Eventi Marzo 2010:
Dall'11/03 al 14/04 - Mostra personale di Vito De Leo.
Nell'ambito di MODULAZIONI. Organizzazione Ce.S.A.Coo.P.Arte Presso: Caffetteria De Nittis, Via L. De Nittis, 2 - BARLETTA
Per info: 0883 33 23 64
____________________________________ ULTIME DALLA REDAZIONE
INTERVISTA AI WHEELMAN ON BUSHPIG (Roma)
Un duo romano di possente industrial made in Italy. Questi sono i Wheelman On Bushpig, ovvero Proventek (voce, chitarre, synth, piano) e Marcello (batteria, percussioni elettroniche, synth). Suonano insieme da più di sei anni, in diverse formazioni, ma quest'ultima, dei Wheelman, è attivissima da dicembre del 2008. Hanno scosso il pubblico dell'Arè Rock l'11 Marzo, nella terza serata del contest, giorno in cui li abbiamo intervistati per voi.
Ciao ragazzi, per prima cosa vorremmo chiedervi come siete entrati in contatto con la realtà dell'Arè Rock Festival, dato che venite da Roma.
Abbiamo trovato il contatto sul web e ci è sembrato un festival molto interessante, quindi ci siamo iscritti senza pensarci due volte.
Che impressione avete avuto della città di Barletta e che ne pensate della Puglia in generale?
Non dimenticherò Barletta perché ha qualcosa che colpisce, come molti posti in Italia che rendono bellissima questa penisola. Bella città e bella gente. Puglia: vedi sopra.
La vostra proposta musicale è probabilmente ancora poco "compresa" in Italia. Condividete questa affermazione? Che ne pensate del modo di recepire l'industrial nella nostra penisola, in base alla vostra esperienza italiana e internazionale?
Se è vero che il moderno a volte impiega tempo per essere compreso, è pure vero che la comprensione che a noi interessa non è quella della proposta musicale che proponiamo, quanto quella degli stati d'animo che proviamo a trasmettere. Avremmo potuto suonare qualunque genere, suscitando (in noi stessi ma spero anche nella gente che per caso ci ascolta o ci vede suonare) le stesse emozioni. In poche parole l'industrial è un genere come tanti altri, e a mio parere potrebbe essere ascoltato di più anche in Italia, visto che ha comunque la tendenza a mischiarsi con altre categorie musicali più popolari.
Ma quindi qual è il vostro background musicale? Che gruppi vi hanno maggiormente ispirato?
Proventek: Quando mi chiedo quali gruppi possano influenzarci (che sono palesemente quelli che si citano da soli) mi vengono in mente nomi come Johnny Cash o Jerry Lee Lewis che non centrano assolutamente nulla con quello che facciamo ma ci sarebbe bastato avere appena il 5% del loro spirito, erano assolutamente geniali.
Sul vostro myspace è scritto che avete messo su undici pezzi inediti in poco più di un mese! E' praticamente un record! Come avete fatto a scriverli, arrangiarli, provarli e portarli già in giro per i palchi in così poco tempo?
Il digitale ci ha permesso di scrivere canzoni con una qualità audio sufficiente in davvero poco tempo (siamo probabilmente il gruppo emergente con più inediti che io conosca).
Poi riarrangiare live un pezzo che è già stato scritto (per essere suonato live) è una cosa semplice anche per musicisti di basso o medio livello quali siamo.
Non potevo chiudere questa intervista senza chiedervi il significato di un nome tanto particolare...Che significato ha per voi e che rapporto lo lega alla vostra musica?
(Ridono) E' una cosa che ci chiedono tutti. Abbiamo scelto un nome che potesse suonare come qualcosa di rocambolesco.
Il Bushpig non è altro che un maiale da cespuglio e il Wheelman è un ciclista (e a noi piacciono tanto le ruote) che è diventato un pollo con i pattini. In senso figurato potrebbe essere un pollo sui pattini che fa l'amore con un cinghiale grassottello. Più che alla nostra musica il nome si lega al nostro modo di essere, visto che entrambi a volte crediamo di essere polli, a volte animali selvatici.
Risposta più che soddisfacente (ridiamo). Allora ragazzi, anche a voi in bocca al lupo per tutto.
Gli Shoe's Killin Worm sono originari di Foggia e propongono un rock elettronico sperimentale. I componenti del gruppo sono Luca Rossetti (voce), Marco Maruotti (chitarra), Gianluca Grazioli (synth), Michael Mitoli (basso) e Natale La Riccia (batteria). Suonano insieme dal 2004, ma noi li abbiamo conosciuti durante la terza serata dell'Arè Rock Festival.
