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Recensione: VEIVECURA - Tutto è vanità PDF Stampa Email
Giovedì 26 Aprile 2012 08:42
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A volte mi piacerebbe poter recensire gruppi a scatola chiusa. Mi piacerebbe che qualcuno, mentre sto ascoltando altro, cliccasse sul tasto “play” senza dirmi nulla, lasciandomi ascoltare magari l’intro di un brano, l’incipit di un album di qualche gruppo emergente. Così, per non avere preconcetti, pregiudizi, ascoltarlo con l’innocenza necessaria a comprendere il reale valore dell’artista. Se fosse successo in questa occasione mi sarei stupito del fatto che non fossi a conoscenza della collaborazione tra i Sigur Ros e Cristiano Godano, perché, vi garantisco, quando ascolterete (e vi consiglio caldamente di farlo al più presto) Di Roccia, brano estratto da Tutto È Vanità di VeiveCura, penserete la medesima cosa.

Ma procediamo per gradi. VeiveCura è una creatura di Davide Iacono, pianista e compositore siciliano classe ’85 dal talento indiscutibile. A due anni dal debutto di Sic Volvere Parcas, che lo ha portato a condividere il palco con artisti del calibro di Franco Battiato e Amor Fou, torna in sala di registrazione per Tutto È Vanità, un album intenso, affascinante, pieno di atmosfere sognanti alternate a spunti più pop, insomma, una cena tra Ludovico Einaudi, Jonsì (Sigur Ros) e Moltheni, mangiando cannoli siciliani sotto il cielo plumbeo tipico del nord Europa.

Nel panorama della musica emergente italiana, sempre così attento a cogliere gli spunti che provengono da oltremanica e oltreoceano, mancava un esperienza simile, una sensibilità acuta verso certe sonorità e un’attenzione meticolosa verso quel melange perfetto tra canzone e aria, tra classico e contemporaneo. VeiveCura riesce a spaziare tra marcette altisonanti e travolgenti, come in Delfini (odio ripetermi, ma mi sembrava davvero di riascoltare il concerto di qualche anno fa al MoMa di New York di Jonsì e compari) a malinconiche sonate di piano arrangiate in maniera impeccabile, tanto da apparire come l’opera di un navigato direttore d’orchestra.

Intrecci a velocità contrastanti, echi e richiami, rumori dal passato ed esplosioni di dolcezza. Tutto questo e anche di più in poco più di mezz’ora di poetiche sollecitazioni sonore. Emozioni contrastanti che si combattono come pare facciano gli strumenti, in costante gara per spuntarla, quasi si aggrappassero l’un l’altro per arrivare più in altro, con le trombe che scavalcano i flauti che intanto rimontano per esser nuovamente ricacciati. Una tensione capace di farti chiudere gli occhi e sprofondare in un viaggio in terre lontane che nascono nell’intimo di questo ragazzo, il quale riesce a dipingerle dinnanzi ai nostri occhi con l’aiuto di note che giungono inaspettate, provenienti da una chitarra o da uno xilofono, da un violino, o da una tromba che dal nulla arriva a dare una tonalità differente e cambiare le prospettive del tutto.

Ritratti meravigliosi di terre lontane, in un legame inatteso tra la sua Sicilia e l’Irlanda e l’Islanda, dalle cui atmosfere sembra cogliere l’ispirazione. Un piccolo gioiello celtico incastonato tra i sassi arsi dal sole siciliano.

Da consigliare a chi ha amato Med Sud I Eyrum Vid Spilum Endalaust dei Sigur Ros ed è alla ricerca di atmosfere romantiche e oniriche, e da far ascoltare a chi continua a non comprendere il potenziale devastante della musica emergente italiana che non ha solo un destino di nicchia, ma sarebbe capace di arrivare al cuore di chiunque.


DANIELE MORGESE

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