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L'intervista INTEGRALE a MAURO PAGANI PDF Stampa Email
Sabato 24 Settembre 2011 10:51
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Non occorre sprecare parole per presentarvi Mauro Pagani, uno dei più grandi artisti della musica italiana, compositore e polistrumentista della PFM, amico e collaboratore, tra gli altri, dell'indimenticabile Fabrizio De Andrè, attivissimo più che mai come produttore e innovativo direttore artistico di numerosi festival a livello internazionale. Abbiamo avuto l'onore di intervistarlo per voi questo mese, e questo che state per leggere è il piacevole frutto della nostra interessante chiacchierata.

 

Per prima cosa partirei chiedendoLe della Sua più recente attività, ovvero la manifestazione Siena: La Città Aromatica, che si sta svolgendo in questi giorni (l'intervista risale al 25 Agosto '11) e che Lei organizza ormai da dieci anni. Che novità ci sono in questa recentissima edizione?

Intanto dammi del tu, perché con il “lei” mi fai sentire vecchio! (ridiamo). Rientrando nella domanda, quest'anno abbiamo organizzato un'edizione dedicata alla necessità di non dimenticare, quindi all'importanza della memoria, perché non c'è innovazione senza tradizione... sembra una banalità però è così: non c'è futuro senza passato. 

Per esempio, uno come Roy Paci, che ha aperto la manifestazione in Piazza S.Francesco, è uno che “galleggia” continuamente fra cose nuove e cose tradizionali. Ha delle fortissime radici reggae che mescola con tante altre influenze, dando vita ad un genere decisamente nuovo, apparentemente scanzonato ma dietro al quale, in realtà, c'è un sacco di conoscenza e sperimentazione. Peccato che suoni sempre meno la tromba e canti sempre di più, non perché canti male ma perché suona benissimo la tromba ed è un piacere sentirlo suonare.

Abbiamo aperto, quindi, Siena: La Città Aromatica con Roy Paci e poi abbiamo chiuso la manifestazione con Massimo Ranieri.

 

Da un genere all'altro! Come mai questo accostamento di due artisti molto diversi tra loro?

In realtà sono due artisti diversi ma che hanno in comune una costante ricerca e contaminazione nella propria musica. Ho appena detto di Roy Paci, ma anche Massimo Ranieri ha lo stesso tipo di “approccio”.

Io ho avuto la fortuna di incidere con lui tre album dedicati alla tradizione napoletana, e posso garantire che Ranieri è di una bravura straordinaria in questo tipo di musica! Ovviamente abbiamo cercato, in quei dischi, di suonare la musica napoletana in modo molto innovativo, ma in cui l'innovazione consisteva in realtà ad un ritorno all'origine della canzone napoletana stessa, spogliandola di tutto e quindi mettendo in evidenza quelle che sono le contaminazioni vere da cui nacque.

Per questo, abbiamo fatto riemergere tutto quanto di turco e mediorientale c'era in origine nella musica napoletana, ma da un punto di vista strutturale e non da un punto di vista folkloristico.  

Il patrimonio della canzone napoletana è una ricchezza nazionale grandissima che troppo spesso viene, invece, ridotto a macchietta, a cartolina.

 

Ad ogni modo Siena: La Città Aromatica è uno dei pochi festival in Italia a porsi come contenitore di molteplici linguaggi (oltre a Roy Paci affiancato a Massimo Ranieri, ci sono stati molti altri casi durante questa edizione)... Ma qual è, dunque, l'ingrediente principale di questo festival?

Fondamentalmente noi speriamo, ovviamente in maniera direttamente proporzionale alle risorse a disposizione, di riuscire in tutte le edizioni a mantenere sempre una caratteristica, cioè far succedere cose “diverse”, che succedano solo qui; nel senso che, ad esempio, non prendiamo le date dei tour, tranne in rarissimi casi, ma facciamo in modo, per quanto possibile, che nel concerto ci siano degli ospiti esclusivi per il nostro festival.  

