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Aprile 2010 - Anno I - Numero 10 - Al cinema la diversità si fa leggenda PDF Stampa Email
Scritto da Admin   
Sabato 08 Maggio 2010 09:29
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Aprile 2010 - Anno I - Numero 10
Al cinema la diversità si fa leggenda

 

Di tutte le opere scritte da Richard Matheson, Io sono leggenda è sempre stata la mia preferita. Alla base di questo romanzo c’è un concetto fondamentale, che potrebbe essere riassunto in una frase semplice ma carica di significato: la diversità è solo un punto di vista. Robert Neville, il protagonista della storia, è l’unico superstite in un mondo popolato da vampiri. Cosa che dal punto di vista numerico lo rende il vero diverso, colui di cui aver paura insomma. Cinematograficamente parlando esistono una miriade di lungometraggi che hanno sfruttato, in maniera più o meno diretta, questo spunto. Lo stesso George Romero ha sempre detto di essersi ispirato a questa storia per la sua Notte dei morti viventi. Una saga che durante la sua evoluzione ha sviluppato ulteriormente questa tematica, arricchendola di sotto contesti contemporanei particolarmente incisivi (ma si sa, l’horror nelle metafore sociali ci sguazza come una rana in uno stagno). Anche l’Italia ha avuto il suo momento di gloria con L’ultimo uomo della terra, pellicola del 1964 diretta (pare) da Ubaldo Ragona. Un piccolo gioiello, girato interamente a Roma e interpretato da un Vincent Price in stato di grazia. Insomma, che si parli zombi, vampiri, contagiati (come quelli di 28 giorni dopo, altro lungometraggio fortemente debitore nei confronti dell’opera di Matheson) o semplici squilibrati, poco conta. L’importante è che siano tanti perché, come ha già detto John Carpenter ne Il seme della follia, in un mondo popolato da pazzi, l’unico normale è il vero strano, non vi pare? 







Filippo Magnifico

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Aprile 2010 - Anno I - Numero 10
Invictus – L’invincibile (2009, regia Clint Eastwood)

 

Fatto il Sudafrica, bisogna fare i sudafricani. Questo, bene o male, deve essere  stato quello che ha pensato Nelson Mandela nel lontano 1994.

Dopo 27 anni di carcere, una volta diventato il primo capo di stato di colore, la situazione che quest’uomo si è trovato di fronte non è stata certo delle migliori. Uno stato frantumato da una follia conosciuta con il nome di apartheid, che aveva bisogno di qualcosa che creasse uno spirito comune, un’idea di nazione. La scelta è stata azzardata, ma, come molti di voi sapranno, si è rivelata vincente: puntare tutto sulla squadra  nazionale di rugby, vincendo la Coppa del Mondo e l' unità nazionale in un solo colpo.

È questa la storia di Invictus, ultima fatica di Clint Eastwood. Un film che definire importante sarebbe riduttivo, voluto moltissimo dal suo protagonista Morgan Freeman, che con il suo Nelson Mandela è riuscito ad ottenere il “ruolo della vita”, inseguito da chissà quanto tempo. A fargli compagnia sul grande schermo un Matt Damon altrettanto bravo, nella parte di François Pienaar, capitano della squadra nazionale. Un titolo che sulla carta sembra perfetto, ed effettivamente poco gli manca per esserlo.

Purtroppo, come spesso accade nelle filmografie di registi particolarmente prolifici, ci troviamo di fronte ad un titolo minore. Intendiamoci, un Clint Eastwood minore è  pur sempre un Clint Eastwood, un grande regista non dimentica il suo mestiere da un giorno all’altro. Quella che troppo spesso si nota è la mancanza di intensità, cosa strana visto il tema portante del film. Ma la storia è grandiosa a prescindere, e forse non c’è bisogno di tutto questo pathos per descriverla. La più grande soddisfazione è la consapevolezza di trovarsi di fronte alla verità.

 

 

 

Filippo Magnifico

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