Ecco cosa ci hanno raccontato:
Sul vostro myspace definite la vostra musica come una ricercaall'amalgama onirico dei suoni...Che intendete esattamente conquest'affermazione?
Marco: Significa che il nostro obiettivo principale ogni volta che ci accingiamo a scrivere un brano è quello di considerarne l'essenza comunicativa, di dare principalmente spazio alle sensazioni che lo hanno generato piuttosto che all'ordine e alla codificazione della sua struttura e delle sue linee portanti. Quasi mai abbiamo dato preminenza ad un riff di chitarra o alla linea vocale a discapito di tutto il resto; nel nostro paradigma compositivo elementi ritmici, melodici e armonici si fondono totalmente. Per quanto riguarda i temi e i “colori” della nostra musica direi che preferiamo dare un suono all'instabilità, alla confusione e alla contraddittorietà di tutto quello che ci gira intorno, alle atmosfere dilatate e psichedeliche del sogno e dell'indefinito.
Quindi come definireste la vostra musica, immaginando di spiegarla a chinon vi ha mai ascoltato e magari grazie a questa intervista può essereattirato verso i vostri orizzonti?
Gianluca: Per definire in modo appropriato la nostra musica credo che si debba considerare prima di tutto la diversa estrazione e i diversi ascolti di ogni componente. Ognuno infatti porta con sé un bagaglio di informazioni che contribuisce a costruire ciò che è il nostro sound. Alcuni dei nostri pezzi hanno la classica forma canzone, quindi questo ci pone in continuità con il grande filone che è il pop, ma d'altra parte c'è una costante ricerca di arrangiamenti non convenzionali e uso di suoni provenienti da diversi generi. Andiamo comunque alla ricerca del ritornello ponendo i pezzi in un impasto acustico-elettronico e rock anni '90. Non disdegnamo quindi il post-rock, il grunge, il rock inglese, la musica cantautorale italiana, il progressive, l'elettronica degli ultimi decenni e nemmeno quella degli albori dei sintetizzatori.
Il vostro nome è molto particolare...Come mai questa scelta?
Marco: In realtà nacque da un patchwork verbale, alla maniera dada, ottenuto traendo spunto da alcuni ritagli di spartiti di Charlie Parker che avevamo nel salotto dove facevamo le nostre prime prove; dalla loro composizione casuale venne questo “Shoe's Killin' Worm” che ci piacque molto perchè rispettava perfettamente da un punto di vista fonetico e concettuale l'idea di musica che volevamo fare: inafferrabile, composita, ipnotica. Pensammo subito che sarebbe stato divertente ascoltare le ipotesi altrui sul significato del nostro nome e soprattutto che nessuno se lo sarebbe mai ricordato. Ci piace l'idea che chi venga ad un nostro concerto torni a casa con la sola sensazione del suono che abbiamo prodotto, senza riuscire a soffermarsi sulle nostre facce, sui nostri vestiti o sul modo in cui ci facciamo chiamare.
Ascoltandovi dal vivo, sul palco dell'Arè Rock, ci è venuto istintivamente di associare certe vostre sonorità alla musica dei Radiohead. Fanno parte del vostro background? E, in generale, qualimusicisti, quali gruppi o quali esperienze artistiche hanno contribuito alla vostra formazione?
Marco: Certamente i anche i Radiohead fanno parte dei nostri ascolti, come d'altra parte quasi tutti i gruppi che utilizzano una commistione di rock ed elettronica; ma usiamo tutto quello che ascoltiamo per dare sviluppo all'arrangiamento dei nostri brani. Quindi quello che andiamo di volta in volta a comporre risente di tutto ciò che ascoltiamo in quel momento, cosa resa ancora più stimolante dall'abitudine di mettere mano al pezzo in modo assolutamente corale, dando spazio alle influenze e alle letture di tutti i componenti del gruppo, a volte giungendo a provare tre o quattro versioni totalmente differenti di ogni canzone, prima di trovarne esattamente la forma, l'atmosfera e il significato adatto.