Per fare un esempio riguardante questa edizione, Ranieri duetterà con i Musica Nuda (il duo formato da Petra Magoni e Ferruccio Spinetti) e con Z-Star, un'artista jamaicana di cultura inglese, fortissima! Probabilmente la conoscerete per la hit Lost Highway, ma lei ha un repertorio veramente interessante.

 

Quindi si può dire che anche quando organizzi i festival sei devoto alla contaminazione tra stimoli e culture diverse. Cosa rappresenta, quindi, per te la contaminazione?

Io credo che in fondo siamo tutti dei contaminatori, soprattutto rispetto alla tradizione popolare. Quelli che non contaminavano la musica popolare, erano quelli che avevano imparato questa tradizione musicale direttamente dai nonni e dagli avi nell'aia nel cortile e quindi erano “portatori sani” di una tradizione orale. Una volta il musicista di musica popolare sentiva solo un tipo di musica dai suoi nonni, da suo padre, dal suo maestro... e quella logicamente trasmetteva. 

Oggi, purtroppo, questa cosa non avviene praticamente più: ognuno di noi va a scuola per imparare e sceglie il proprio linguaggio tra tutti quelli che gli vengono offerti, quindi passiamo attraverso un apprendimento variegato, diversificato e “colto”, contaminando la nostra musica, perché abbiamo la possibilità di “attraversare” e assimilare diversi generi. alt


Questo, però, come risvolto della medaglia, può anche essere un bene per scoprire dei nuovi linguaggi musicali, non trovi?

In realtà oggi sembra che tutto il panorama musicale con cui abbiamo a che fare sia stato scoperto e in parte anche completamente espresso entro gli anni '80, almeno da un punto di vista teorico. 

In più, purtroppo, da qualche anno a questa parte, la nostra società è in crisi dal punto di vista dei contenuti e lo si vede da tutto: lo si vede dalla moda, dalla cultura media in generale, dalla letteratura... Sembra al momento che la nostra cultura, per i parametri che ha, si sia già spremuta ed espressa fino in fondo, quindi difficilmente il giovane musicista si approccia con intento di innovazione alla musica, in quanto tenderà ad omologarsi a quanto c'è in giro (non solo per colpa sua, ma anche per l'approccio che le case discografiche gli impongono, ad esempio).

 

Forse occorre più passione e meno logica di mercato?

Certamente, il problema forse è proprio la perdita di passione per ciò che si fa: la passione vera, quella per la quale lotti quotidianamente e che sai, da musicista, che probabilmente non ti darà una vita agiata, ma continui ad inseguirla perché non puoi farne a meno.

E questo dipende dall'obiettivo con cui tu ti accosti alla musica. Io da ragazzo mi sono avvicinato alla musica perché volevo suonare! Non volevo nemmeno fare i dischi: il mio intento era principalmente suonare! Incidere dischi, quando ero ragazzino, non era poi così bello, perché era l'epoca in cui ti obbligavano a fare le cover di artisti italiani e non facevano pubblicare musica italiana a meno che non fossero canzoni melodiche. Invece io, che già volevo essere un musicista blues e rock, volevo suonare, suonare, suonare... nelle band, nei club, solo suonare!  

Per molti adesso, invece, suonare vuol dire avere successo: molta gente non vuole cantare ma vuole “fare il cantante” e vendere i dischi! Ed è ben diverso dall'avere una sana passione per la musica.

 

Tornando al discorso dei festival che organizzi, il tuo nome è legato anche ad un'altra manifestazione geograficamente più vicina a noi di I Think, ovvero la Notte Della Taranta a Melpignano. Secondo te, in un mondo sempre più globalizzato e tecnologico, che ruolo ricoprono questi eventi che partono dal folklore popolare per richiamare poi un pubblico eterogeneo e internazionale?

