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Intervista agli A CLASSIC EDUCATION PDF Stampa Email
Martedì 08 Novembre 2011 16:18
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Gli A Classic Education sono un gruppo di quelli che già dal primo ascolto, che ti piaccia o no la loro musica, ti fanno capire chiaramente che loro sono lì, dietro quelle note, perché ci credono veramente, perché hanno una passione fortissima, innata, e sono riusciti a coltivarla negli anni fino a poterle dare la forma che meglio si confà alla loro genuina ispirazione. Per questo dall'inizio la loro proposta è stata di respiro internazionale, tanto da un punto di vista musicale quanto di distribuzione e divulgazione, facendosi notare, già con i primissimi EP, in tutto il globo.

E, in realtà, il “respiro internazionale” è proprio del DNA della band, con i membri fondatori in parte italiani e in parte canadesi.
Jonathan Clancy, Luca Mazzieri, Paul Pieretto, Giulia Mazza e Federico Oppi, ovvero gli A Classic Education (nati da una costola dei Settlefish), hanno da poco dato alle stampe Call It Blazing, il primo album ufficiale, tramite il quale si stanno facendo sempre più strada tra i circuiti che contano.
I Think ha intervistato Jonathan (il cantante e chitarrista) e Federico (il batterista), per parlare insieme di musica, tecnologia, festival e molto altro.


Lo scheletro della musica degli A Classic Education sembra costruito negli anni '60. I suoi muscoli, però, sembrano essersi scolpiti a suon di indie-pop del nuovo millennio, e il tessuto epiteliale si mostra come una perfetta fusione tra questi due periodi. Ci senti ora i Beach Boys ora i Ganglians, ora i Jefferson Airplane e ora gli Arcade Fire... Questo vostro legare il passato con il presente è qualcosa di puramente musicale o rappresenta anche in qualche modo un ideale di vita?

J: Mah, non vorrei sembrare banale, però per noi la musica rappresenta qualcosa di essenziale nella nostra vita, quindi penso che le cose si incrocino tantissimo. Non vogliamo assolutamente fare qualcosa di rètro ma semplicemente provare a scrivere belle canzoni, e spesso in quel periodo che citi c'era un bellissimo connubio tra canzone ed elementi più sperimentali, in più le registrazioni venivano fatte con pochi mezzi, cercando di trarre il massimo. Penso che anche noi in qualche modo abbiamo fatto così. In ogni caso se viene fuori in qualche modo ascoltando la nostra musica una unione tra due epoche, beh siamo felici!


Call It Blazing rappresenta la cosiddetta “prima fatica sulla lunga distanza” e giunge dopo diversi EP molto apprezzati dalla stampa di tutto il mondo. L'avete registrato a Brooklyn, nei Rear House Studios di Jarvis Taveniere. Com'è stato lavorare con lui?

J: Un'esperienza veramente rilassante, Jarvis è un tipo silenzioso che non trasmette fretta o ansie, ci siamo subito trovati rilassati in questa casa-studio tra gli scaffali di dischi e la teiera che andava e veniva in continuazione. Con lui non ci sono mai stati scontri o momenti difficili, semplicemente si premeva play sulla bobina e poi si riascoltava. Ancora oggi mi sorprendo della naturalezza di come è stato registrato il disco... anche le voci sono spesso la prima o al massimo la seconda take.

F: Concordo sulla rilassatezza, Jarvis è un tipo straordinario: guardatevi qualche sua foto, se non sta suonando lo vedrete spesso con in mano la sua fantastica tazza da tè! Lo studio è stupendo, sul retro di una piccolo palazzo residenziale di mattoni rossi, mi ha fatto pensare alle atmosfere hitchkochiane della finestra sul cortile... I vicini convivono con questo giovanotto in camicia di flanella, che ogni tanto invita qualche amico a fare casino in salotto o in bagno mentre lui urla dalla finestra di sopra che il nastro è partito...


Sarebbe bellissimo essere suoi vicini di casa, per entrare quotidianamente in questa cerchia di amici! Comunque, tornando al disco, quindi è stato registrato su bobina analogica e inoltre so che quasi tutti i brani sono stati registrati in una vecchia cucina con il pavimento di legno Questo ha ovviamente permesso al suono di essere più naturale e vintage, il che si sposa perfettamente con la vostra musica. Ma secondo voi, la tecnologia moderna e il digitale cosa hanno aggiunto e cosa hanno tolto alla musica, al modo di registrarla ma anche di fruirne?

