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Un bicchiere di vino con Gianmaria Testa durante il Vitamia Tour 2011 PDF Stampa Email
Venerdì 18 Novembre 2011 11:18
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Un'intervista fatta di rimandi a brani e aneddoti dell’artista, una serie di opinioni dal confine labile, che tra loro si incastrano in una catena di domande e risposte, tentando quasi di immergersi, per mezz’ora, in questa esistenza fatta di note, parole e poesia che rappresentano Gianmaria Testa oggi, durante il tour Vitamia partito il 9 Novembre da Barletta.


Qual è Il tuo rapporto con la verità? Sono ossessionata dal concetto di verità e so che la tua opinione a riguardo può dare un’idea di te, della tua personalità e del tuo mondo…

Mah, io mi faccio un sacco di problemi a fare questo “non lavoro” di andare a suonare. Un conto è se tu racconti quattro balle tra le mura di casa tua, colpisci qualche orecchia, magari famigliare… ma se le racconti di fronte ad un pubblico, hai una responsabilità. Per me trasformare una mia canzone da cosa privata a cosa più amplia, non so, mi spaventa ogni volta che ricevo i bollettini dalla Label Blu (l’etichetta discografica francese che per prima ha prodotto i suoi dischi, ndr) e vengo a sapere che 350 persone a Taiwan comprano un mio disco. Io mi chiedo “Perché? Ma come mai?”. Mi pongo il problema di arrivare a loro non con la verità, ma con una verità, la mia piccolissima verità con la v minuscola. La verità di non realizzare un album solo perché loro lo comprino, ma di fare qualcosa perché mi rassomiglia. L’unica cosa che dico ai musicisti, prima che cominciamo a fare un tour o qualsiasi altra cosa, è Tra vent’anni, se la divinità ce lo permette, voglio che ci sediamo in un bar e non dico che dobbiamo esser fieri di quello che abbiamo fatto, ma almeno non dobbiamo provarne vergogna, perché era qualcosa che ci rappresentava in pieno”.


E con il passare del tempo dovrebbe ancora rappresentarci?

Può anche non rappresentarci, ma se hai fatto qualcosa che comunque in passato ti rappresentava, in piccolissima parte c’è qualche residuo che ancora ti corrisponde. Probabilmente diremmo “Questo avrei potuto farlo meglio, quell’altro adesso non lo farei così…” però, in quel momento era il meglio che potevamo fare, e non abbiamo raccontato bugie, che è una cosa che non si può fare, non si può PIU’ fare. Io non faccio spettacoli, ma concerti.


Fare invece qualcosa dalla quale non si è rappresentati è mentire, quindi è fare spettacolo?

Guarda, c’è un momento, quello in cui una qualunque forma di creatività, incontra il mercato e diventa prodotto: quello è un momento critico. Perché la creatività attiene qualsiasi uomo o donna, esseri umani e perfino qualche animale, ed è libera. Libera com’è libero il disegno primitivo inciso sul muro.

È spontaneo. Non tutto il dicibile è comunicabile con le parole, quindi ognuno di noi si industria per comunicarlo in maniera diversa.


Quanto vale la nostra creatività?

L’altra sera ero a Manhattan. Sono passato davanti a una galleria d’arte, aveva un quadro di Warhol esposto. Sono entrato per curiosità, e dentro c’erano dei quadri di Basquiat, quello che dipingeva sui muri… io non so dire perché mi piacesse, però mi piaceva, e ho pensato che lui raccontava la sua “piccola” verità. Ora, i quadri di Basquiat valgono tanto…!


Quindi verità è corrispondere alla propria dimensione, visione della vita, in quello che si fa e si dice di fare.

È non tradire la propria creatività. Il che non significa che debba valere anche per gli altri, però deve somigliare a te. Il contrario, per intenderci, di quello che nella musica fa X Factor.


Bene, volevo arrivare proprio qui, alla tua opinione riguardo le trasmissioni televisive. Al rogo dunque X Factor con tutta la sua giuria, e gli autori, e il pubblico…?

No, te lo spiego: non perché X Factor sia il peggio, ma perché in questa trasmissione c’è un acceleratore in cui a un certo punto si decide che la tua creatività deve compiere un certo percorso. Chi si sottopone a quella cosa lì, non si sottopone tanto al giudizio della gente, quanto a quello di quattro persone che decidono se una cosa va bene o no. E forzano la tua essenza. (tua intesa come te-artista).


Qual è il tuo rapporto con la televisione in generale?

Non c’è. Ma per esempio non ho nulla contro lo scaricamento gratuito dei dischi. Siccome si può fare, è bene che si faccia. Ovviamente spero che si scarichino i dischi per curiosità e che poi, dopo averli ascoltati, se ci sono piaciuti, andiamo a comprarli, altrimenti non si sostengono gli artisti che valgono.


Forse è una visione idealista.

No, è una realtà in più. A me interessa perché voglio che la gente sappia che esista un prodotto. Non faccio carte false per venderlo. Un conto è rendere conoscibile una cosa, un altro è fare delle marchette perché la gente compri quella cosa.