La Notte Della Taranta e manifestazioni simili, in Puglia hanno avuto un'importanza fondamentale, facendo in modo che questo grande bagaglio di identità culturale non si perdesse e non rimanesse solo patrimonio dei “vecchi”. La Puglia e il suo Salento sono tra i pochi luoghi in cui la tradizione musicale è rimasta molto forte e legata alla quotidianità. Io conosco poche altre regioni in cui i ragazzini crescono e già a dieci anni vogliono suonare il tamburello. Dalle altre parti puoi trovare degli adolescenti che vogliono vendere i dischi, come accade a Napoli ad esempio; ragazzi che vogliono “fare i cantanti” e non che vogliono suonare la musica della loro terra.

E il fatto che, invece, la tradizione in Puglia sia ancora così legata alla gente è dovuta anche a manifestazioni come la Notte Della Taranta. Ovviamente, poi, essendo una manifestazione che negli anni è diventata di richiamo internazionale, ci sono anche alcuni problemi, come, ad esempio, il livello e il tipo di contaminazione, in quanto, per diventare un evento popolare così grande negli anni, ha ospitato artisti famosi di vario tipo, arrivando anche ad ospitare artisti famosi solo perché erano famosi e non perché avessero qualcosa a che fare con la tradizione della taranta.  

D'altra parte, il risultato è stato il ritrovo della propria identità culturale. Il resto d'Italia ha conosciuto la zona del Salento anche attraverso queste manifestazioni. 

Sono felice, inoltre, che sulla scorta di questi eventi sia nata la Fondazione La Notte Della Taranta: spero solo che non diventi una fondazione “ingessata” come molte altre fondazioni, che difendono in maniera “trombonesca” il loro obiettivo e non vanno oltre.


Secondo te la forma ludica della pizzica, quella attualmente più nota, quanto preserva ancora della forma terapeutica originaria? 

Le similitudini sono da ricercarsi proprio nelle radici della pizzica. Il rito di perdita di conoscenza e di liberazione del corpo attraverso la ripetizione ossessiva di ritmi è ancora alla base della pizzica che conosciamo oggi e, se tu ci pensi, ha parecchie similitudini anche con il ballare ossessivo dei rave e delle discoteche, dove c'è gente che balla ossessivamente, quasi con perdita di identità e di rapporto con la realtà, come se fossero proprio riti liberatori di una società sempre più ingessata e sempre meno capace di essere fisica. 

Per assurdo i legami tra la pizzica e la tradizione moderna sono molto più vicini alla musica da discoteca e ai rave party che non al rock o al jazz, che sono forme musicali che spostano l'asse contenutistico verso una maggiore intellettualizzazione della musica.

 

Cosa piace, ad un padre della world music come te, della musica salentina e pugliese in generale (se pensiamo anche alla variante garganica della taranta)?

Quello che mi è piaciuto tantissimo sin dall'inizio, di tutto il materiale musicale sulla pizzica di cui sono venuto a conoscenza, è il ritmo ossessivo finalizzato al ballo come terapia. Questo legame vero ed autentico con la felicità quotidiana, che rende questo ballo e questa musica un rito che si fa e che la gente è abituata a fare nei matrimoni, nelle feste in piazza...

Ma anche al di là di questo, la bellezza musicale della pizzica è indubitabile: è un bel genere, un bel ritmo trascinante e coinvolgente.  

C'è da aggiungere, poi, che la Puglia non ha solo la pizzica, ma si porta dietro anche una tradizione molto forte di ballate popolari. Ha una musica popolare ricca come poche, se pensiamo a tutta la tradizione dei canti di lavoro delle lavoratrici del tabacco o i canti dei carrettieri... C'è, insomma, una tradizione di canzoni popolari strutturalmente bella e melodicamente felice, che non molte regioni italiane possono vantare.

 

altE' possibile esportare in tutto il mondo questo tipo di musica senza snaturarla eccessivamente?

