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Intervista a ‘O Zulù che ci racconta il suo primo disco lontano dai 99 Posse

ozulu3Non ha bisogno certo di presentazioni Luca Persico, conosciuto ai più come ‘O Zulù, storico frontman dell’altrettanto storico ensemble napoletano dei 99 Posse. Un gruppo cardine dell’underground italiano che si è sempre distinto per l’indissolubile intreccio tra espressione artistica e spirito militante. Dagli esordi nei primissimi anni ’90, il collettivo napoletano non ha solo fatto da colonna sonora ad alcune delle pagine più importanti scritte dai movimenti sociali e politici in questo paese, ma ne è stato spesso co-protagonista e soggetto attivo. A un anno dall’ultimo album dei 99 Posse (Il Tempo, Le Parole, Il Suono) vediamo ‘O Zulù, in libera uscita dal gruppo madre, pubblicare l’ep SUono Questo, SUono Quello, sette tracce prodotte da D-Ross e STAR-t-UFFO, in cui il rapper campano sperimenta un approccio più “personale” nelle liriche e suoni diversi da quelli a cui eravamo abituati con le Posse e con le diverse collaborazioni succedutesi in questi venticinque anni e più di carriera. Di questo nuovo EP e di molto altro abbiamo parlato direttamente con lui in questa intervista.

Partiamo dal tuo nuovo album, SUono Questo, SUono Quello, la tua prima prova solista in questi 25 anni di carriera… Vuoi raccontarcelo un po’?

In realtà non è proprio la prima: ho fatto altre cose al di fuori dei 99 Posse, che però non si possono definire propriamente “soliste” perché sono state fatte con altri. C’è stato Al Mukawama per esempio, insieme a Papa J e Neil Perch degli Zion Train, con cui ho fatto ‘O Zulù in the Al Mukawama experiment 3 nel 2005 (forse la cosa più vicina a una roba solista), ma si trattava di un disco dal vivo, anche se era un progetto all’interno del quale c’erano parecchi inediti che hanno avuto anche una certa fortuna, tra i quali Giuanne Palestina. Questo nuovo lavoro, invece, è nato dall’incontro con i due producer D-Ross e STAR-t-UFFO, che mi hanno proposto un suono che mi ha immediatamente coinvolto, ed è venuto fuori così, spontaneamente. Tra l’altro non era previsto, nel senso che io questi produttori li avevo incontrati per rinnovare un po’ i suoni di quello che all’epoca era un djset che portavo in giro, all’interno del quale ovviamente cantavo alcune canzoni del mio repertorio. E invece immediatamente è venuta l’idea di esprimere un pensiero, di metterci dentro delle parole, un contenuto, perché quella musica mi ha immediatamente offerto la possibilità di una lettura di me stesso inedita fino ad adesso. Contigua, ovviamente, dato che, come si evince anche dal titolo, non smetto di essere il cantante dei 99 Posse. Per cui c’è un po’ questo dualismo che è anche alla base di tutte le vicende della mia vita e su cui si gioca anche la poetica generale di tutto il disco: grazie a questo album mi sono scrollato di dosso quell’alone di “reducismo” che uno si porta addosso soprattutto a una certa età, quell’apparire una sorta di reduce, di “ex”, un po’ acciaccato dagli errori che ha fatto, dalla vita stessa che passa… Io non mi sento acciaccato per gli errori che ho fatto: gli errori che ho fatto mi hanno innanzituttoozulu2 permesso di essere la persona che sono, attraverso il prezzo che ho pagato, attraverso la consapevolezza che ho assunto nel farli e nel pagarne lo scotto. Poi sono quello che sono anche grazie alle mie vittorie, e tra le mie vittorie credo che la più grande sia proprio quella di essere riuscito a sopravvivere a quegli errori, quindi c’è anche un aspetto legato all’orgoglio. Ecco, raccontare me stesso potrebbe sembrare una cosa intimista, e dal mio punto di vista essere intimista è qualcosa di molto politico perché nel mio caso il “me stesso” non è una persona che parla delle sue emozioni di fronte a un tramonto o allo scroscio dell’acqua del mare che si infrange sugli scogli… Certo, non c’è niente di male a descrivere queste cose, però il mio vissuto è diverso, è il vissuto di uno che è sempre stato borderline, in qualsiasi ambito; anche nell’ambito dei borderline io sono borderline! (ridiamo, ndr). Diciamo che io sono il cane sciolto per antonomasia, quello che tende sempre a essere il provocatore all’interno dei collettivi che nascono come provocazione. Per cui la mia storia parla di tutto questo viaggio controcorrente che dura ininterrottamente da oltre 25 anni e inevitabilmente diventa anche politico, in qualche maniera. In questo momento è sicuramente quello che sentivo di fare ed è quello che mi ha comunicato anche la musica proposta dai due producer con cui ho collaborato.

