Agosto 2009 - Anno I - Numero 2 - David Lynch- TRA GENIO, ASTRATTISMO E SREGOLATEZZA
DAVID LYNCH - TRA GENIO, ASTRATTISMO E SREGOLATEZZA
Chris Rodley, nell’introduzione al suo libro intervista Lynch secondo Lynch, conclude citando i nomi di alcuni libri presenti tra gli scaffali della Asymetrical Productions, casa di produzione del regista David Lynch. Tra titoli come L’essenza del Golf, Manuale completo del fai-da-te, Come cominciare a girare un film, è più che lecito sentirsi frastornati e domandarsi in che proporzione genio e sregolatezza siano stati distribuiti nella mente di uno dei cineasti più geniali della nostra epoca. La verità è che in quei nomi è possibile racchiudere l’essenza intera del cinema di David Lynch che, più e meglio di chiunque altro, è riuscito a caricare la normalità di significati nuovi, al punto di rendere il Banale un concetto astratto e profondamente inquietante.
Un cinema, dunque, che guarda alla superficie delle cose solo ed esclusivamente per scrutarne l’interno, e che, a cominciare da Eraserhead, primo lungometraggio del regista (tra i film preferiti di Stanley Kubrick), ha portato avanti un ideale percorso di “psicoanalisi cinematografica” che non ha risparmiato nulla: l’apparente banalità della provincia (presente in Twin Peaks e Velluto Blu), il lato oscuro del sentimento (Strade perdute, Mulholland Drive), la staticità delle cose, contrapposta alla parabola dell’esistenza (Una Storia Vera), la dimensione morbosa e fiabesca dell’amore (Cuore Selvaggio). Tematiche convergenti all’interno del suo INLAND EMPIRE, ultimo lungometraggio del cineasta statunitense. Un film che da solo potrebbe benissimo illustrare la doppia essenza di un uomo, definito da Mel Brooks un “James Stewart venuto da Marte”.
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