il circo non fa bene ai bambini
Sito Antirazzista
Home icon Home»Interviste»Intervista ai Modena City Ramblers
Intervista ai Modena City Ramblers PDF Stampa Email
Domenica 19 Giugno 2011 17:09
AddThis Social Bookmark Button

alt
Un album, il dodicesimo, per festeggiare i vent'anni di carriera. Una formazione di musicisti da sempre aperta, come un vero e proprio collettivo. Attivissimi o, per meglio dire, “militanti”, con il loro credo certamente politico ma soprattutto sociale, i Modena City Ramblers continuano ancora oggi a conquistare sempre nuovi seguaci, che vanno ad aggiungersi allo “zoccolo duro” di fans dei fedelissimi in prima linea. Restano il primo gruppo che viene in mente pensando alla canzone Bella Ciao. Il primo gruppo che continua a “lottare” (ma con i “fiori nei cannoni”) nonostante gli anni, nonostante la disillusione globale che ha fatto gettare le armi a tanti artisti e ha fatto cambiare rotta ad altri.

I Think ha avuto l'onore di fare una lunga e piacevole chiacchierata con Massimo “Ice” Ghiacci, bassista storico del gruppo, raccontando del passato, presente e futuro dei mitici MCR.


Ciao Massimo. Sono ormai trascorsi venti lunghi anni dalla genesi dei Modena City Ramblers. Tante cose saranno cambiate, in meglio e in peggio. Cosa pensi sia cambiato nel vostro approccio con la musica?

Chiaramente vent'anni non sono pochi e quindi in questi anni c'è tutto un mondo di esperienze e di cambiamenti, avvenuti sia naturalmente a livello personale, nelle nostre vite, sia a livello professionale.

Abbiamo iniziato come gruppo di folk irlandese, in quanto innamorati della musica di quel Paese. Quasi per gioco iniziammo a proporre delle canzoni tradizionali, suonate in acustico in posti assurdi... uno scherzo, un gioco, una cosa nata assolutamente per divertirci, oltre che per riappropriarci di un modo di vivere la musica di cui sentivamo il bisogno. Infatti, dopo un decennio come quello degli anni '80, che, almeno per quanto riguarda le nostre esperienze personali, aveva innalzato una serie di barriere tra chi ascoltava musica e chi la faceva, sentivamo il bisogno di tornare alla radice del modo di fare musica e anche di ascoltarla, volevamo distruggere quelle barriere tra il musicista e il pubblico. Gli anni '80 furono un periodo in cui la distanza tra la “rockstar” e chi ascoltava la musica si percepiva enormemente, e la cosa assurda è che questo atteggiamento veniva replicato in maniera molto “provinciale” anche da musicisti sconosciuti o semisconosciuti: insomma, nel piccolo, tutti si atteggiavano a rockstar o si immaginavano tali.

Noi, invece, sentivamo il bisogno di condividere con gli altri la nostra musica, di godere di questo mezzo anche come mezzo di comunicazione, come mezzo grazie al quale stare assieme.

Per questo abbiamo riconosciuto nella musica irlandese (e nel folk in generale) il genere ideale, in grado di venire incontro a questa nostra esigenza. C'è gente che per questo ha venduto il synth e ha comprato la fisarmonica o la chitarra acustica!

In maniera molto naturale, comunque, già nel primo periodo abbiamo iniziato a provare a scrivere dei brani nostri, cercando di fare tesoro delle esperienze fatte suonando la musica irlandese e di imparare a scrivere canzoni che fossero una diretta conseguenza del nostro modo di vedere, in grado di darci lo stesso tipo di emozioni e di sensazioni.

Rientrando nella domanda, tutto questo per noi, dopo vent'anni di carriera, non è affatto cambiato, cioè sostanzialmente i MCR continuano a ritrovarsi assieme proprio grazie a questo modo di vedere la musica e di intendersi musicisti: probabilmente è questo il principale collante e il motivo per cui rimaniamo in questo gruppo, chi ne continua a far parte.

Naturalmente è innegabile che in vent'anni siano cambiate tantissime altre cose: c'è senza dubbio prima di tutto un senso di responsabilità nei riguardi del nostro pubblico, che nel corso del tempo abbiamo avuto la possibilità di conquistare e mantenere fedele, così come maggior responsabilità nei confronti proprio della nostra musica.

Agli inizi avevamo poca consapevolezza e non stavamo a pensarci più di tanto quando dovevamo fare qualcosa. Questo approccio nel tempo si è andato a sostituire ad una maggiore attenzione nei riguardi di quello che da un punto di vista artistico si va a proporre. È rimasta comunque immutata la passione. Inoltre, da un punto di vista dell'utilizzo della tecnologia, si può dire che noi siamo stati tra i primissimi gruppi a vivere il passaggio dall'analogico al digitale.