A proposito di produzione, nel tuo album sembrano evidenti alcune influenze che a me hanno ricordato quasi il grime, o comunque uno stile abbastanza britannico… Roba che in Italia o è arrivata poco o ci è arrivata male o da cui vengono presi solo gli aspetti più “beceri”. È stato una sorpresa sentire una trattazione matura anche di questi stili…

A me è piaciuto subito quel suono perché ho sentito qualcosa di potente ed estremamente malleabile. In realtà questi beat offrono una gamma di possibilità e di interpretazione veramente vastissima, li ho trovati immediatamente molto stimolanti. Concordo con te che in Italia si sente molto poco questa roba. Io mi ricordo che quando lo scoprimmo, anche il raggamuffin in Italia non andava per la maggiore, nel ’91 qui si ascoltava ben altro! Questo atteggiamento un po’ pioneristico ce l’avevamo nel DNA già quando eravamo ragazzini e mi fa molto piacere scoprire di conservarlo ancora a 46 anni finiti… Del tutto istintivamente poi, non è che me lo sono andato a cercare. E tra l’altro questo suono l’ho trovato in uno studio di producer napoletani e non a Londra!

A livello di atmosfera ci sono dei momenti parecchio oscuri, sembri anche leggermente più incazzato rispetto al solito, ed è anche un lavoro più secco, più conciso… Come mai?

Sì confermo: è stata anche l’occasione per liberarmi di tutta una serie di immagini che ogni tanto tornano di me, dei miei sbagli, dei momenti che io chiamo “i periodi blu della mia vita”, che ogni tanto sul web riprendono vita quando qualcuno decide di rivitalizzarli. Ormai sono storie veramente vecchie. Abbiamo sempre avuto persone che ci amavano tantissimo e persone che ci odiavano tantissimo. E tra quelli che ci odiavano tantissimo la cosa più di moda è sempre dire stupidaggini, partire da una notizia falsa e poi rigirarci intorno. E alla fine ci si ritrova con tutta una serie di etichette. Questo disco è stato uno stimolo per andare oltre e ovviamente nello scrollarsi dalle spalle queste cose si avverte lo “stridere”, come notavi tu.

ozulu4I 99 posse hanno fatto (e fanno ancora oggi) da colonna sonora portante per tantissimi attivisti e non solo, ma la mia impressione è che da un po’ di anni mancano proposte in grado di legare altrettanto organicamente la musica con la politica o, se ci sono, rimangono nel ghetto o vengono percepite come pleonastiche e relegate ai margini o peggio ancora falliscono nel proporre una narrazione che sappia specchiare l’esistente e contemporaneamente invocare un cambiamento… Tu che ne pensi?

Guarda, non avrei saputo trovare parole migliori delle tue per descrivere il contesto nel quale oggi si colloca la cosiddetta “canzone di protesta”. Noi siamo alla ricerca di un nuovo punto di vista, e crediamo anche di averlo individuato proprio in questi ultimi anni coi 99Posse. Sicuramente non è vero che non esiste più niente del genere, però è vero che molto di quel che si produce, come dicevi tu, resta relegato in un ambito che finisce quasi per diventare autoreferenziale. Anche se poi non lo è, sono semplicemente ambiti più piccoli e molto radicati. È forse più un problema di opinione pubblica generale, che però ci sta portando molto velocemente indietro. Stiamo perdendo tantissimo di ciò che avevamo conquistato. Fenomeni come i 99 Posse, gli Assalti Frontali, la Banda Bassotti, Signor K, Picciotto, Gente Strana Posse, PMK e tanti altri hanno comunque un loro circuito in cui c’è molta vitalità e ricambio generazionale, anche se le vecchia egemonia culturale e musicale che avevamo prima è andata persa.

