Intervista a Savino Carbone sul documentario “Libertà”

savinocarboneintervistaGirato a Bari con protagonisti un ragazzo e una ragazza, provenienti dal Senegal e dalla Nigeria, che trovano molte difficoltà nell’integrarsi, nel trovare lavoro e, soprattutto, nel richiedere lo stato di asilo politico per via della loro omosessualità che li ha costretti a scappare dal loro paese di origine per arrivare nel nostro, in cerca di una libertà e di un futuro che, invece, gli viene ancora negato. Questo è Libertà, il documentario prodotto da Cooperativa Quarantadue e Centro Documentazione e Ricerca Möbius con il patrocinio di Amnesty International Italia, che ci presenta una realtà doppiamente insormontabile, raccontandocela dal punto di vista di chi la vive in prima persona.

Abbiamo intervistato il regista Savino Carbone, qui al suo esordio, per approfondire lo sguardo su questo corto dal taglio documentaristico, attraversato però da una fotografia e da uno stile registico che ci regala diversi momenti di pura poesia e ci fa empatizzare a viva forza con queste due figure, le cui speranze sembrano spezzate da una triste realtà.

1.Com’è nato l’interesse per le tematiche trattate in Libertà, tanto da dedicare ad esse la tua opera prima?

Libertà” nasce dall’idea di voler raccontare l’annus horribilis per l’immigrazione in Italia, cioè quello a cavallo tra il 2018 e il 2019. Gli effetti delle politiche di Matteo Salvini sono stati disastrosi, disumani e non potevamo esimerci dal raccontarli. Abbiamo però scelto di concentrarci non su chi rischia la vita per attraversare il Mediterraneo, ma su chi, giorno dopo giorno, lotta per sopravvivere in una Italia in cui il razzismo è stato istituzionalizzato. Ecco perché siamo stati attratti dalle storie dei migranti LGBT. Ci hanno dato modo di affrontare il tema attraverso una prospettiva inedita – a parte qualche rapporto degli enti che si occupano di diritti umani e qualche ricerca in ambito accademico non c’è nulla sul tema – che riporta al centro il carattere intersezionale delle lotte per i diritti.

Stampa2.Come avete operato la scelta dei due protagonisti per poter raccontare le loro storie particolari, che in qualche modo però fotografano una realtà universale?

Il documentario ha avuto un lungo percorso di pre-produzione. La quasi totale assenza di riferimenti (a tal proposito mi sento in dovere di ringraziare Il Grande Colibrì, unico blog che quotidianamente si spende sul tema), ci ha spinti a passare diversi mesi “sul campo”: abbiamo frequentato lo sportello migranti della sezione barese di Arcigay. È lì che siamo venuti in contatto con diversi ragazzi scappati da Africa e Medio Oriente, perché in molti paesi l’omosessualità è perseguita penalmente. Dopo numerose interviste, siamo stati colpiti dalle storie di B. e C., un ragazzo e una ragazza, originari rispettivamente del Senegal e della Nigeria, divenuti poi protagonisti di “Libertà”. Le loro storie archetipe avevano la forza giusta per portare sullo schermo questo tipo di problematiche, garantendo la giusta complessità.

3.Come mai è così difficile riuscire a dimostrare la proprio omosessualità davanti alle commissioni italiane per trasmettere lo stato di pericolo in cui, data la situazione, si verserebbe nel proprio paese di origine e per richiedere, quindi, l’asilo politico?

Si tratta di ragazzi scappati perché, sembra assurdo dirlo, colpevoli di aver amato. Il dramma italiano che stanno vivendo è che l’amore e la sessualità sono elementi difficilmente inquadrabili all’interno di un sistema giurisprudenziale. A parte qualche relazione delle organizzazioni umanitarie, le Commissioni che si occupano di riconoscere la protezione internazionale non hanno (e non avranno mai) gli strumenti idonei per valutare questo tipo di casi. Nella pratica, ci si rifà alla discrezionalità delle singole componenti chiamate a decidere.

Tuttavia, le audizioni con i migranti sono spesso confusionarie e contraddittorie. Non dimentichiamo che è gente strappata dalla sua terra, finita in prigione e poi tratta in salvo in mare aperto. Se non opportunamente seguiti, molti ragazzi finiscono per apparire poco credibili. In tanti, ad esempio, arrivano in Italia senza sapere che qui l’omosessualità non è perseguita, per questo preferiscono inventare di sana pianta altre storie.

Negli ultimi anni, inoltre, le Commissioni hanno rilasciato dinieghi davanti al minimo sospetto. E soprattutto al Sud non sono affatto pochi i casi di giudici non preparati ad affrontare interviste così delicate, senza cadere in alcuni pregiudizi. A C., la protagonista di “Libertà”, sono stati chiesti dettagli sui rapporti sessuali che ha intrattenuto.

Alla fine il caso dei migranti LGBT ci ricorda di quanto un sentimento così forte come l’amore possa diventare fragile, soprattutto davanti alla burocrazia.

