
| Interviste Arè Rock 2010 - 3 serata - SHOE'S KILLIN WORM (Foggia) |
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| Sabato 20 Marzo 2010 11:41 |
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Marco: Significa che il nostro obiettivo principale ogni volta che ci accingiamo a scrivere un brano è quello di considerarne l'essenza comunicativa, di dare principalmente spazio alle sensazioni che lo hanno generato piuttosto che all'ordine e alla codificazione della sua struttura e delle sue linee portanti. Quasi mai abbiamo dato preminenza ad un riff di chitarra o alla linea vocale a discapito di tutto il resto; nel nostro paradigma compositivo elementi ritmici, melodici e armonici si fondono totalmente. Per quanto riguarda i temi e i “colori” della nostra musica direi che preferiamo dare un suono all'instabilità, alla confusione e alla contraddittorietà di tutto quello che ci gira intorno, alle atmosfere dilatate e psichedeliche del sogno e dell'indefinito. Gianluca: Per definire in modo appropriato la nostra musica credo che si debba considerare prima di tutto la diversa estrazione e i diversi ascolti di ogni componente. Ognuno infatti porta con sé un bagaglio di informazioni che contribuisce a costruire ciò che è il nostro sound. Alcuni dei nostri pezzi hanno la classica forma canzone, quindi questo ci pone in continuità con il grande filone che è il pop, ma d'altra parte c'è una costante ricerca di arrangiamenti non convenzionali e uso di suoni provenienti da diversi generi. Andiamo comunque alla ricerca del ritornello ponendo i pezzi in un impasto acustico-elettronico e rock anni '90. Non disdegnamo quindi il post-rock, il grunge, il rock inglese, la musica cantautorale italiana, il progressive, l'elettronica degli ultimi decenni e nemmeno quella degli albori dei sintetizzatori. Il vostro nome è molto particolare...Come mai questa scelta? Marco: In realtà nacque da un patchwork verbale, alla maniera dada, ottenuto traendo spunto da alcuni ritagli di spartiti di Charlie Parker che avevamo nel salotto dove facevamo le nostre prime prove; dalla loro composizione casuale venne questo “Shoe's Killin' Worm” che ci piacque molto perchè rispettava perfettamente da un punto di vista fonetico e concettuale l'idea di musica che volevamo fare: inafferrabile, composita, ipnotica. Pensammo subito che sarebbe stato divertente ascoltare le ipotesi altrui sul significato del nostro nome e soprattutto che nessuno se lo sarebbe mai ricordato. Ci piace l'idea che chi venga ad un nostro concerto torni a casa con la sola sensazione del suono che abbiamo prodotto, senza riuscire a soffermarsi sulle nostre facce, sui nostri vestiti o sul modo in cui ci facciamo chiamare. Ascoltandovi dal vivo, sul palco dell'Arè Rock, ci è venuto istintivamente di associare certe vostre sonorità alla musica dei Radiohead. Fanno parte del vostro background? E, in generale, quali musicisti, quali gruppi o quali esperienze artistiche hanno contribuito alla vostra formazione? Marco: Certamente i anche i Radiohead fanno parte dei nostri ascolti, come d'altra parte quasi tutti i gruppi che utilizzano una commistione di rock ed elettronica; ma usiamo tutto quello che ascoltiamo per dare sviluppo all'arrangiamento dei nostri brani. Quindi quello che andiamo di volta in volta a comporre risente di tutto ciò che ascoltiamo in quel momento, cosa resa ancora più stimolante dall'abitudine di mettere mano al pezzo in modo assolutamente corale, dando spazio alle influenze e alle letture di tutti i componenti del gruppo, a volte giungendo a provare tre o quattro versioni totalmente differenti di ogni canzone, prima di trovarne esattamente la forma, l'atmosfera e il significato adatto. Gianluca: Io credo che qualsiasi musicista che voglia fare musica ricercata in questo decennio non può assolutamente prescindere dai Radiohead, dato che sono secondo me la miglior proposta degli ultimi 20 anni, e che sono per noi ciò che i Pink Floyd furono per gli anni '70, cioè coloro che oggi ti fanno ascoltare la musica del futuro. La lezione che apprendo da loro è che la musica scavalca i generi e gli incasellamenti discografici, facendo vedere che è possibile unire diverse influenze per creare qualcosa di solido e maturo. Più che nelle sonorità, credo quindi che l'influenza sia nell'approccio all'ascolto e produzione di musica. Come mai avete scelto di cantare in italiano portando comunque un moniker inglese? Marco: Inizialmente scrivevamo canzoni in inglese come anche in italiano, ne avevamo alcune in francese o addirittura fatte con suoni estranei a qualsiasi lingua, a rimarcare che la voce dovesse essere considerata uno strumento come tutti gli altri, che usa la lingua come un vestito da abbinare al sound di ogni brano, non abbiamo mai considerato la parola come l'unica depositaria del significato all'interno della nostra musica... |

