F: La prima idea è il concetto di immediatezza: quindici anni fa, per esempio, pensare di portarsi a casa le prove di sala per poterle riascoltare più o meno fedelmente era qualcosa di possibile ma piuttosto macchinoso. Adesso anche solo con un telefono puoi riascoltarti in qualsiasi momento, fra una pausa caffè o nel percorso da lavoro a casa; sempre con lo stesso telefono puoi aggiornarti, ascoltare le ultime novità... insomma tutto quello che viviamo attualmente.

Sebbene, però, io sia un entusiasta radicale della tecnologia, mi accorgo che allo stesso tempo l'accesso illimitato ai contenuti mi lascia una sensazione di superficialità: quante volte mi è capitato di poter avere fra le mani un bel disco ma di non riuscire a entrarci dentro a sufficienza perché il supporto comodo e versatile me lo faceva sentire in situazioni realmente poco adatte ad "ascoltarlo"...

Credo che questo possa associarsi al desiderio di ritrovare i sapori dell'analogico, il ritorno del vinile e delle bobine...


Robert Pirsig, nel suo libro Lo Zen E L'Arte Della Manutenzione Della Motocicletta, dice che “il Divino dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore”. Ovvero c'è un lato romantico e un lato calcolatore, un lato fisico e un lato metafisico in tutto ciò che ci circonda e dunque sarebbe illusorio cercar di sfuggire ad uno così come all'altro. La vostra musica sembra anche sintetizzare in note questo discorso. Che ne pensate?

F: beh accidenti, bello che ti venga in mente questa associazione! Forse tentare di descrivere quello che succede quando si scrive un disco o si compone un pezzo è molto complicato. Pensa per un attimo all'idea di camminare: farlo è naturale ma se ci si ferma a ragionare su quanti eventi si incrociano in perfetta sincronia per realizzare questo semplice gesto, rischiamo di distrarci ed inciampare. Nella composizione ci siamo lasciati trascinare, fidandoci l'un l'altro, un po' come quando si cammina...


Parliamo un po' dei vostri live. Avete suonato tantissimo in giro per il mondo e il 3 Dicembre sarete presenti a Marghera (VE), sul palco della Tempesta Al Rivolta, insieme ad altri gruppi, vostri compagni d'etichetta. Che differenze sostanziali notate tra l'organizzazione dei festival in Italia e quelli all'estero? alt

J: Spesso in Italia non si ha il coraggio di organizzare dei veri e propri festival con tante band assieme. Ci si preoccupa quasi esclusivamente degli aspetti tecnici e troppo poco della musica, del fatto che in realtà, alla fine della giornata, servono solo due casse, qualche microfono e poi la magia o meno la mette la band. Il festival della Tempesta ci piace perché sembra partire già con questo spirito, quello di tante band assieme... mette assieme tante belle realtà.


Con quali gruppi della Tempesta Dischi avete più affinità?

J: La mia band preferita che canta in italiano sono gli Altro... quindi dico senza dubbio loro! Poi direi sicuramente Massimo Volume e Smart Cops.

F: Condivido e aggiungo i mitici Zen Circus!


Tornando al discorso festival, secondo voi, i festival italiani cosa dovrebbero importare dai “fratelli” stranieri?

F: Fermo restando che sto osservando una crescita esponenziale della qualità dei nostri festival, credo sia necessario, anche se è un discorso ben più ampio, promuovere l'idea di accessibilità della musica indipendente, renderla cioè un “valore condiviso”, parte del patrimonio e dell'identità culturale italiana alla pari di qualsiasi altra forma di espressione contemporanea.

Sarebbe interessante pensare ad un festival come ad un evento accessibile a tutti e quindi addirittura vedere famiglie, scolaresche in gita...

Negli Stati Uniti siamo stati abituati a vedere individui di ogni genere, rampanti colletti bianchi scamiciati al fianco di intramontabili bikers...


Vi lascio con una domanda che interessa particolarmente i nostri lettori: abbiamo speranza di poter assistere a breve ad un vostro concerto qui in Puglia?

J: Penso che a breve finalmente scenderemo in Puglia. Io non vedo l'ora, da piccolo dopo essere stato in Canada ho vissuto un po' a Lecce e mi è rimasta nel cuore.

F: Non vediamo l'ora... Non posso esimermi dal ricordare che mio cognato è di Galatina. Considerata poi la nostra proverbiale “forchetta” dovrete consigliarci le migliori orecchiette alle cime di rapa della zona!


Ahahah! Bè potrete gustare quelle e molto altro nel nostro “tacco” e noi saremo lieti di farvi da guida quando scenderete. Intanto vi ringraziamo per quest'intervista e speriamo di rivedervi presto!

Alla prossima!


Ascoltate gli A Classic Education qui: http://www.myspace.com/aclassiceducation



DORIANA TOZZI


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