Come avete vissuto questo passaggio, questo cambiamento anche tecnologico del fare musica attraverso gli anni?

Il digitale ha permesso a tutti di poter raggiungere un risultato perfetto o quasi, senza che fosse necessario avere del talento da un punto di vista tecnico o artistico. L'analogico, che non è sopravvissuto agli anni '90, era un metodo in cui ancora si registrava con il nastro e, d'altra parte, la registrazione era anche un banco di prova notevole, perché non c'erano ancora quei trucchi che poi, col digitale, pian piano sono arrivati a rendere le registrazioni perfettibili all'infinito.

Questi espedienti hanno in qualche maniera reso tutto un po' troppo piatto, un po' troppo perfetto, un po' troppo uguale, distruggendo, quindi, quella che è l'anima di ogni band, di ogni registrazione, ovvero quella “zona grigia” in cui l'imperfezione è importante in quanto è una caratteristica personale, ciò che poi fa riconoscere e apprezzare un disco. Ascoltando le vecchie registrazioni, quelle degli anni '70 ad esempio, si può sentire come gruppi anche famosissimi magari fanno degli “errori”, ma in qualche maniera quegli errori sono il loro “stile”, cioè non sono veri e propri errori ma sono dei “pregi”, che ne sottolineano l'originalità.

Oggigiorno, invece, spesso mi capita di sentire dei dischi dove è chiaro che è tutto reso perfetto tramite computer: questi dischi hanno perso quella spontaneità del passato, possibile grazie all'analogico.

Nei dischi dei MCR cerchiamo di mantenere quella “sporcizia”, sia sonora che d'esecuzione, che è un po' anche quello che contraddistingue il nostro approccio nei confronti della musica. Credo che quest'ultimo album, Sul Tetto Del Mondo, lo possa testimoniare perfettamente.


Dai vostri esordi ad oggi, soprattutto come musicisti, di cosa andate maggiormente fieri e cosa, potendo tornare indietro, non rifareste?

Bella domanda! Diciamo sicuramente che sono molto fiero del percorso che abbiamo fatto. Lo dico a livello personale ma credo che anche gli altri potranno confermare.

Il nostro percorso, che si nutre di dischi e di canzoni ma soprattutto vive della condivisione con la gente, con il pubblico, con chi ci ha seguito e continua a farlo, è veramente ciò che più ci spinge ad andare avanti.

Non è un discorso inerente il successo, perché, al di là della retorica, noi non ci vediamo certo come “gruppo di successo” (se per successo si intende un riscontro commerciale di un certo tipo). Per noi il successo è essere sempre qui dopo vent'anni a fare ancora le cose che ci piacciono, senza aver perso, come ti dicevo, l'approccio che ci ha fatto ritrovare attorno alla musica irlandese: già questo è un successo, in un mondo come quello musicale, che è abbastanza spietato.


Trovi che oggi il mondo musicale sia più o meno “spietato” rispetto al passato?

Il mondo della musica è sempre stato un mondo “complicato”: lo è stato in passato, quando il business poteva contare anche su un certo tipo di investimenti finanziari sicuramente più alti di oggi, e quindi lo è a maggior ragione adesso.

Soprattutto gli spazi dove poter fare musica sono molti in meno rispetto al passato, e, per giunta, vi gira molto meno denaro, se non hai un nome. Penso, in questo caso, a tutti i musicisti più giovani di noi che magari vorrebbero intraprendere il nostro stesso percorso: oggi, purtroppo, per loro ci sono molti meno spazi e quindi meno possibilità.

Per questo, insomma, sono contento che i MCR siano nati in un periodo più propenso a venire incontro alla nuova musica e ciò di cui vado più fiero è il fatto che, nonostante tutto, siamo riusciti a resistere a tutti i cambiamenti, a tutte le mode e a tutte le diverse stagioni musicali e di averlo fatto senza mai aver “ceduto nulla”, cioè senza essere per niente cambiati se non quando era una nostra volontà il cambiamento, dato che comunque, da un punto di vista artistico, è anche il sale della vita.


Dopo vent'anni di onorata carriera, quale, tra le vostre canzoni, pensi che più riesca a rappresentarvi, cioè quella che esprime meglio i vostri ideali?

Mah, guarda, credo che la canzone che più ci rappresenta e che continuerà a rappresentarci finché esisteremo, non è, paradossalmente, una canzone nostra ma è la canzone tradizionale italiana per eccellenza: Bella Ciao! È l'unica canzone che suoniamo praticamente da sempre e che non è mai uscita dalla nostra scaletta live. Rappresenta alla perfezione il nostro modo di intendere il mondo: sia da un punto di vista musicale che soprattutto dal punto di vista di ideali, per il significato che rappresenta per noi e per il popolo al quale ci sentiamo appartenere.


