
| Intervista integrale a ROY PACI |
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| Sabato 14 Gennaio 2012 21:04 |
![]() Il grande Roy Paci è protagonista questo mese di una delle due interviste più importanti di I Think. Il noto trombettista e cantante siciliano è certamente un artista conosciuto da tutti, grazie al il suo trascorso musicale denso di esperienze e incursioni nei generi più disparati e con il suo presente da musicista dedito ai “ritmi in levare”. L'abbiamo intervistato per comprendere meglio il suo rapporto con la musica, le contaminazioni e le collaborazioni. Roy, non si può non notare che la tua musica è una fusione di diversi generi, a cui il tuo stile dà poi forma. Quanto contano per te le contaminazioni? Penso che le contaminazioni contino tantissimo. Qualsiasi tipo di influenza e di input che arriva durante i nostri viaggi, che sono il momento più “vissuto” di quello che accade poi all'interno non solo della nostra vita quotidiana da musicisti ma anche nelle penetrazioni sui tessuti sociali diversi dal nostro, diventano poi parte e ingrediente del nostro ormai ampio calderone musicale. E quando poi mi metto a “cucinare” queste influenze, il prodotto che vorrei ottenere è un prodotto sempre eterodosso, che non sia ghettizzante su uno stile o un genere musicale. Mi diverte proprio l'idea di poter veramente apportare sempre novità a quello che è il repertorio originale, il quale ha comunque già una grossa radice nella musica popolare, soprattutto della mia Sicilia. Chi nasce nel Sud del mondo ha generalmente nel sangue un folklore più “ardente”: tu da siciliano che ha vissuto anche in America Latina (e con frequenti rapporti con la Puglia) ne sei una testimonianza. Cosa ti appassiona delle musiche di questi luoghi “caldi”? Condivido in pieno il tuo pensiero, perché probabilmente, sembrerà banale ma secondo me è il Sole che fa tanto: questa lunga linea equatoriale a cui si è più o meno vicini viene assimilata e poi riversata nella vita quotidiana e dunque anche nella musica che si fa in queste zone. Si trova, oltre a quello che tu hai detto poc'anzi, un elemento comune tra tutte queste musiche “calde”, un elemento molto particolare e che ovviamente ho fatto mio, all'interno della mia musica. Mi riferisco al tipo di sonorità in cui si affrontano anche delle tematiche molto forti all'interno dei testi, a volte tristissimi, ma che vengono sempre condite da una ritmica molto frizzante, energetica. Questo elemento già c'era nella mia tradizione musicale, basti citare ad esempio Vitti Na Crozza, che è un pezzo allegro ma con un testo di una tristezza pazzesca, e tracciando questa linea immaginaria possiamo arrivare fino in Brasile, ad esempio, dove c'è quella classica musica, tipica di Salvador de Bahia, che si chiama Choro, cioè proprio “il pianto”, sempre accompagnato da una ritmica molto forte. E anche in Africa la stessa identica cosa: mi sono trovato ad analizzare anche dei testi di canzoni africane, e, sebbene essi siano sempre accompagnati da questa ritmica pazzesca, molto forte, spesso vi ho trovato una certa malinconia. Quindi questo fatto di avere comunque un certo tipo di impulso ritmico armonico forte così viscerale ed energetico, secondo me è contraddistinto proprio dal fatto che sono proprio queste terre ad essere molto solari, proprio a livello di clima. “Solari”, poi, è un aggettivo che sta anche molto bene accostato a queste musiche, allegre non solo per il ritmo ma spesso anche per le melodie. Sì esattamente. Sono delle melodie che poi hanno un certo tipo di incastro tra quella che è la verticalizzazione della musica e l'armonia di base, molto veloce e a volte anche complesso. Con il termine “complesso” mi riferisco, ad esempio, alle musiche dei popoli balcanici, velocissime e apparentemente allegre. C'è questo tipo di impronta diversa da quella che può essere quella dei popoli del Nord, che hanno quelle musiche rarefatte, quei suoni dilatati, notturni, così diversi dai nostri... Il titolo del tuo ultimo album, Latinista, si riferisce proprio alle zone latine, delle cui musiche i tuoi brani sono impregnati? Sì, riguarda proprio le zone latine, quelle cioè di lingua latina: era un gioco di parole con l'essere “latinista”. Noi siciliani siamo latinisti, per le dominazioni spagnole: abbiamo un sacco di parole dialettali che fanno parte del linguaggio ispanico. E non va dimenticato che la lingua più parlata al mondo è proprio lo spagnolo. Solo dopo c'è l'inglese... Inoltre Latinista è stato inciso a Lecce, dove hai degli studi di registrazione personali. Cosa ti ha portato in terra di Puglia? C'è sempre stato un certo tipo di affinità con i luoghi pugliesi e una frequentazione che risale già a circa vent'anni fa: nel 1992, infatti, mi innamorai di questi luoghi bellissimi, non solo il Salento ma tutta la Puglia, dal Gargano all'entroterra al tarantino. Sono legato alla Puglia anche per tutta la serie di colori diversi che si prestano straordinariamente a quelle che sono le mie aspettative, perché è un luogo tranquillo, dove non c'è bisogno