
| Intervista integrale agli ZEN CIRCUS |
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| Mercoledì 23 Novembre 2011 15:11 |
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Negli anni '90 la nostra lingua veniva considerata “pop” e, dunque, chi voleva fare “rock” era quasi obbligato a cantare in inglese. Negli stessi anni, però, si stavano formando alcuni tra i migliori gruppi rock di oggi, e molti di questi, compresi voi, hanno cominciato proprio cantando in inglese, per “concedersi” solo successivamente alla propria lingua. Questo, secondo voi, era dovuto semplicemente ad una questione di “moda” oppure era proprio la discografia a favorire i musicisti anglofoni piuttosto che quelli che cantavano in altre lingue? Io credo che non ci sia una regola fissa per questo. In Italia abbiamo un cambiamento di tendenza tra musica anglofona e non, molto casuale e spesso scissa tra i generi. Quando ho cominciato a suonare nella seconda metà degli anni '90, la maggior parte dei gruppi che facevano musica alternativa cantavano in inglese. I nostri idoli, per farti un esempio, erano i One Dimensional Man. Certo, c'erano gli Afterhours, i Marlene Kuntz ed altri, ma qualsiasi gruppo che cominciava ad approcciarsi alla musica, sceglieva l'idioma inglese. Questa tendenza è continuata anche nei primissimi anni del 2000. Poi magicamente ha preso piede l'italiano, nel giro di poco tempo. E credo che questo, al di là delle leggi di mercato, sia avvenuto per l'urgenza di raccontare e di comunicare più direttamente con il pubblico.
Una delle label italiane più attive, in grado di annoverare nella propria “scuderia” alcune tra le migliori band alternative in circolazione, che quasi sempre cantano in italiano, è proprio La Tempesta Dischi, ovvero l'etichetta di Enrico Molteni dei Tre Allegri Ragazzi Morti, che è anche la vostra etichetta. Spesso vi incontrate tutti insieme ai festival organizzati dalla Tempesta, e il prossimo sarà il 3 Dicembre a Marghera. Visto che agli Zen Circus l'originalità e la fantasia di certo non mancano, cosa ci proporrete di particolare per quest'occasione? Beh, conta che in questi festival, giustamente, il tempo per suonare è ridotto, causa gran numero di gruppi in cartellone. Siamo molto impulsivi durante i live. Abbiamo una scaletta, certo, ma spesso a fine concerto prendiamo gli strumenti e ci fiondiamo a suonare in mezzo al pubblico, o semplicemente apriamo un dibattito casuale tra un pezzo e l'altro. In questo è fondamentale il pubblico che, da sempre, è il quarto elemento degli Zen. Cerchiamo di fare sempre un concerto diverso da quello precedente e da quello seguente, perché, anche se le canzoni sono quelle, per fortuna può succedere di tutto.
Pensate che questo tipo di festival possa contribuire a risollevare la cultura musicale italiana? Parlando di musica alternativa, l'Italia sta vivendo un momento strepitoso. E la musica, non mi stancherò mai di dirlo, è cultura. Che tu veda un live dei Ramones o dei Black Flag su youtube o che tu vada a vedere un concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti, sempre di cultura stiamo parlando. Sotto la pelle dei concerti e dei dischi, batte un cuore pulsante di letteratura e di richiami all'arte e alla vita. Divertirsi e stare bene durante la fruizione di queste cose e tornare a casa da un concerto dei TARM con la voglia di scoprire, leggere e capire Pasolini, ne è la naturale dimostrazione. Non dico che la musica salverà il mondo, perché sarebbe tautologico, ma posso affermare con convinzione che salva e cambia la vita alla singole persone. Ed il mondo è formato da singole persone.
C'è differenza per voi, da un punto di vista puramente emozionale, tra condividere il palco con gli amici dell'etichetta, condividerlo con gli artisti internazionali con i quali avete suonato in passato e fare un concerto interamente targato Zen Circus? Suonare è sempre bellissimo ed emozionante. Quando suoni con degli amici nei festival è uno spasso, perché va quasi sempre a finire nel casino, stai con gente che ami e con la quale ti capisci al cento per cento. Stare in tour è particolare e con queste persone entri in sintonia subito e sviluppi delle bellissime amicizie. I ricordi più belli della mia vita musicale risalgono al tour con i Violent Femmes. Ci invitavano sempre con loro sul palco. Ricordo che una sera suonammo Jesus Walking On The Water. Io ero dietro Gordon Gano. Quando cominciò a suonare la parte di violino, mi arrivo una botta enorme allo stomaco dall'emozione. Stavo per mettermi a piangere, perché era tutto perfetto. E bellissimo. Provai quell'emozione solo quella volta in tutta la mia vita.