4.I due protagonisti sono provenienti dal Senegal e dalla Nigeria, paesi in cui l’omosessualità viene punita col carcere, la lapidazione o peggio ancora con la morte. Nel 2020, invece, tanti traguardi positivi sono stati raggiunti da paesi più civilizzati, che hanno imparato a considerare ciascuno “libero”, appunto, di amare chi vuole. Cosa manca, secondo te, affinché tutto il mondo possa superare questo blocco culturale che poi spesso si traduce in tragedia?

Nonostante, a mio avviso, l’Occidente debba lavorare ancora molto sul versante dei diritti civili, in tanti paesi africani il dibattito è ancora agli inizi. La “comunità” LGBT di Senegal e Nigeria spesso non ha gli strumenti culturali per maturare una coscienza politica. Serve una legislazione unica in materia e la volontà politica di investire in opere di sensibilizzazione e formazione, soprattutto nelle scuole. Ma sarà un percorso lungo e complesso, il pregiudizio è inserito in sistemi statali molto repressivi e violenti.

liberta15.Quali sono oggi le conseguenze dei decreti sicurezza emanati dall’ex Ministro degli Interni Matteo Salvini?

Come dicevo prima, i decreti sicurezza hanno istituzionalizzato sentimenti di odio e rancore, alimentando una guerra tra poveri. Sono un esempio di come uno stato di diritto possa abdicare davanti alle ragioni del consenso. A mio avviso rappresentano una delle pagine più brutte della storia italiana ed europea dal dopoguerra, scritta a danno dei più deboli. Ma il dramma è che i decreti sono ancora lì, nessuno si preoccupa di cancellarli. E con l’emergenza Covid-19 temo resteranno ancora lungo.

6.Manifestazioni come il Gay Pride possono avere un ruolo importante al fine di far sentire la propria voce alla popolazione e, soprattutto, alle istituzioni?

Certo. I diritti civili sono ancora così fragili. I momenti di ritrovo collettivo, di dibattito e, perché no, di scandalo, sono necessari, servono a ricordare a chi ci governa che si può fare di più.

7.Sensibile a questo tema avrai avuto modo di osservare a maggior ragione gli “usi e costumi” del nostro Paese. Quanto sono ancora presenti nei nostri confini sentimenti come l’omofobia e il razzismo e quali sono secondo te le categorie di persone (per sesso, età, titolo di studio, zona di provenienza etc…) più propense a farsene travolgere?

Sono più che mai presenti, soprattutto in un momento così incerto – basta vedere i dati di una recente indagine nelle scuole promossa dal Gay Center (https://www.neg.zone/2020/05/16/scuola-compagno-gay/). La paura, all’origine di omofobia e razzismo, è un sentimento così facile, fascinoso e trasversale perché legato alla sopravvivenza, alla conservazione dell’individuo e ad una certa idea di società competitiva e aggressiva. Il punto è: sapremo ritornare a pensare in comunità? E a non lasciare nessuno indietro?

8.La domanda che il tuo corto si pone e ci pone è proprio: “cosa vuol dire essere liberi?”. Secondo te, dopo aver seguito le storie di questi ragazzi e aver approfondito le loro problematiche, qual è, se c’è, la risposta?

Non sono sicuro ci sia una risposta assoluta. Tuttavia mi piacerebbe che B. e C. un giorno fossero “liberi” di potersi costruire una vita, ripartendo da dove l’hanno interrotta. Senza doversi preoccupare della burocrazia, dei documenti e della mancanza di lavoro. Ma temo che per loro si prospettino altri anni difficili.

liberta29.Come e dove stai promuovendo principalmente il tuo lavoro?

Libertà” è distribuito da Premiere Film, che sta curando le presentazioni nei festival cinematografici. Al momento, dopo le candidature ai Film Festival di Chennai (in India) e Parigi, al boyOHboy, siamo in attesa della prima italiana. Il lockdown ha bloccato il nostro percorso festivaliero, che contiamo di riprendere al più presto. Nel frattempo la stampa ha speso belle parole per il nostro lavoro, che nei giorni scorsi ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International.

10.Che progetti hai per il futuro? Prevedi di concentrarti ancora sulla forma documentaristica e su tematiche importanti come quelle già trattate in questa tua opera prima?

Avendo un background giornalistico, sono affascinato dalla forza narrativa del documentario, continuerò su questa strada. Al momento sto scrivendo il trattamento di un nuovo film, questa volta lungo, dedicato ad una vecchia vicenda avvenuta in una comunità di semi-nomadi. Sarà l’occasione per potermi dedicare all’analisi del sottoproletariato meridionale negli anni del boom economico. È un lavoro che sento mio, ma richiederà sforzi probabilmente più importanti rispetto a “Libertà”.

Trailer del documentario:

ALESSANDRA CAVISI

Check Also

filmletteratura

Il cinema punta sui giochi e questi nascono dai film: fin dove arriva la settima arte

In un precedente articolo ci eravamo soffermati a fare una riflessione sui collegamenti e soprattutto …

Lascia un commento