Invece, tra i brani che compongono l'ultimo album, Sul Tetto Del Mondo, a quale sei più legato? alt

È difficile la decisione, perché, anche se generalmente noi scriviamo le canzoni tutti assieme, ci sono comunque brani che sono scritti da uno di noi e poi dopo vengono “processati” e rielaborati da tutti gli altri. Per questo sono ancora troppo vicino alle canzoni che sono nate inizialmente da me per poter esprimere un giudizio obiettivo.

Ad ogni modo posso dire di essere molto legato alle due o tre ballad d'amore che ci sono in questo disco, perché la canzone d'amore era un elemento della nostra proposta musicale che negli ultimi dischi, per nostra scelta, era rimasto un po' in disparte e che abbiamo voluto riproporre in questo album addirittura con varie canzoni: c'è Tra Nuvole E Terra, c'è Dieci Volte c'è Lo Specchio Dei Miei Sogni e la stessa Seduti Sul Tetto Del Mondo che dà poi il titolo all'album, è in qualche maniera riconducibile al tema della ballad, se non proprio d'amore comunque intrisa di spiritualità. Ecco queste canzoni forse sono quelle alle quali ora mi sento più legato perché sono quelle che da un po' mancavano nel nostro repertorio discografico.


Si può notare, dall'ascolto di questo disco, un forte ritorno della componente irish, che non avevate mai completamente abbandonato ma che ora sembra esser tornata, come nei vostri primi dischi, ad avere la preponderanza sulle altre componenti. E' una sorta di cerchio che si chiude?

Sostanzialmente la componente irish si sente di più in questo disco per il fatto che in esso ci sono molti più elementi unplugged rispetto alle parti elettriche, le quali sono presenti come piccole cesellature di un suono che rimane in tutti i pezzi assolutamente acustico. E questa è stata in parte una scelta precisa sugli arrangiamenti ma in parte è dovuta alla natura stessa delle canzoni, che richiamavano una sonorità più “vecchio stile”, appunto più irish o comunque più folk, al di là del fatto che possa essere folk irlandese o piuttosto musica popolare di altre parti del mondo.

È anche conseguenza, molto probabilmente, del tour che abbiamo fatto l'anno scorso per celebrare i quindici anni dall'uscita del primo disco, Riportando Tutto A Casa, che era un album denso di queste sonorità: riproponendole dal vivo per tutte le date di quel tour, ci è venuto molto naturale far rientrare queste componenti acustiche nelle composizioni successive, nel momento in cui abbiamo messo mano a questi nuovi pezzi.


Per questo nuovo album avete realizzato addirittura un trailer, come si fa per i film. Come vi è venuta quest'idea molto simpatica? (Consigliamo tutti coloro i quali non l'abbiano ancora visto, di collegarsi sul sito ufficiale del gruppo per vederlo: ne vale davvero la pena!)

Il trailer è stata una cosa che abbiamo fatto quasi per scherzo: contando sui nostri “enormi mezzi” siamo andati a “rubare” da George Lucas i titoli di Guerre Stellari e... speriamo che non ci faccia causa! (ridiamo). Comunque è una trovata scherzosa, per non prenderci troppo sul serio. Ci ha sorpreso molto, però, il fatto che abbia avuto questo incredibile riscontro! Non ce l'aspettavamo proprio! Anche per questo il nostro ultimo disco ci è sempre più simpatico! (ridiamo)


Senti Massimo, ormai i Modena City Ramblers sono considerati a tutti gli effetti uno dei principali gruppi folk italiani, rispettatissimi dai seguaci della scena e non solo. Con tutta la vostra inestimabile esperienza puoi consigliare a noi di I Think e ai nostri lettori, alcuni gruppi magari emergenti o che comunque non hanno il vostro successo ma che secondo te lo meriterebbero?

Ci sono tante belle realtà in questo genere musicale in Italia, alcune delle quali abbiamo incrociato perché vi abbiamo collaborato, come ad esempio i Nuju, che sono una band calabrese di stanza a Bologna. Loro hanno da poco pubblicato il secondo disco, davvero molto bello: c'è anche un video che gira in rete; sono un gruppo che davvero meriterebbe spazi e attenzione, che per altro si stanno sagacemente e faticosamente conquistando sul campo, perché suonano tantissimo.

Ci sono, poi, gli Alma Mediterranea, che hanno aperto varie nostre date. Sono molto molto bravi. Loro sono sardi e sanno mischiare la migliore tradizione della musica d'autore con aromi e sapori etnici.