Il vostro primo disco interamente in italiano è stato Andate Tutti Affanculo e questo nuovo lavoro ci dice che siamo tutti Nati Per Subire... In maniera diretta e ben lontana dalle ipocrisie del linguaggio “politichese”, a ben vedere i vostri titoli (ma poi lo confermano i brani contenuti nei rispettivi album) riassumono lo stato d'animo della gente comune che in Italia si vede usata come mezzo, come popolo votante per conseguire una falsa democrazia (dato che La Democrazia Semplicemente Non Funziona). Ma secondo voi è ancora possibile una rivoluzione? Dopo essere stato massacrato di botte ed aver visto la morte in faccia a Genova nel 2001, ho interrotto la mia partecipazione alla vita politica del Paese per qualche anno. Ero rimasto scottato e traumatizzato dallo stato di polizia impazzito, presente in quei giorni. Con gli anni ho riacquistato una coscienza sociale e politica, in parallelo con l'affermarsi di una certa classe politica. Dalla prima repubblica questo meccanismo di stritolamento sociale si è oliato alla perfezione e siamo arrivati ad un punto nel quale la maggior parte della gente ha perso le speranze di vivere in un paese non dico cristallino, ma almeno decente. L'unica cosa da fare (al di là del credo politico) è resistere e lottare, anche se questa lotta, a volte, sembra contro i mulini a vento. La rivoluzione parte dal singolo, non dalla massa. Non guardare più un TG, levare il voto a qualcuno, informarsi sempre prima di prendere una decisione, qualunque essa sia: sono tutte piccole rivoluzioni.
Alla domanda precedente collego una riflessione su di un verso tratto da Atto Secondo, in cui dite “gommone portami via da questa città che era mia e ora è degli idioti, che democrazia”. Non è meglio cercar di mandar via gli “idioti”? D'accordissimo. In Italia questa tattica del mediare e del comportarsi bene, mentre vieni sonoramente derubato e preso in giro, deve finire. Non vorrei fare un discorso qualunquista, ma si dovrebbe cominciare a prendere a sassate (non metaforiche) una certa classe politica e sociale. Basta comportarsi bene. Non ha funzionato, passiamo ad altro. Non siamo più in democrazia. E allora cari miei, comportiamoci di conseguenza.
Tornando alla vostra musica, una delle particolarità degli Zen Circus, è la capacità di scrivere brani orecchiabili, con melodie che ti entrano subito in testa, canticchiabili come fossero canzoncine quasi banali, e invece ti ritrovi a cantare temi profondi, che riflettono concretamente sulla realtà quotidiana del ceto medio/basso. È un modo per “nascondere” dietro all'apparente facilità d'ascolto la discussione di temi importanti, per testare l'eventuale superficialità degli ascoltatori (della serie “chi ha orecchie che intenda”) o ci sono altre motivazioni legate a questo vostro stile? Dal punto di vista musicale, ci piace unire le melodie “semplici” ad un lavoro ben stratificato nella costruzione del brano. Nulla di Zappiano eh, ma quando siamo in studio, facciamo dei lavori di arrangiamento e sovraincisione abbastanza articolati. C'è molta più roba di quello che sembra. Ci piace pensare a quel 10% che si ascolta il disco con le cuffie e pensa "ah, questa cosa non l'avevo notata!" Dal punto di vista meramente armonico, siamo molto pop, lo siamo sempre stati e questa cosa è figlia dei nostri ascolti furibondi. Il passaggio alla lingua italiana, invece, è stato un modo per essere più diretti con la gente, per la serie "parliamo la stessa lingua e sentiamo il bisogno di esternarlo".
Sono state esperienze favolose. Un aneddoto che fa incazzare ogni volta Ufo e Appino riguarda il nostro tour australiano. Eravamo al concerto di Nick Cave nel festival nel quale suonavamo anche noi. Semplicemente il concerto più bello che io abbia mai visto. Finito il live, noi e Brian Ritchie veniamo invitati nel backstage, dove c'è una festicciola con Nick Cave, i Bad Seeds, i Saints ed altri. Io, per motivi personali, avevo i coglioni giratissimi; avevamo un aereo per Melbourne il mattino dopo alle 6 e volevo andare a dormire. Lo faccio presente agli altri, ma giustamente non mi considerano di striscio. Al che comincio ad urlare che li avrei presi a calci in culo fino alla macchina se non si fossero dati una mossa. In tutto questo Nick Cave (uno dei miei tre miti viventi) e Warren Ellis, non stavano capendo la situazione e mi fissavano con aria dubbiosa. Andammo via con Brian Ritchie e sua moglie Varuni, giustamente basiti. Sì, sono un cretino!
E ci sono altri aneddoti del genere anche per i vostri concerti come band della grande Nada? Ahahah! No no. La collaborazione con Nada é nata con il brano Vuoti A Perdere. Avevamo un pezzo nel quale sentivamo la necessità di mettere una voce femminile figa, rock. Lei apprezzò e diventammo amici. Pochi mesi dopo la aiutammo in studio per realizzare il suo ultimo disco, Vamp. A febbraio 2011 avevamo previsto una pausa estiva nel tour Zen e siamo stati felicissimi di andare in tour con lei. Tutto qui. Abbiamo fatto un po' i turnisti, riarrangiando però tutti i pezzi. È stata un'esperienza bellissima. Lei e Gerri (suo marito) sono due persone stupende.
Per concludere, in questo vostro nuovo tour che differenze sostanziali ci saranno rispetto al precedente tour e si sa già quando verrete in Puglia? Torneremo in Puglia a dicembre o a gennaio. Nel nuovo tour faremo moltissimi pezzi del disco nuovo, quasi tutto ATA e alcuni pezzi vecchi (di Villa Inferno e Nello Scarpellini). Abbiamo apportato qualche piccolo cambiamento alla strumentazione, ma niente di enorme. Siamo sempre noi tre a giro “Nel paese che sembra una scarpa”...
DORIANA TOZZI |









Avete suonato con Brian Ritchie, Kim e Kelley Deal, Jerry Harrison, Nick Cave e molti altri... Come avete vissuto e cosa vi hanno lasciato queste esperienze?

















