
| Intervista a Daniele Silvestri |
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| Martedì 19 Luglio 2011 13:07 |
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La data zero dello S.C.O.T.C.H Tour si è tenuta in Puglia. Un modo particolare per investire e proporre cultura sul territorio. Da dov'è nata l’idea? Un anno fa quando s’è parlato per la prima volta dell’intenzione, attraverso Puglia Sounds, di inventarsi questo modo di investire sul territorio, di innescare in qualche modo una serie di volani, la proposta mi è piaciuta tantissimo. Ovviamente il fatto che tutto questo avvenisse in Puglia (e non lo dico come sviolinata) rende ancora più appetibile il tutto: sono terre belle, tutti noi veniamo sempre volentieri da queste parti. Credo che parecchie regioni italiane cercheranno di seguire l’esempio della vostra, anche perché è fondamentale investire nella cultura, dato che significa investire sul futuro, sui giovani. Dato che ci suono luoghi come la Puglia, in cui questo percorso non è un'utopia, vale la pena contribuire in qualche modo. Da qui l'idea di far partire lo S.C.O.T.C.H. Tour proprio da Andria. Parlaci dell'album... Questo disco è stato registrato tutto in presa diretta, il che lo rende già molto adatto ad essere presentato dal vivo. È un racconto abbastanza lineare, un racconto non tanto della mia vita, quanto del paese in cui tutti noi viviamo. S.C.O.T.C.H, il brano che dà il titolo al disco, è una canzone un po’ anomala e in qualche modo rappresenta l'album meglio di altre, proprio per questo. È un po’ come un corto, un film: non ha la struttura di una canzone e il disco in generale non ha spesso la struttura canonica. Questa è una delle cose che volevo ottenere con questo lavoro. Si chiama S.C.O.T.C.H. perché questa parola mi sembrava abbastanza giusta nel suo essere piccola e di uso quotidiano per rendere l’idea della precarietà che avvolge un po' tutti i fronti. La copertina è la conseguenza di questa idea: sono più o meno crocifisso al muro, anzi qualcuno ha detto “scocci fisso”, che è più giusto, però con delle valigie per terra, come se fossi pronto ad andare via e pur di non andare via mi sono fatto attaccare al muro. È come la vita di oggi, precaria e instabile, ma bisogna battersi e arrabbiarsi un po’ per cercare di invertire le tendenze. Alcuni anni fa, insieme ad Enzo Miceli, hai fondato l'etichetta Panama, per dare spazio ai nuovi talenti che non venivano aiutati dalla discografia. Secondo te oggi è ancora possibile, attraverso le etichette indipendenti, riuscire a dare visibilità a questi artisti? In questi ultimi anni, pensando a talenti che, nonostante le capacità, non trovano modo di esprimersi, non è la musica la prima a venirmi in mente: intanto perché la musica ha delle chances in più, perfino negli anni in cui gli investimenti nei giovani e nella cultura sono ridotti quasi a zero, in quanto può veicolarsi per esempio tramite internet. Oggi paga l’originalità, la forza dei propri mezzi, il coraggio... Anche per questo, ciò che viene fatto qui in Puglia è sicuramente più che positivo. Mi preoccupa molto di più la scuola, l’università, la ricerca e in generale il fatto che sia molto difficile oggi a vent’anni possedere un minimo di ottimismo sul futuro.
Nel disco hai inserito anche una tua personale versione di Io Non Mi Sento Italiano di Giorgio Gaber. Che rapporto hai con questo brano? Inizialmente mi è stato chiesto di cantare questa canzone durante la trasmissione Vieni Via Con Me, con Fazio e Saviano: io ero un po' perplesso, per pudore più che altro. Adesso, però, devo dire che sono contento di averlo fatto, e di aver addirittura inserito questo brano nel disco, perché, nonostante sia stato scritto anni fa, resta un brano sempre molto attuale.
Testo: CINZIA DASCOLI Foto: MARYLAND PIAZZOLLA |


























