
| Interviste Arè Rock 2010 - 3 serata - GRUPPO ZED (Salerno) |
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| Domenica 21 Marzo 2010 20:22 |
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Il Gruppo Zed è praticamente un "collettivo" di musicisti (dieci in tutto!) che attraverso la loro musica cercano di sconfiggere le ingiustizie e di portare un messaggio pacificamente rivoluzionario in giro per il mondo. I musicisti sono: Germano Basile (Chitarra e Voce), Sara De Chiara (Voce), Gaetano Galuzzo (Violino), Ignazio Leo (Tastiere e Sintetizzatore), Diego Trebino (Basso e Voce), Fabio Rinaldi (Percussioni e Voce), Alex Ferrentino (Batteria), Brunella Vaiano (Tammora, Voce e Danze), Valentina Camarota (Voce e Danze), Gemma De Nicola (Voce, Danze e Tammorra ). La scelta del vostro nome fa intuire una precisa riflessione filosofica generata anche dalla vostra scelta di suonare musica popolare: genere impregnato di tradizioni e di filosofie di vita antiche e forse semplicemente immortali. Potete spiegarci, dunque, la vostra riflessione che ha portato oggi a questo tipo di proposta musicale e al nome scelto per il vostro gruppo? La speculazione filosofica che ha determinato la scelta del nostro nome “ZED” è da ricercarsi nella semantica del nome stesso: “contro la dittatura della realtà ordinaria, contro la pratica dei concetti dominanti”.
Abbiamo sempre sostenuto che la musica debba avere un contenuto, un significato catartico: tutti gli sciamani, gli stregoni, di tutti i popoli, usavano il canto come medicina. Crediamo che la musica debba essere balsamo, riposo, rilassamento, liberazione, catarsi. Le canzoni servono a formare una coscienza. Sono una piccola goccia dove servirebbero secchi d’acqua. Crediamo, che cantare sia un ultimo grido di libertà. Forse il più serio. Scrivere canzoni sta diventando una responsabilità sociale, ma se ne sono accorti in pochi (soprattutto i discografici che producono solo spazzatura senza neanche differenziarla). Ci accorgemmo fin da subito che il nostro lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia di una giustizia sociale che ancora non esiste e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. Quest’ultima si è sbriciolata presto, la prima, invece, rimane. C'è chi pensa che la musica etnica e popolare, in quanto tali, debbano essere apprezzate e recepite esclusivamente dalle etnie e dai popoli che le hanno generate. Voi invece avete "esportato" la vostra musica anche fuori dai confini nazionali. Che riscontro avete avuto?
In una concezione “globale” dell’etnia è difficile affermare oggi che la musica etnica possa essere connessa ad una determinata cultura, anzi spesso ci ritroviamo dinanzi a espressioni mistificate che vivono solo ed esclusivamente ai margini di becere operazioni commerciali, quello che noi definiamo “folklore da cartolina”. Musica etnica e musica popolare detto con estrema franchezza non esistono più: viviamo una sorta di “medioevo musicale” che ha distrutto o tende ad annichilire ogni espressione d’arte. Il Gruppo Zed si muove in tutt’altra direzione, poiché la scelta del nostro stilema musicale (che non si limita solo all’etnia campana ma abbraccia l’idioma musicale del sud di tutto il mondo) è solo il mezzo per veicolare i nostri messaggi. La scelta dello stilema etnico è motivato dal nostro forte (veemente) orientamento antiglobale.
Un altro dei luoghi comuni legati al genere di musica popolare, è che, essendo un genere tradizionale, non possa essere anche un genere "moderno", se non privandolo della propria originaria natura. In che modo, invece, voi pensate di modernizzare la tradizione?
Al massimo noi cerchiamo di demistificare la tradizione e la storia. In che modo vi siete avvicinati a questo genere di musica e che musicisti del passato (o anche del presente) hanno dato (o danno) di più alla tradizione popolare?
La nostra storia affonda le sue radici nel “folklore progressivo” degli anni '60, ovvero movimento impegnato nella lotta politica contro il sistema capitalistico, contro il padronato, che si è caratterizzato in quegl’anni nel sud Italia nell’ambito delle lotte bracciantili. Quella fu la prima trasformazione: molti “cantori” di quei tempi compresero che per far passare messaggi politici a contadini e operai serviva un mezzo duttile ed espressivo. Gli artisti come Eugenio Bennato si sforzano di riesumare cadaveri in decomposizione sostenuti da pseudo antropologi che non hanno capito niente, e non godono assolutamente della nostra stima, anche se teniamo in grande considerazione il particolare approccio e l’operazione artistico-filologica di Fabrizio De Andrè.
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