Gianluca: Io credo che qualsiasi musicista che voglia fare musica ricercata in questo decennio non può assolutamente prescindere dai Radiohead, dato che sono secondo me la miglior proposta degli ultimi 20 anni, e che sono per noi ciò che i Pink Floyd furono per gli anni '70, cioè coloro che oggi ti fanno ascoltare la musica del futuro. La lezione che apprendo da loro è che la musica scavalca i generi e gli incasellamenti discografici, facendo vedere che è possibile unire diverse influenze per creare qualcosa di solido e maturo. Più che nelle sonorità, credo quindi che l'influenza sia nell'approccio all'ascolto e produzione di musica.
Come mai avete scelto di cantare in italiano portando comunque un moniker inglese?
Marco: Inizialmente scrivevamo canzoni in inglese come anche in italiano, ne avevamo alcune in francese o addirittura fatte con suoni estranei a qualsiasi lingua, a rimarcare che la voce dovesse essere considerata uno strumento come tutti gli altri, che usa la lingua come un vestito da abbinare al sound di ogni brano, non abbiamo mai considerato la parola come l'unica depositaria del significato all'interno della nostra musica... Successivamente ci siamo dedicati quasi esclusivamente alla scrittura in italiano, ma lo spirito e il ruolo dello strumento-voce non è cambiato affatto da allora. Diciamo che ora i testi non fanno altro che esplicitare tramite le parole le sensazioni già insite nella musica che li accompagna.
Sicuramente molti nostri lettori adesso verranno a visitare il vostro myspace (www.myspace.com/shoeskillinworm) per ascoltare le vostre composizioni, ma speriamo di potervi rivedere presto su palco!
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INTERVISTA AL GRUPPO ZED (Salerno)
Il Gruppo Zed è praticamente un "collettivo" di musicisti (dieci in tutto!) che attraverso la loro musica cercano di sconfiggere le ingiustizie e di portare un messaggio pacificamente rivoluzionario in giro per il mondo. I musicisti sono: Germano Basile (Chitarra e Voce), Sara De Chiara (Voce), Gaetano Galuzzo (Violino), Ignazio Leo (Tastiere e Sintetizzatore), Diego Trebino (Basso e Voce), Fabio Rinaldi (Percussioni e Voce), Alex Ferrentino (Batteria), Brunella Vaiano (Tammora, Voce e Danze), Valentina Camarota (Voce e Danze), Gemma De Nicola (Voce, Danze e Tammora ).
La scelta del vostro nome fa intuire una precisa riflessione filosofica generata anche dalla vostra scelta di suonare musica popolare: genere impregnato di tradizioni e di filosofie di vita antiche e forse semplicemente immortali. Potete spiegarci, dunque, la vostra riflessione che ha portato oggi a questo tipo di proposta musicale e al nome scelto per il vostro gruppo?
La speculazione filosofica che ha determinato la scelta del nostro nome “ZED” è da ricercarsi nella semantica del nome stesso: “contro la dittatura della realtà ordinaria, contro la pratica dei concetti dominanti”.
Abbiamo sempre sostenuto che la musica debba avere un contenuto, un significato catartico: tutti gli sciamani, gli stregoni, di tutti i popoli, usavano il canto come medicina. Crediamo che la musica debba essere balsamo, riposo, rilassamento, liberazione, catarsi. Le canzoni servono a formare una coscienza. Sono una piccola goccia dove servirebbero secchi d’acqua.
Crediamo, che cantare sia un ultimo grido di libertà. Forse il più serio. Scrivere canzoni sta diventando una responsabilità sociale, ma se ne sono accorti in pochi (soprattutto i discografici che producono solo spazzatura senza neanche differenziarla). Ci accorgemmo fin da subito che il nostro lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia di una giustizia sociale che ancora non esiste e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo.
Quest’ultima si è sbriciolata presto, la prima, invece, rimane.
C'è chi pensa che la musica etnica e popolare, in quanto tali, debbano essere apprezzate e recepite esclusivamente dalle etnie e dai popoli che le hanno generate. Voi invece avete "esportato" la vostra musica anche fuori dai confini nazionali. Che riscontro avete avuto?
In una concezione “globale” dell’etnia è difficile affermare oggi che la musica etnica possa essere connessa ad una determinata cultura, anzi spesso ci ritroviamo dinanzi a espressioni mistificate che vivono solo ed esclusivamente ai margini di becere operazioni commerciali, quello che noi definiamo “folklore da cartolina”. Musica etnica e musica popolare detto con estrema franchezza non esistono più: viviamo una sorta di “medioevo musicale” che ha distrutto o tende ad annichilire ogni espressione d’arte. Il Gruppo Zed si muove in tutt’altra direzione, poiché la scelta del nostro stilema musicale (che non si limita solo all’etnia campana ma abbraccia l’idioma musicale del sud di tutto il mondo) è solo il mezzo per veicolare i nostri messaggi. La scelta dello stilema etnico è motivato dal nostro forte (veemente) orientamento antiglobale.