D’altra parte però adesso anche la musica pop è più attenta alla “realtà” rispetto agli anni ’80. È importante aver “sdoganato” il fatto che un artista oggi può e anzi deve essere reale, a differenza di quanto accadeva prima, quando l’artista rappresentava più che altro le fantasie e i sogni delle persone. Da un certo momento in poi l’artista ha dovuto incarnare i bisogni e non più i sogni. E poi ovviamente c’è il mercato che fa sempre il suo sporco lavoro e tutto diventa un prodotto da vendere, da scambiare, da marcare… Sono percorsi lunghi, complessi, ma noi li percorriamo, e percorrendoli magari ci si accorge dei propri sbagli, si corregge il tiro, si va avanti…

A proposito di questo, ci vuoi parlare un po’ di Gente Do Sud e Terroni Uniti?

È stata un’idea del nostro bassista. Un pomeriggio ci siamo incontrati nel centro di Napoli con un po’ di compagni e di musicisti, e abbiamo iniziato a parlare di questa idea di Terroni Uniti, perché stanchi di sentire le false descrizioni della nostra città da parte da chi Napoli non la conosce affatto. Mancavano tra l’altro solo pochi giorni alla non gradita visita di Salvini qui in città, e quindi volevamo diffondere il nostro punto di vista, quello di chi qui ci vive davvero, anche perché altrimenti poteva sembrare solo un riduttivo attacco a Salvini stesso. E visto che “parlare di musica è come danzare di architettura”, il progetto è partito subito senza perderci troppo in discussioni. Alcuni di noi si sono messi nel primo studio che hanno trovato disponibile, hanno cominciato a mettere su un beat e a buttare giù qualche parola per il ritornello, dopodiché sono entrate in sala registrazione anche altre persone (io ad esempio in quello studio stavo facendo le prove per il mio nuovo live set, quindi mi sono trovato là e ho buttato una strofa). Insomma, nell’arco di una settimana, con il passaparola tra persone che ci conoscono, che ci stimano e che si informavano tra loro, alla fine ci siamo ritrovati ad essere ventiquattro cantanti, nove musicisti e i producer, tutti quanti senza prendere una lira, ma anche senza porsi il problema di dove collocare la propria strofa e tutte quelle questioni di “visibilità” che solitamente sono importanti in certi ambiti musicali. Io mi sono ritrovato a comporre la strofa insieme ad Andrea Tartaglia, che conosco da pochi mesi, e ho stimato da subito, anche se non avevamo mai collaborato prima, neanche dal vivo. Ci siamo ritrovati a scrivere a quattro mani e lo abbiamo fatto in mezz’ora. C’era questa atmosfera meravigliosa di scambio e collaborazione, pensa che non tutti i cantanti hanno cantato cose scritte daozulu1 loro: ognuno ha scritto qualcosa, però a volte quello che è stato scritto da uno è stato cantato dall’altro. Alla fine Terroni Uniti riesce a raccontare la Napoli che esiste davvero, che noi conosciamo e che stiamo contribuendo a costruire da diversi decenni, contro quella falsa e immaginaria che descrive la Lega, una Napoli che non permetteremo mai che possa realizzarsi.

Per concludere, quali saranno le tue prossime attività?

Con i 99 Posse stiamo già iniziando a ragionare sul nostro prossimo disco, quindi direi che la prossima mossa sarà questa. Non è stato ancora progettato, ma siamo in fase creativa, quando avremo sufficiente materiale inizieremo a ragionare di uscite discografiche vere e proprie. E non escludo che tra settembre e novembre questo mio EP possa diventare un LP, nel senso che potrei aggiungere alcuni pezzi per far uscire anche una versione fisica. Sto valutando questa ipotesi visto che ho ancora del materiale. Poi per il resto continuiamo a lavorare tantissimo, scriviamo, produciamo, siamo in procinto di partire con il tour dei Posse con tre o quattro date tra il 25 Aprile e il 1 Maggio… Insomma, c’è molta vitalità e molto fermento.

Tienici aggiornati allora!

Contaci! A presto!

Pagina Facebook di O Zulù: https://www.facebook.com/zulu99official/

FRANCESCO CAPUTO

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