Secondo me sì, anche perché l'Italia è stata sempre all'avanguardia nel mondo per la contaminazione con la cultura popolare. Per stabilire delle date, io ricordo sempre a tutti che la Nuova Compagnia di Canto Popolare è del 1972, Il Canzoniere Del Lazio è tra il '73 – '74, gli Area sono del '74, un disco come Crêuza De Mä è stato scritto nel 1983... Il problema è che abbiamo avuto un'industria discografica così miope da non capire che cosa aveva tra le mani e ha consegnato invece al mercato francofono e al mercato anglofono la gestione di una musica che avrebbe dato una rilevanza mondiale all'industria discografica italiana.  

Quindi, certo che sarebbe possibile esportare, però o dobbiamo sperare in un colpo di fortuna singolo o, altrimenti, avremmo bisogno di un progetto finanziato, seguito e sostenuto. Operazioni di contaminazione particolarmente riuscite, sono nate da operazioni internazionali che hanno permesso a certe musiche popolari di arrivare alla ribalta del mondo. 

L'esempio più chiaro è il reggae. Il reggae era una musica locale portata poi alla ribalta mondiale dal grande talento di Bob Marley; ma certe cose non succedono a caso: dietro al fenomeno Marley c'è stata un'industria americana che ha compreso il talento dell'artista, l'ha sostenuto, l'ha spinto, l'ha promozionato... 

La pizzica potrebbe ancora fare un salto così internazionale, in mano alle persone giuste. Ma servirebbe prima di tutto un “Bob Marley della pizzica”, che attualmente, secondo me, esiste ma si sta ancora formando da qualche parte. E poi servirebbe un'industria discografica attenta alle potenzialità di questo genere di musica.

 

Quindi in pratica ci sarebbe bisogno di qualcuno che comprenda l'importanza di questa musica ai fini della tutela culturale e della promozione della propria terra?

Sì, in quanto naturalmente il cocktail magico è avere un Bob Marley ma avere anche una produzione musicale attenta e colta da rendere il materiale fluido abbastanza da essere popolare e comprensibile anche da chi non lo conosce senza snaturarlo... e non è facile! E' un procedimento ancora in atto comunque: stanno nascendo dei musicisti molto bravi nel Salento e in Puglia in generale, e anche situazioni come la Notte Della Taranta stanno contribuendo a far nascere un gruppo di musicisti in gamba, quelli che lavorano nell'Orchestra della Notte Della Taranta, che hanno sedimentato dentro di loro il lavoro di tanti “maestri concertatori” venuti da fuori, i quali hanno provato a cimentarsi con questa musica. Ci sono stati quelli che hanno contaminato troppo secondo me, come nel caso di Stewart Copeland, ma ci sono stati anche quelli che hanno contaminato all'interno della tradizione italiana, come Antonio Sparagna. Io ci ho lavorato tre anni e ho portato un altro tipo di contaminazione... Insomma, ognuno ha lasciato una traccia e questo favorisce la crescita. Per questo, secondo me, il “Bob Marley della pizzica” sta nascendo. 

Il vero problema, però, è riuscire a trovare qualcuno che non venga subito coinvolto nel grande meccanismo della festa di piazza, in cui comunque la gente balla e applaude, qualunque sia il modo con cui stai suonando la pizzica, solo perché è in festa e in vacanza e perché un po' di folklore, anche se finto, è quello che vuole. Il “Bob Marley della pizzica” non deve farsi trascinare e accontentarsi di fare quella roba lì.


Cosa vuoi dirci per concludere questa interessante intervista? 

Bè, vi dico che siamo tutti condannati alla contaminazione: l'importante è che il fatto di essere musicisti torni ad avere obiettivi nobili e che tutto sia fatto con passione, che abbia a che fare con la musica e non con il successo.

 

Speriamo allora che si faccia tesoro di queste tue parole! Grazie per il tempo che ci hai dedicato e per tutta la tua cortesia!

A presto e in bocca al lupo ad I Think!

 

Crepi il lupo!


DORIANA TOZZI


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