Un altro dei luoghi comuni legati al genere di musica popolare, è che, essendo un genere tradizionale, non possa essere anche un genere "moderno", se non privandolo della propria originaria natura. In che modo, invece, voi pensate di modernizzare la tradizione?
Al massimo noi cerchiamo di demistificare la tradizione e la storia.
In che modo vi siete avvicinati a questo genere di musica e che musicisti del passato (o anche del presente) hanno dato (o danno) di più alla tradizione popolare?
La nostra storia affonda le sue radici nel “folklore progressivo” degli anni '60, ovvero movimento impegnato nella lotta politica contro il sistema capitalistico, contro il padronato, che si è caratterizzato in quegl’anni nel sud Italia nell’ambito delle lotte bracciantili. Quella fu la prima trasformazione: molti “cantori” di quei tempi compresero che per far passare messaggi politici a contadini e operai serviva un mezzo duttile ed espressivo. Gli artisti come Eugenio Bennato si sforzano di riesumare cadaveri in decomposizione sostenuti da pseudo antropologi che non hanno capito niente, e non godono assolutamente della nostra stima, anche se teniamo in grande considerazione il particolare approccio e l’operazione artistico-filologica di Fabrizio De Andrè.
Come chiudere gli occhi e trovarsi improvvisamente in un bosco dalla rigogliosa vegetazione che, fitta e intensa, non filtra completamente la luce del sole, anzi le dona quella sfumatura di pace e freschezza che normalmente manca al Grande Astro...
Come passeggiare fuori dal tempo, in questo bosco, è ascoltare la musica degli Aedi (e dal loro ascolto su disco si comprende e apprezza in pieno la scelta del nome: richiamo agli Aedi dell'antica grecia, saggi cantori di solito rappresentati come ciechi, in quanto senza il “fastidio” della vista potevano sviluppare le capacità visive e percettive dell'anima).
Polish, il loro ultimo EP, antipasto per un album che sarà sicuramente una perla preziosissima per l'underground italiano (e se ne accorta anche la Jestrai, che si è subito assicurata questo cimelio musicale), è composto da soli quattro brani, ma che già riescono a mostrare in pieno l'anima poeticamente indie-rock del gruppo.
Polish, prima traccia e brano che dà il nome all'intero disco, ci mostra da subito una band compatta e ispiratissima, che riesce a mescolare senza problemi la voce dolce e suadente di Celeste, il suo pianoforte sottile, tintinnante e delicato, con una massiccia dose di chitarre graffianti e una sezione ritmica che ti colpisce dritta allo stomaco, degne dell'indie-rock di maggior qualità.
L'ingannevole tranquillità medievale dell'intro piano e voce della successiva My Perfect Home si sviscera, nella seconda parte del brano, in una danza ipnotica (che dal vivo devasta e scuote fino all'ultimo granello di polvere), sostenuta e adrenalinica ma perfettamente impreziosita dalle melodie evanescenti e dalla voce che diviene completamente strumento tra gli strumenti.
Se, con questi due brani, la perfezione degli arrangiamenti non fosse risultata ancora abbastanza chiara, giunge Flowermoondolls, con i suoi 7 minuti e mezzo di oniriche visioni, a sciogliere ogni dubbio: la perizia degli Aedi nella cura dei dettagli (che tanto dettagli poi non sono) e dei suoni, ricercati e ben selezionati, sembra chiaramente provenire dalle viscere dell'anima, perché la tecnica non può arrivare ad insegnare tanto.
La conclusiva Lake S Air è una ballata in crescendo: risente molto di atmosfere pop ed è fatta di quella sottile polvere luminosa di cui sono fatti i sogni.
Complessivamente, nella loro comunque palese originalità, gli Aedi suonano come se Elisa e i Cranberries, in gita scolastica in Irlanda, decidessero di coinvolgere tutti i folletti dei boschi irlandesi per fare insieme una festa meravigliosa e senza tempo in un luogo fuori dal mondo.
Le immagini ufficiali sulla prima serata dell'ARE' ROCK FESTIVAL 2010, a cura della fotografa di I THINK Antonella Fuccilli, sono disponibili da subito sul nostro myspace:
www.myspace.com/ithinkmagazine
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