di andare a fare il vernissage ogni fine settimana e l'aperitivo ogni giorno, ma dove l'aperitivo lo puoi fare la mattina con i pastori a mangiare la ricotta o andare la mattina al mercato e trovare gente cordiale e socievole. Un luogo per tanti aspetti diverso dalla mia Sicilia, ma d'altra parte io, per la mia terra, paradossalmente lavoro meglio fuori da essa. Lo studio a Lecce era nato per esigenze personali, però effettivamente essendo uno studio molto buono e fatto bene a regola d'arte sto cercando di farlo fruire anche da altri progetti, non necessariamente i più blasonati, perché sono sempre del parere che le cose buone e belle, quelle veramente di qualità, debbano essere alla portata anche di chi non se lo può permettere. C'è anche una traccia (Nostress) in cui Caparezza (con il quale avevi già collaborato in passato) ha scritto con te il testo: com'è nata questa collaborazione? Il brano era nato in spagnolo e ho chiesto a Capa di farne una versione in italiano, così lui ha stravolto completamente il senso del testo, in maniera molto simpatica. Il testo in spagnolo parla proprio dello stress, lo “sbattimento”, invece poi, nella traduzione italiana, ci è venuta in mente quest'idea di giocare su “nos tres”, che in spagnolo vuol dire “noi tre”, facendola diventare “no stress”. In pratica è un triangolo un po' particolare che si svolge tra persone anche comunque stressate! (ridiamo, ndr) In generale, poi, le collaborazioni sono fondamentali nella tua carriera, infatti hai una lista lunghissima di progetti paralleli e di artisti con i quali hai collaborato in maniera ufficiale, negli album, o in maniera diciamo così “casuale”, in sede live. Quando si crea l'atmosfera per registrare e fare un disco è come aprire le porte di casa e fare entrare gli amici, gli ospiti: sono sempre stato un tipo che ha “il casino” a casa piuttosto che la solitudine. Io non amo molto la solitudine, soffro tantissimo la solitudine, quindi mi circondo sempre di gente, mi piace stare in mezzo alla gente e la stessa cosa accade quando si comincia a concepire un disco: è un momento particolare di intimità con le persone che stimi e che ti sono care... Poi tra l'altro c'è da dire che dopo vent'anni di collaborazioni con mezzo mondo, alla fine viene veramente naturale intraprendere un discorso compositivo con i vari colleghi, che risulta sempre una cosa piacevole e costruttiva, dalla quale si può sempre imparare molto. Un'altra tua particolarità è che porti avanti progetti musicali anche sostanzialmente diversi, come, per fare un esempio, il caso dei Persiana Jones e degli Zu, totalmente opposti come generi... Sì è vero, e potrei citarne molti altri: ho fatto musica occitana con i Ludas Finner e all'opposto ho fatto nu metal con i Linea 77. Cose veramente diverse, perché la musica non ha confini. Qual è, per te, la cosa più bella del condividere il microfono o il palco con altri artisti? La cosa bella è che ci si scambiano le esperienze e le conoscenze musicali e questo è importante: io non sono mai sazio di scoprire e imparare cose nuove. Ogni qual volta mi approccio ad una persona io da quella persona riesco a trarne dei valori molto forti musicali, conoscenza, saggezza... Per ogni artista o persona che ho incontrato è stato sempre così: da Ivano Fossati a Manu Chao, tutti hanno contribuito a determinare questo enorme mosaico che fa parte poi della mia vita. Quindi sei un po' una contaminazione vivente!Sì, mi piace questa definizione! Diciamo così... Parlando con Mauro Pagani, nell'intervista che gli abbiamo fatto qualche mese fa, notavamo che nel tempo stai in un certo qual modo “cantando sempre di più e suonando sempre meno la tromba”. È stata una scelta precisa o sono i brani su cui stai lavorando nell'ultimo periodo a richiedere un maggior apporto vocale rispetto a quello del tuo strumento? Guarda, sono proprio i brani che mi portano a cantare molto e suonare meno la tromba. Poi per suonare di più la tromba mi sfogo con altri progetti, perché ovviamente mi diverte tantissimo suonarla. Suono con un gruppo di musicisti molto in gamba di afrobeat, che è musica proprio celacutiana, e questo è un esempio di gruppi in cui suono solamente; ma anche con Mike Patton, ad esempio, suonavo solo la tromba, senza cantare: certo, con il mio progetto, è un po' più difficile dedicarmi alla tromba, dato che sono quello che deve anche cantare, per cui ho finito per sacrificare un po' il mio strumento... …anche perché, in tal caso, i pezzi dovrebbero durare abbastanza da concederti una buona performance vocale e un buon assolo di tromba... Sì, come ho fatto nell'album Parola D'Onore, con il brano Fela Kuti Aje!, che durava 7 minuti! Una roba tutta super africana... Non so magari in futuro si riproporrà l'esperienza... vedremo! Intanto speriamo di riascoltarti ancora live in Puglia: anche se sei venuto spesso, non ci basti mai! (ridiamo, ndr) Siete gentilissimi! Speriamo a presto allora. DORIANA TOZZI
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Quindi sei un po' una contaminazione vivente!

















