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Intervista al regista Antonio Palumbo sul docufilm dedicato a “Varichina”

varichinalocandinaIl 2 febbraio si è tenuta la presentazione del mediometraggio Varichina, la vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis (di cui abbiamo parlato qui: http://www.ithinkmagazine.it/recensione-film-varichina/) diretto da Antonio Palumbo e Mariangela Barbanente. La prima del film si è svolta presso la multisala di Bari Showville associata al consorzio Uci Cinema, alla presenza degli autori, per cui ne abbiamo approfittato per scambiare due chiacchiere con Palumbo, per scoprire qualcosa di più sul film e sul personaggio cui la pellicola rende omaggio.

Chi è Varichina e perché si è deciso fare un film su di lui?

Varichina, alias Lorenzo De Santis, è stato il primo omosessuale dichiarato di Bari. Chiamato “Varichina” perché da bambino vendeva la varichina porta a porta. In un’epoca retriva, dove anche indossare un paio di pantaloni colorati per un uomo era pietra di scandalo, Lorenzo De Santis indossava camicie colorate annodate sulla sua grassissima pancia, portava capelli biondi ricci e cotonati e occhiali vistosi indossati perché gli mancavano otto diottrie per occhio, e si notava da lontano per il suo modo eccentrico di presentarsi. Nella Bari grigia, molto più provinciale di adesso, l’essere così colorato, sguaiato e volgare di Lorenzo perché portava avanti l’essere omosessuale (all’epoca una vera e propria onta), lo rese subito popolare. Lorenzo veniva preso di mira da tutti, in primis con degli sfottò ma anche con soprusi, botte e personali aggressioni. Varichina era sempre in giro a prendersi le “pizzuate”, perché quando vedeva i bei ragazzi li provocava e chi non ci stava, in ossequio alla sottocultura imperante, lo aggrediva.

Noi (Palumbo e Barbanente, i due registi, ndr) siamo partiti dalla macchietta e da lì, grazie anche ad un articolo di Alberto Selvaggi pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno, abbiamo cercato di ricostruire la vera vita di Lorenzo De Santis immaginando come potesse essere quando non era sotto i riflettori, in casa, con vicini, amici e amiche, un po’ riportando le testimonianze e un po’ con una ricostruzione filmica ad hoc.

Perché avete optato per la realizzazione di un docu-film?

Un po’ per una decisione personale e un po’ per una varichina1questione di risorse ridotte (30.000 euro, IVA inclusa, ricevuti dalla Apulia Film Commission per il progetto “Memoria”): fare un film tradizionale sarebbe stato un po’ complicato. Si è fatta perciò la scelta linguistica di mischiare realtà e finzione provando a non farne sentire il distacco, ecco perché nel film i personaggi reali e quelli di finzione si intrecciano in maniera morbida.

Il personaggio principale si muove in un contesto contemporaneo. Quali sono i motivi di questa scelta?

Volevamo rendere nel film il fatto che Varichina sia ancora una presenza molto forte a Bari, quindi la ricostruzione rappresenta i fantasmi di quella coscienza e di quella memoria: si è provato a ridare dignità a un personaggio cui fu tolta.

È stato quando abbiamo rimesso in strada Varichina che abbiamo notato quanto la città ancora oggi lo ricordi: nella scena in cui Totò Onnis (l’attore che interpreta il protagonista, ndr) passeggia sul lungomare, mezza città, ignorando si stesse trattando delle riprese di un film, gli rivolge i medesimi epiteti a suo tempo indirizzati a Varichina.

Facendo quindi questa scelta linguistica, visto lo scarso budget a disposizione (ricostruire gli anni ‘70 sarebbe stato complicato!) si è fatto così di necessità virtù, sperimentando questo nuovo linguaggio, che è poi risultato vincente, dato che anche il regista Gianni Amelio, che ha assistito a una proiezione, ha sottolineato ed esaltato questa innovativa scelta registica e linguistica, dal momento che si è raccontata una storia in un modo nuovo, sperimentale ma efficace.

varichina2Quanto Varichina è legato al suo territorio? Cioè, se fosse vissuto altrove o in un’altra epoca che reazione avrebbe avuto la gente?

È legato al suo territorio per il suo dialetto, ma rappresenta tutti quelli che vivono ai margini e che vengono emarginati per quella paura del diverso che esiste ancora. Ogni città ha il suo Varichina, come ha sottolineato Vladimir Luxuria, madrina del film a Roma, che ricordando la sua giovinezza a Foggia ha ripreso i termini colorati con cui veniva chiamato, e lo stesso ha detto una ragazza rumena durante una presentazione nel suo paese.

Si può anche dire che Varichina in questo caso è una metafora?

Sì, sicuramente, perché rappresenta a livello universale il diverso, l’antieroe messo ai margini.

Mi sorge in mente un paragone letterario tra Varichina e il Frankenstein di Mary Shelley, simile per diversi aspetti…

Certamente. Varichina è un outcast, dall’aspetto di un “orangotango”, ma che allo specchio si vedeva come una delicata velina…

Grazie Antonio e in bocca al lupo per questo varichina3film.

Crepi il lupo e – come diceva il buon Lorenzo – “Tutt ddò avit’ a venì” (trad: Tutti dovete passare da qui, ndr).

Qui il trailer del film: https://www.youtube.com/watch?v=FJDkfrbrcxM

Qui il backstage realizzato dalla Scuola di Cinema: https://www.youtube.com/watch?v=P1MM01axukU

FRANCESCA BARILE

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