
| ZOOM SUL REGISTA MARIO BAVA |
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| Venerdì 04 Febbraio 2011 15:11 |
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Nato a Sanremo nel 1914, il piccolo Mario è subito cresciuto all’interno di un ambiente dove la settima arte ha sempre occupato una posizione rilevante. Il padre Eugenio, operatore cinematografico, è stato infatti quello che si potrebbe definire un pioniere del cinema muto, che ha avuto il suo periodo di gloria anche in Italia grazie alle opere di autori come Giovanni Pastrone. Un destino segnato e impresso indelebilmente sulla pellicola, dunque, che è riuscito a dare i migliori frutti. Mario Bava è cresciuto con il cinema e ha lavorato con alcuni dei più grandi registi del periodo: Mario Soldati, Aldo Fabrizi, Steno, Mario Monicelli, solo per citarne alcuni. Le sue doti di artigiano si sono sempre rivelate utili sul set: seguendo una filosofia di vita che si potrebbe riassumere nella semplice “arte dell’arrangiarsi”, questo regista è sempre stato in grado di creare scene incredibili, rivoluzionando (e ridimensionando) la concezione dei cosiddetti “effetti speciali”. Gli effetti c’erano, è vero, ma era la componente speciale che, al di là dello schermo, era completamente assente. Questo regista, infatti, è stato in grado di creare scene incredibili grazie all’uso di semplici trucchi. Un pò di spago, la scelta della luce giusta, un appropriato uso della prospettiva o di qualunque altra cosa fosse stata necessaria e il gioco era fatto. A partire dal primo lungometraggio diretto nel 1960, La Maschera Del Demonio, Mario Bava ha sempre dimostrato che nel cinema quello che conta non sono i soldi, ma la bravura e la sua filmografia è lì a dimostrarcelo. Pellicole che hanno contribuito alla creazione di un genere e che hanno formato intere generazioni di registi che, ancora oggi, continuano ad esaltarne la bravura. Martin Scorsese, Tim Burton e lo stesso Dario Argento, il cui debito nei confronti di questo cineasta è innegabile, molto probabilmente non sarebbero gli stessi senza gli stupendi giochi di luce presenti in Sei Donne Per L’Assassino (1964), senza le incredibili trovate registiche di titoli come Terrore Nello Spazio (1965) e Operazione Paura (1966) o senza le visioni pop della trasposizione cinematografica di Diabolik (1968), uno dei più importanti fumetti italiani. Il fatto che il suo talento non abbia ancora ottenuto il giusto riconoscimento potrebbe sembrare una beffa, ma in fondo si tratta di una cosa del tutto in linea con il suo modo di pensare. Mario Bava è entrato nel mondo del cinema in punta di piedi, l’ha stravolto in silenzio e così se n’è andato (nel 1980). A questo punto possiamo dire che l’unico che veramente si è preso gioco di qualcuno è stato lui. E a me piace pensarla così. FILIPPO MAGNIFICO |


























