
| U.F.A.S. - Ladri di biciclette - Vittorio De Sica |
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| Mercoledì 22 Febbraio 2012 08:34 |
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LADRI DI BICICLETTE – 1948 – Vittorio De Sica
La macchina da presa usata come il più valido testimone della vita. Il neorealismo assume alcuni dei toni più validi in questo capolavoro di Vittorio De Sica, tratto dal romanzo di Luigi Bartolini. La storia, così semplice ma allo stesso tempo così valida proprio nei semplici valori che rappresenta, narra di un uomo alla ricerca di un lavoro nel secondo dopoguerra. La povertà e il malessere sociale fanno da contorno a una vita misera, che non permette altro che una semplice sopravvivenza. Antonio trova un posto come attacchino al comune di Roma, ma è necessario possedere una bicicletta per questo tipo di lavoro. La sua è pignorata al monte di pietà e la moglie decide di impegnare le lenzuola, pur di poter permettere al marito di poter lavorare. Il figlio di Antonio, benzinaio a soli 7 anni, le dà una sistemata e, insieme al padre, i due si recano a lavoro. Antonio è inesperto e anche un po’ ingenuo. La bicicletta gli viene sottratta da un ladruncolo di strada. Inutili i tentativi di Antonio di inseguirlo per le vie di Roma, all’epoca di sicuro non trafficate come ai giorni nostri. La bicicletta è perduta, e di conseguenza anche il suo nuovo lavoro. La polizia quasi lo prende in giro, quando prova a denunciare il furto. Antonio decide, perciò, di chiedere aiuto ad un suo amico netturbino, con il quale il giorno dopo, insieme ai suoi colleghi, cercherà la bicicletta tra Porta Portese e il mercato di Piazza Vittorio. Entrambi i mercati pullulano di biciclette, pezzi di telaio, gomme, sellini. La bicicletta è ovunque, simbolo di una società ancora lontana dal benessere e dalla ripresa economica. Il gruppo di Antonio torna via a mani vuote. Della bicicletta non c’è traccia. Abbattuto Antonio decide di ricorrere addirittura all’aiuto di una santona, che riceve in casa qualsiasi persona le si presenti afflitta da un problema, ultima risorsa di speranza contro la disperazione estrema. Le parole della santona però non sono di aiuto ad Antonio, il quale torna con il figlio a Porta Portese. Qui il ladro viene finalmente avvistato mentre chiacchiera con un barbone. Ma ancora riuscirà a fuggire. Antonio pedina il barbone, convinto che abbia le informazioni necessarie per rintracciare il ladro. Arrivati ad una mensa sociale, il barbone trascura le richieste di Antonio, fino a che non riesce anch’egli a scappare. Antonio sconsolato cammina tra i quartieri malfamati di Roma. Qui ritrova il ladro che adesso non può scappargli. Questi però viene difeso da tutta la gente del quartiere, che rimprovera la mancanza di prove ad Antonio. Il ladro fa entrare Antonio e un carabiniere nella propria casa. Qui la madre del ladro cerca di convincere il carabiniere della buona fede del figlio. La bicicletta non salta fuori, probabilmente già smembrata e venduta a pezzi. Il carabiniere non può far nulla e Antonio si ritira mestamente a capo chinato. Insieme al figlio decide di tornare a casa. Durante il tragitto però, scruta una bicicletta incustodita davanti ad un portone. La tentazione supera la paura e Antonio salta in sella. Ma subito il proprietario vien fuori dal portone, sbraitando e chiedendo aiuto alla folla di gente che anima le strade circondari. Antonio viene placcato e gettato a terra. La bicicletta viene restituita al padrone, il quale insieme ad alcuni passanti, decide di portare Antonio in caserma per denunciarlo. Sarà solo la presenza disperata e piangente del piccolo figlioletto, a intenerire il cuore del proprietario e a lasciare Antonio e suo figlio soli e imbarazzati dall’accaduto. Il film ha sicuramente due visioni diverse ma unite nello stesso intento. La prima visione è quella che ne potevano dare coloro che il film l’hanno visto nel 1948. Sicuramente gli occhi di allora non sono gli occhi di oggi. Oggi sappiamo bene che il secondo dopoguerra fu uno dei periodi più miseri per il nostro Paese. Ma gli occhi di allora non potevano ancora saperlo. Infatti il film fu duramente criticato e alla prima proiezione avvenuta a Roma, gli spettatori pretesero addirittura il rimborso del biglietto. Forse non contenti della dura realtà a cui erano stati sottoposti i loro occhi, neanche addolciti dalla presenza di qualche star del cinema di quei tempi (gli attori principali sono presi dalla strada), il pubblico italiano non lo apprezzò. O almeno non subito. Dopo il 1950, anno in cui Ladri Di Biciclette vinse l’Oscar come miglior film straniero, il film venne rivalutato per tutto il suo valore. E gli occhi di oggi lo apprezzano per quel dolce e malinconico contrasto con la società e il malessere che la circondava in passato, forse anche perché capace di farci apprezzare ciò che noi oggi consideriamo scontato e dovuto a prescindere.
FABIO LELI |







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