Come si delinea il confine?

Lo delineo io, sulle cose che mi corrispondono e quelle che non mi corrispondono. Un esempio: un po’ di anni fa, il direttore delle pagine culturali de Il Giornale, mi ha chiesto un’intervista. Lui era amico di De Andrè, ed era un persona sicuramente degna. Era appena accaduta quella faccenda di Novi Ligure (il delitto famigliare di cui qualche anno fa hanno molto parlato tutti i giornali, ndr). Il Giornale aveva pubblicato in prima pagina la notizia che incolpava del delitto degli albanesi; invece era un delitto interno, cosa che si è scoperta dopo. Io gli ho mandato una lettera dicendo che non avrei rilasciato interviste a un giornale che pubblicava notizie simili senza nemmeno accertarsi della veridicità. Mi ha risposto che non ero un tipo democratico, perché lui si occupava solo delle pagine culturali e non aveva nulla a che fare con quella faccenda. Ma non è così: tu aderisci a un giornale, quindi sei concorde alle sue scelte. Questo giornale non ha niente a che fare con me, è il mio contrario, e perciò non rilascerò nessuna intervista. Tu giornalista, puoi fare comunque il tuo pezzo, democraticamente, scrivi quello che ti pare, non avrai alcuna confutazione, ma non metterai nessuna virgoletta alle parole che ti dico, perché non rilascerò alcuna intervista per quel giornale.


Cosa ne pensi della fuga dei cervelli? In Italia lo consideri un problema sociale? In qual contesto siamo immersi? Tratti temi politici in diversi brani del penultimo album Da Questa Parte Del Mare, come anche in Vitamia, la domanda quindi mi sembra d’obbligo…

Mi chiedo perché, perché l’Italia scelga e riscelga determinate guide... perché si svende in questa maniera, perché è ridotta così…


Forse perché l’italiano si accontenta? E se non si accontenta, fugge?

Non lo so, non riesco a capirlo perché. C’è una bellissima poesia di Ungaretti che dice: “E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore” e io ci ho pensato un sacco di volte in questi anni. Nonostante tutta la bellezza e l’allegria che c’è, non ti viene più da cantare.

E poi alla fine io lo faccio lo stesso, ma non so per quanto tempo. Perché si sopravvive… anche io non so se avesse un senso fare un disco. Alla fine uno fa quello che è, perché è una pulsione, come anche durante la guerra si fanno figli. Forse il parallelo è un po’ esagerato.


Forse, o invece è così: anche questa in qualche modo è una guerra...

Certamente sono anni in cui è più difficile fare tutto quello che si faceva prima, perché ora è difficile immaginare un futuro. E per chi ha figli, come me, è ancora più difficile, perché i figli sono per forza il futuro, il tuo futuro, ciò che resterà di te. C’è il buco dell’ozono, non si arriva a fine mese, tutto è più complicato…


Insomma eravamo partiti dalla fuga dei cervelli: il tema della migrazione è stato da te trattato anche nell’ultimo album (un esempio, quella fantastica canzone che è 20 Mila Leghe In Fondo Al Mare) e nel celebre brano dedicato a Jean-Claude Izzo (Ritals, tratto dall’album Da Questa Parte Del Mare).

La fuga dei cervelli è la nuova migrazione.


I tuoi figli studiano in Italia o all’estero?

Ho due figli, uno studia a San Paolo in Brasile, fa l’ultimo anno di università e mi ha detto che forse si ferma lì. L’altro sta facendo il cameriere in Francia, per imparare meglio il francese. Poi andrà a fare una scuola di regia, che è quello per cui ha sempre studiato. Andare via è un dato di fatto…

Però questo paese è morfologicamente benedetto da Dio. Abbiamo il 50% del patrimonio culturale del mondo, il più bel mare che ci sia che è il Mediterraneo, siamo in un posto che è meraviglioso se non lo roviniamo noi. Io scommetto sull’Italia e non riesco ad immaginarmi fuori.


Perché questo disco, Vitamia, è diverso?

La diversità viene dal fatto che tutti loro, tranne Giancarlo (si riferisce ai musicisti che lo accompagnano in questo tour: Giancarlo Bianchetti, Nicola Negrini, Philippe Garcia per tutte le tappe italiane ed europee e, per Barletta, Torino e Milano, anche Roberto Cipelli e Claudio Dadone, ndr) oltre ad essere grandi musicisti, ormai sono 10 anni che suonano con me.

Con Claudio e Roberto ci conosciamo da - ahimè - 35 anni: c’è una amicizia, un legame affettivo che mi ha permesso di togliermi degli affanni. Posso osare di più: per me che non sono rockettaro, ad esempio, osare è usare la chitarra distorta e suonando con loro, posso farlo.

Questo è il bello della faccenda perché questo “non lavoro” comporta anche una quantità di viaggi e di impegno, e di sacrifici, e io ho raggiunto anche un’età…


MIRELLA VITRANI


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