per come è concepito adesso, tuteli la casa editrice ma non l’autore; e frena parzialmente la libera diffusione di contenuti culturali.

La proprietà intellettuale esiste, ma in un senso più vasto non esiste: infatti noi lavoriamo al centro di una serie di interazioni che determinano quello che scriviamo. Da questo punto di vista, tutti sono autori collettivi.

 

 

Vi sentite in qualche modo affini alla cultura pop?

 

Non propriamente. Noi vogliamo scrivere letteratura popolare di qualità.

E’ la nostra ragione sociale. Si può scrivere un romanzo di larga diffusione che non sia banale nei contenuti e che abbia dietro una ricerca linguistica ma che allo stesso tempo, non sia rivolta ad un elìte, per questo il nostro lavoro è di matrice popolare.

 

 

Il vostro rapporto coi lettori è dunque stretto: ma il vostro rapporto con l’immagine, il fatto che non vi facciate fotografare per una serie di ragioni, non è limitante nella diffusione dei vostri romanzi e nell’interazione con lettori dislocati nelle varie parti del mondo?

 

La gente generalmente non ci riconosce ma semplicemente conosce; questo grazie agli incontri che facciamo coi lettori.

Noi abbiamo una strategia dell’immagine che non ci coinvolge come persone, infatti alcuni siti tematici dei nostri libri, come ad esempio quello di Manituana, sono densamente iconografici.

 

 

Che rapporto lega il vostro ultimo romanzo, Altai, al vostro best seller Q (pubblicato sotto il nome Luther Blissett)?

 

Altai si svolge quindici anni dopo ma ci sono gli stessi personaggi centrali di Q, visti da un altro io narrante.

Dal punto di vista spirituale, invece, è un sequel, visto che riprende i medesimi temi e li sviluppa nel medesimo mondo fino ad un punto che reputiamo soddisfacente.

 

Perché sono ambientati in un passato così remoto?

 

Scegliamo epoche storiche di snodo: il '500, in questo caso, rappresenta un pò l’alba della modernità.

Stessa cosa vale per Manituana: abbiamo scelto il periodo della rivoluzione americana durante il quale iniziano ad essere riconosciuti i diritti dell’uomo.

Oltretutto, ambientare nel passato ci consente di creare architetture narrative vaste e complesse.

Se facessimo un’operazione del genere sul presente, rischieremmo che questo ci sorpassi e travolga.

Se noi avessimo messo in campo una grande narrazione ambientata nella contemporaneità e fosse uscita all’inizio del Settembre del 2001, qualche giorno dopo sarebbe stata da buttare via, in virtù di un evento che avrebbe scompaginato tutto ciò che avremmo scritto.

 

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