Rimanendo nell'ambito dell'underground ci sono tante formazioni (spero di non dimenticarne nessuna!). Molte di queste vengono dal Sud Italia, penso ad esempio ai Crifiu e penso alla Municipale Balcanica, tutti ragazzi che suonano molto e si sbattono per ciò in cui credono. Purtroppo c'è da dire che si trovano a dover fare i conti con la realtà di oggi, in cui è davvero molto difficile per un musicista riuscire a vivere della propria musica e quindi ad andare avanti e crescere professionalmente. Non mi riferisco tanto alle difficoltà da un punto di vista discografico, perché comunque chi suona il nostro genere (penso a gruppi come la Bandabardò, la Casa Del Vento... insomma tutti quei gruppi che costituiscono la scena tra virgolette “folk rock italiana”) senza dubbio non ha mai goduto di gradi numeri di vendite e quindi, in qualche maniera, il ridimensionamento discografico attuale è un qualcosa che non va a modificare un granché quella che era già la nostra situazione. Il problema, più che altro, è da un punto di vista di concerti e live, perché comunque rispetto a quanto accadeva in passato, ci sono anche, come dicevamo prima, meno spazi e meno soldi che girano, perciò naturalmente, le band che devono ancora affermarsi, che devono ancora costruirsi un pubblico, si trovano a doversi scontrare drammaticamente contro questa problematica.

Per continuare a citarti altre realtà musicali interessanti, dato che noi cerchiamo di essere sempre molto attenti e guardiamo con molto interesse alle realtà emergenti, mi viene in mente un artista che abbiamo conosciuto solo attraverso il disco ma devo dire che mi sembra molto interessante: mi riferisco a Mannarino. Mi fa piacere citarlo, anche se adesso è già in qualche maniera “arrivato” anche da un punto di vista discografico, perché proprio per il fatto che sta riscuotendo il suo meritato “successo”, mi sembra un bell'esempio di una realtà artistica che dall'underground è riuscita ad affermarsi. Spero che anche per le altre band che ho citato prima, e per le numerose altre band che continuano a credere in ciò che fanno, possa prima o poi realizzarsi questo sogno, magari proprio grazie a quelli che, come Mannarino, sono riusciti a raggiungere le classifiche. Si sa che spesso la discografia e anche i mass-media, hanno bisogno di qualcuno che emerge, per poter approfondire ed accorgersi di tante altre realtà che esistono ma che sono ancora nascoste, relegate “nell'underground”.


Abbiamo parlato del passato e del presente dei Modena e abbiamo parlato di altri gruppi della vostra scena musicale, che in qualche modo pensi meritino le “luci della ribalta”: parliamo adesso di te, invece. Possiamo aspettarci un secondo disco solista?

Bè, sto accumulando del materiale per un eventuale disco che potrebbe essere un seguito del mio vecchio disco, Come Un Mantra Luminoso: ho un bel po' di materiale nel cassetto. Inoltre ho diversi altri progetti, tra gruppi hard rock in cui suono con altri dei MCR, piuttosto che cose più “deliranti”, di stampo elettronico... ma in realtà non so assolutamente se e quando vedranno la luce.

In questo momento sono assolutamente e totalmente preso, anima e corpo, dal progetto Ramblers, che prende in toto le nostre energie, per cui per ora non ho grandi progetti al di là della band. Nell'ambito del gruppo, comunque, mi fa piacere citare Luca Serio Bertolini, che è il nostro più recente acquisto alla chitarra. È con noi da circa un anno e mezzo ed è anche lui cantautore come me. Ha già pubblicato un paio di dischi da solista e proprio il mese scorso ha dato alle stampe un nuovo album, sempre a suo nome, che sta cercando faticosamente di promuovere, nonostante sia sempre impegnato con noi e quindi non ha proprio giornate libere per poter suonare . Per questo, ricollegandomi anche alla domanda di prima, mi fa piacere citarlo come artista in un certo senso “emergente”, anche se potrebbe suonare un po' nepotistica come cosa. Credo davvero che il suo disco, tutto in dialetto emiliano, sia in grado di coniugare rock e folk in maniera davvero molto interessante. Ve lo consiglio insomma.


Bene, allora lo ascolteremo senz'altro: sarà interessante ascoltare folk-rock in un dialetto così diverso dal nostro. Intanto vuoi salutarci con qualche bella notizia su vostri possibili live in Puglia?

Saluto con affetto gli amici di I Think Magazine ma sulle date dei concerti da voi non posso ancora pronunciarmi. Comunque qualche data in Puglia è possibile che ci sia, anche a breve.


Lo spero davvero. Ci troverai sotto il palco, in primissima fila! Grazie di tutto! A presto.

Grazie a voi!


DORIANA TOZZI


Commenti (0)
Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti!