
| Giugno 2009 - Anno I - Numero 0 - SHOCK E PULSIONI IRREFRENABILI NELLE OPERE DI BUNUEL |
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| Scritto da M.C. |
| Giovedì 30 Luglio 2009 14:48 |
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La rivoluzione visiva deve squarciare l’occhio dello spettatore. Il cinema surrealista nasce così, con un’idea ereditata dal mondo dell’arte e applicata alla pellicola. Sono gli anni Venti del Novecento e tutto il mondo è sconvolto dall’impeto delle avanguardie, le quali intendono riformare l’arte, cancellando le regole accademiche in virtù di una libertà autentica, che segua le leggi dell’imprevisto e del caso, aderendo ai sentimenti spontanei. Su queste basi ideologiche, Andrè Breton fonda nel 1924 a Parigi un nuovo movimento artistico, il Surrealismo, con cui si scava nel profondo dell’esperienza umana e nell’inconscio scoprendo l’importanza della rivelazione onirica. Il cinema è mitizzato, nell'avanguardia surrealista, per la sua capacità di avvicinarsi al sogno: se in quadro si rappresenta l’inconscio attraverso immagini doppie, figure deformate e in apparenza senza senso, la pellicola riesce a dare vita a quelle immagini che su tela, per loro natura, rimanevano statiche. I meccanismi della visione e del montaggio cinematografico sono più vicini alle tecniche analogiche dell’inconscio. La mente umana taglia, passa da un’immagine all’altra, ritorna indietro nel tempo: gli stessi poteri del regista con la pellicola. Uno dei film più emblematici del cinema surrealista è Un chien andalou del regista spagnolo Luis Bunuel. Il film è uscito nelle sale nel 1929 ed è frutto della collaborazione di Bunuel con il genio allucinato di Salvador Dalì. La prima scena è una delle più inquietanti. Si assiste atterriti alla fredda sequenza in cui è lo stesso regista, diventato attore, ad agire: dopo aver guardato la luna, si avvicina ad una donna, le apre bene la palpebra e le taglia l’occhio con un rasoio. Niente è come sembra nell’arte surrealista: si tratta di un trucco di montaggio in cui è utilizzato l’occhio di un vitello morto. L’idea dell’occhio spalancato verso il cielo scaturì in Bunuel alla vista di un quadro di Magritte intitolato Falso specchio, in cui l’iride di un occhio sbarrato riflette il cielo e le nuvole. Il brutale effetto visivo della scena iniziale del film serviva al regista per catapultare lo spettatore in un mondo mai visto, il mondo dell’inconscio, squarciando le idee dell’immaginario comune. Il cortometraggio di circa 15 minuti continua con una serie di immagini in apparenza senza senso in cui due amanti si rincorrono e ci cercano, mossi da una travolgente passione amorosa. Molti sono gli ostacoli che impediscono il loro incontro, aumentando il desiderio. Interviene anche l’anti-io del protagonista a dividerli. La tematica del doppio è cardine del surrealismo e ritornerà in altri film di Bunuel, come per le due protagoniste di Quell’oscuro oggetto del desiderio. Il giustapporsi di sequenze senza alcun ordine consequenziale spiega il cinema dell’avanguardia, in cui si perde la logicità degli eventi e tutto si muove attorno alla pulsione amorosa, il cosiddetto “amour fou”. Gli istinti sessuali si riscoprono grazie alle letture freudiane e sono alla base del secondo film di Bunuel, creato anch’esso con Dalì, L’age d’or, in cui una coppia di amanti è travolta dalle sofferenze più crudeli. Il film, datato 1930, mostra lo spirito più antiborghese e anticlericale del regista: Gesù Cristo e il duca de Blangis (protagonista del celebre libro del marchese de Sade Le 120 giornate di Sodoma,) sono la stessa persona. Dai quadri al film l’obiettivo è comune: far emergere l’altra realtà, l’inconscio, il sogno, il delirio onirico per troppo tempo schiacciati nelle gabbie della moralità. MONICA CIPRIANI
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