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Intervista ad Alessandro Mari PDF Stampa Email
Lunedì 20 Giugno 2011 18:28
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Tra gli autori intervenuti all'edizione 2011 della manifestazione I Dialoghi Di Trani c'è stato anche Alessandro Mari, lo scrittore di Busto Arsizio appassionato di Thomas Pynchon e, nonostante la giovane età, già da diversi anni attivo nel mondo dell'editoria, come traduttore e ghostwriter.

Durante la manifestazione I Dialoghi Di Trani ha presentato la sua ultima fatica editoriale, Troppo Umana Speranza, edito da Feltrinelli.

I Think l'ha intervistato per voi.


Alessandro, come ti sei avvicinato alla scrittura?

Indirettamente e tardi, ossia non ho composto poesie quand'avevo sei anni, né a dieci ho scritto il mio primo racconto. Piuttosto, ho cominciato a dilettarmi con la realizzazione di testi musicali e con la lettura. Poi la voglia di narrare ha preso lentamente il sopravvento, perché ho avuto la fortuna di avere un nonno cantastorie che mi ha regalato il piacere dell'ascolto e dell'invenzione.

Dai primi anni di università ho scribacchiato racconti, fino ad arrivare all'idea del mio primo romanzo: la sua stesura è iniziata quando ancora frequentavo la Scuola Holden di Torino per conseguire - appunto - un Master in Tecniche della Narrazione. Ma la scrittura, ancor prima che l'artigianato delle frasi e il mestiere dell'ideazione e dell'ordire una trama, è una dimensione mentale: si guarda il mondo, lo si assimila e lo si restituisce in altra forma, magnificando ciò che per sensibilità nostra riteniamo notevole. Più umano di altro.


Il titolo del tuo libro è molto particolare: come mai hai scelto di intitolarlo proprio Troppo Umana Speranza?

Sì, è un titolo particolare. E alla decisione che ha portato me e la casa editrice a sceglierlo tra varie ipotesi hanno concorso due fattori. Da un lato, "troppo umana speranza" è una locuzione insolita che colpisce, spiazza, resta nell'orecchio. Dall'altro, è in grado di racchiudere il senso ultimo, il sentimento che pulsa nel romanzo e nelle quattro vicende che esso racconta. Perché le storie di Colombino e Astolfo, di Leda, di Lisander, di Aninha e José sono, appunto, declinazioni diverse di una comune speranza troppo umana, di una volontà di vivere carnale e ideale assieme, di una giovinezza che è forza, sfrontatezza, un andare per il mondo aggrappati a un sogno attraverso il quale trovare una redenzione, individuale e comuni.


Il tuo libro è una vivida rappresentazione dell'Italia pre-unitaria. Ritieni che questa fase storico-sociale sia associabile in qualche modo a quanto sta avvenendo ultimamente nel nostro Paese?

Per quel che conta, credo che ogni vero romanzo cosiddetto "storico" narri il passato per evidenziare aspetti del presente o per rivelarne tensioni vive. Più ci si allontana dall'oggetto, insomma, migliore è la visione d'insieme. Dunque la risposta è sì.

Nel decennio che racconto, quello di un'Italia risorgimentale e preunitaria, il sentimento incarnato dalla gioventù di questo Paese era la speranza in nuove libertà e rappresentanze civili, uguaglianza, addirittura felicità laddove era possibile schiantare la miseria.

La vicenda della Repubblica Romana è esemplare: ci si batté per mesi, destinati a perdere, solo per trovare il tempo di promulgare una Costituzione che è la filigrana di quella novecentesca grazie alla quale, noi, oggi, conviviamo in questo Paese.

I ragazzi che sono andati a morire volontariamente erano lombardi e calabresi, piemontesi e campani, sardi, veneti e pugliesi assieme a greci, polacchi, ungheresi: tutti richiamati da un sogno del quale rappresentano i nervi, la carne.

Oggi la gioventù soffre di una sottrazione, di un furto: il futuro. Nessuno di coloro che, per ruolo e funzione, dovrebbero parlare loro di come sarà l'Italia che vivranno, si prende la responsabilità di farlo; al contrario è spesso impegnato a rievocare il passato o a litigarsi il presente. E dunque mi pare assai attuale la voglia di cambiamento e di comunità che attraversò la prima metà dell'Ottocento: è una fonte dalla quale si può attingere ancora.


Il tema principale di questa edizione dei Dialoghi Di Trani è il tempo: scrivere un romanzo di 700 pagine deve averne richiesto molto! Qual è il tuo rapporto con il tempo?

Il tempo è la dimensione umana dell'esistenza, ancor più oggi dove lo spazio, grazie alle tecnologie, sembra una frontiera sempre più facilmente superabile. Ciascuno può riporre speranze in un al di là, ma la contingenza della nostra vita è il tempo che passiamo qui, sulla terra, a barcamenarci tra affetti e tristizie, a scegliere ciò che vale la pena di essere vissuto: ossia ciò a cui vale la pena concedere il nostro bene più prezioso. Il tempo.

Il mio romanzo ha richiesto anni della mia giovinezza, una parentesi temporale importante, e benché talvolta mi sia pentito di aver preferito la scrittura a un contatto umano, devo dire che scoprire l'umanità di molti lettori che non conoscevo grazie al mio libro - per questo sono stato a Trani, intendiamoci - è stata ed è un'esperienza magnifica. I

l tempo, sia esso privato o condiviso, è la misura del mondo, quanto abbiamo di più caro perché è in stretta relazione con la morte e, viceversa, con l'esistenza. La dimensione temporale, poi, nella narrazione talvolta si traduce in spazio, ossia in numero di pagine: per questo il mio romanzo ne conta più di 700; volevo concedermi tutto il tempo di mettere in scena un mondo dal quale, il lettore, si separasse al termine della lettura con nostalgia.


Sei giovanissimo ed hai già riscosso un grande successo di pubblico e di critica. Quale consiglio puoi dare ai lettori di I Think per realizzare i propri sogni?

Fidarsi dell'istinto, di ciò che sta al di sotto della soglia della razionalità. La cosiddetta "intelligenza delle emozioni". Ci sono schegge di storia - e mi pare che l'attualità rientri in questa casistica - in cui serve trovare il coraggio di reclamare un sogno, o di abbandonarsi all'incoscienza che serve per preferirlo alla realtà. Per quanto utopico esso sia, persino "troppo umano".

Bisogna fidarsi dei trucchi dell'anima, che muta i nostri occhi, affinché guardino la realtà in modo differente. Si deve pensare al domani, non all'oggi come continua a fare gran parte della classe dirigente di questo paese. Mazzini scriveva, in merito agli iscritti alla Giovine Italia: "Noi non malediciamo al passato, se non quando ci incontriamo in uomini che s'ostinano a farne presente e, quel che è peggio, avvenire". Mi sembra che questo sia il punto di partenza.

La mia generazione, e le nuove, incarnano sogni differenti da quelli offerti dalla politica. Alcuni privati, altri condivisibili. Questi ultimi sanno muovere comunità, regioni, nazioni e continenti - basti guardare a quanto è accaduto sulle sponde del Mediterraneo.

Per quanto illuso, ho fiducia nel domani.


MARIA PIAZZOLLA

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