
| Recensione: STARFRAMES – Ethereal Underground |
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| Mercoledì 27 Luglio 2011 18:51 |
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Questa volta, per un puro caso che non sto qui a raccontarvi, mi è capitato di ascoltare prima il singolo e poi l’intero album dall’inizio. Avrei dovuto seguire la mia regola… Ho ascoltato Broody Soldier, singolo estratto da Ethereal Underground (BulbArtWorks Record), secondo full-lenght degli Starframes, gruppo napoletano attivo dal 2004, e ne sono rimasto piacevolmente sorpreso. Davvero un gran pezzo: un sound ben definito, interessante, un crescendo intrigante, aperture in chiaro stile British, ed una piccola marcetta di fiati come chiusura, magari già sentita, ma davvero d’effetto. Ok, la linea vocale non sarà stata eccellente, ma non stona affatto. Ovvio allora aspettarsi un gran album, e i primi trenta secondi di Origin, il pezzo introduttivo, mi fanno quasi brillare gli occhi… ma poi… pouf… succede che manca qualcosa. Il pezzo va avanti, attendo quella esplosione, quell’accordo che ad un certo punto sembra arrivare ma non è devastante come mi aspettavo. Ecco, l’attesa: è questa la chiave. Il singolo ha generato in me un’aspettativa talmente alta, talmente forte, da farmi patire maggiormente il senso di assenza. I pezzi si lasciano ascoltare. Emergono le influenze tipicamente brit pop (in It Moves Like The World Spins Around si avverte inevitabilmente nelle dinamiche e nella voce la “presenza” di Liam Gallagher), che si mescolano con spunti più disparati, dal rock anni settanta in Dance On The Greenwich Meridian, a sonorità più contemporanee come in La Mariée Était En Noir. Ma l’album scorre e resta quel retrogusto di attesa frustrata. Godot continua a non arrivare. Ci sono tantissime ottime idee, ma troppo frammentarie per farmi dire: cavolo sì, questo sì che è una bomba. Poi torna lei, Broody Soldier, e sembra segnare un vero salto qualitativo. Si passa a qualcosa di diverso. Più ambient, più soffuso e malinconico. Più introspettivo e sofferente. Più cupo, ma allo stesso tempo emotivamente più trascinante, come l’apertura di chitarre nel finale di Aurora Borealis, o l’intro accattivante di What I Was Made For. È negli ultimi brani che Ethereal Underground si realizza per quel buon progetto che è. Un progetto ambizioso, completo, dal quale emerge un sound definito, maturo, pronto ad essere saggiato e valutato da palati più vasti. Una sola, grande pecca: non è mai facile, per una voce, riuscire a non risultare monotona su un album di dieci tracce. E questa purtroppo non è un’eccezione. Ma c’è ancora tempo, e se posso azzardare, avverto un’evoluzione in corso. Se gli ultimi pezzi in scaletta del full-lenght sono gli ultimi in ordine di composizione, segniamoci questo nome, perché potremmo risentirlo presto. DANIELE MORGESE |


























Je n'ai jamais entendu parler de ce groupe mais il semble très intéressant, grâce à la recomendaciaon, je cherchais quelque chose d'intéressant, après avoir entendu mon groupe préféré xlpharmacy